Maternità, trauma e giudizio: i tre temi chiave di "Contare i passi verso casa" di Laura Ceccacci
LibriÈ sempre difficile descrivere il rumore delle ferite: si può provare dolore o vederne il segno, ma il suono stridente, che passa sotto la pelle, risuona nella spina dorsale o rimbomba nello stomaco, cambia il modo in cui si guarda il mondo e, soprattutto, se stessi. Contare i passi verso casa (Salani), esordio narrativo di Laura Ceccacci, ricalca quella sofferenza. Parla di maternità, trauma, memoria e senso di colpa. Lo fa con comprensione e delicatezza, senza cadere nel giudizio morale. Ospite del nostro vodcast Il Piacere della Lettura, dalla libreria Arethusa di Roma, Laura Ceccacci racconta la genesi del suo romanzo con un’immagine improvvisa. “Ho visto una donna che vagava in uno zoo”, spiega. Così come la sua protagonista, anche Ceccacci è entrata in punta di piedi nel mondo del suo personaggio. Non conosceva ancora il suo nome, ma intuiva e percepiva il suo dolore e che proprio quel luogo, popolato da animali incapaci di giudicare, sarebbe potuto diventare il suo rifugio. E così nasce Alba. Alba ha trentasette anni. Agli occhi del mondo ha compiuto un gesto incomprensibile: ha lasciato il marito e una figlia per rifugiarsi in uno zoo, dove lavora. Già da subito capiamo che non sta fuggendo dall’amore, ma da un peso più grande di lei, da un trauma che deforma il suo essere madre. E quindi deve ricostruirsi, prima di tornare indietro, deve imparare a guarire. Il cuore del romanzo è proprio il suo percorso dolorosissimo attraverso ricordi, silenzi e ricostruzioni di sé. Il libro si apre con un monito, un esergo di George Eliot: “Gli animali non muovono critiche”. E sembra quasi come se Ceccacci volesse dire al lettore di deporre le armi della critica, soprattutto morale, con cui è abituato a combattere ogni giorno nella vita e di approcciarsi con mente aperta. Sa che ciò che racconterà potrebbe sconvolgere molti cuori. Per Ceccacci il giudizio è un muro verso la conoscenza dell’altro. Invece, l’ascolto e l’accoglienza permettono di comprendere la complessità dell’animo umano. Questa visione dell’autrice accompagna la vicenda di Alba e le restituisce umanità in tutto il suo percorso. La maternità è un altro grande tema: “Per crescere un bambino ci vuole un villaggio”, scrive l’autrice, che sottolinea quanto la solitudine della famiglia contemporanea possa essere a volte una prigione. La comunità diventa invece sostegno, cura e condivisione di gioie e paure, dove il peso della fragilità si può portare senza vergogna. E poi, inevitabilmente, si parla di memoria e di passato. Per Laura Ceccacci le ferite non possono essere cancellate. Anzi, bisogna farle uscire allo scoperto, perché ciò che non viene affrontato rischia di diventare il nostro destino. Il trauma, quindi, dovrebbe essere raccontato, integrato e soprattutto riconosciuto come parte della nostra storia, in modo da non dargli il potere di governare il presente. Questo percorso, ovviamente, ha bisogno del perdono: verso gli altri, ma soprattutto verso se stessi. Solo così si può ritornare a casa; parola evocata anche nel titolo. Non un luogo geografico, ma la propria essenza, lo spazio interiore in cui sentirsi finalmente riconosciuti e al sicuro. Il dolore indubbiamente soffoca la parte più autentica, tornare a casa significa, invece, poter ritornare ad essere se stessi. Laura Ceccacci ha raccontato di essere stata scelta da Alba per narrare la sua storia prima ancora che decidesse di scrivere il romanzo. Ha scelto lei come casa in cui abitare ed essere vista. Perché, in fondo, tutti noi cerchiamo un luogo verso cui andare. E spesso la distanza da colmare non è quella che fino a quel momento ci ha separato dagli altri, ma quella che ci riporta, passo dopo passo, verso noi stessi, verso casa.
