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Lepore e le critiche sul 2 Agosto: «In quella piazza nessun legame con i fatti del Pilastro»
Politicadi Francesco Battistini
Ma il sindaco di Bologna difende il corteo dopo la morte di Fakir: l’avevamo fatto anche per altri concittadini
Matteo Lepore, sindaco di Bologna, in piazza per Fakir
As your bad day disappears, per citare i Radiohead che sono il suo gruppo preferito: mentre Matteo Lepore si lascia alle spalle il suo lunedì nero, di quand’è sceso in piazza Nettuno a chiedere giustizia per Fakir e poi s’è scatenato l’inferno, ecco un altro giorno torrido, un altro appello, un’altra folla, un’altra piazza.
Un altro rischio: «Il prossimo Due Agosto — dice — sarà un appuntamento di grande rilievo. Se la domanda è se è importante esserci in questo momento, per quel che è successo nei giorni scorsi al Pilastro, la mia risposta è sì. È importante partecipare. Perché ogni volta che Bologna è stata ferita, s’è ritrovata nella partecipazione non violenta, accanto ai familiari delle vittime».
Non teme l’impopolarità, il sindaco più votato della storia bolognese. E nemmeno lo preoccupa chi si chiede che cosa c’entrino le 10.25 del 2 agosto 1980 — che fecero ottantacinque vittime e furono il peggiore attentato della storia repubblicana — con le 12.53 del 19 luglio scorso, che videro morire il povero Abderrahim Fakir e sono subito diventate il caso Floyd di quest’estate.
«Il sindaco ci ricasca», alzano il dito da destra: e dopo la guerriglia di lunedì, con tutti quei feriti, «perché ha convocato i cittadini a ricordare nuovamente Fakir?». Perché le due cose non c’entrano proprio nulla, è secco Lepore: collegare le manifestazioni è menzognero e scorretto, fa sapere, e partiranno querele per chi lo farà. Anzi, il servizio d’ordine vieterà striscioni o slogan che associno i due fatti.
«Non si può conoscere Bologna, se non si viene al corteo del 2 Agosto». Un giorno che è perfino più importante del Santo Patrono, e sono 46 anni che si sfila: «Bologna è una città da sempre innamorata della democrazia». E dunque qui s’è sempre pronti a scendere in piazza perché sono i portici a tenere su le case (cit. Samuele Bersani) e pure il resto: «L’abbiamo fatto per il femminicidio di Alessandra Matteuzzi e quando Fallou, un ragazzo di neanche 16 anni, è stato accoltellato da un suo coetaneo. Se lunedì non fossimo scesi in piazza e non avessimo fatto un presidio per un nostro concittadino, cosa si sarebbe detto di noi? Perché avremmo dovuto lasciare da solo un concittadino, quando non l’abbiamo fatto per tutti gli altri?».
La stazione, Ustica, l’Italicus. Non si lascia indietro nessuno: «Bologna negli anni ha dimostrato che è possibile chiedere verità su qualsiasi tragedia». Compagni in piazza, allora: la linea la dà il poster del 46esimo anniversario, facsimile d’un tabellone ferroviario con la scritta «Bologna h. 10.25. Nessuna coincidenza». Guai a mischiare gli eventi, anche se in piazza Maggiore non è mai stato facile stare fuori dalle polemiche del momento, e non lo sarà neppure domenica.
Per la prima volta, marceranno due diversi cortei e quello di Potere al Popolo — «ma noi con loro non c’entriamo», dicono a Palazzo d’Accursio — farà chiasso sul caso Fakir. Fiutando l’aria, nessun ministro sarà presente: solo un sottosegretario, Nicola Molteni, un leghista che la mattina della strage aveva quattro anni e oggi fa da vice a Matteo Piantedosi.
Il ministro dell’Interno ha pubblicamente rimproverato Lepore per «la gravità» dell’avere convocato la piazza lunedì scorso, ben sapendo «con chi ha a che fare»? «Accoglieremo con piacere il suo sottosegretario», promette il nuovo presidente dell’Associazione familiari delle vittime, Paolo Lambertini. In Parlamento, è ancora bloccata la legge sui risarcimenti, per non dire degli atti delle Ferrovie, mai desegretati dopo mezzo secolo. Molteni ascolterà ed è probabile gli riserveranno qualche buuu.
Nel caso potrà sempre ricordarsi la pellaccia d’un ministro dc senza portafoglio, Gianfranco Rotondi, che un 2 agosto venne mandato alle celebrazioni di Bologna e venne accolto dai fischi: «Non m’offendo — fece buon viso —, almeno qualcuno s’accorge che sto al governo».
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