Leogrande, una militanza politica e sentimentale
CulturaStrappare Alessandro Leogrande alla visione regressiva, pacificata con il mondo, cui troppo spesso viene ridotto e restituire la sua figura a una dimensione conflittuale. È questo l’obiettivo principale che si propone Marco Gatto nel saggio Il meridionalismo inquieto di Alessandro Leogrande. Inchiesta, impegno e militanza (Altraeconomia, pp. 144, euro 14). Per raggiungerlo l’autore esplora i diversi aspetti dell’esperienza di Leogrande: la pratica della scrittura nel campo dell’inchiesta sociale, la riflessione sui tratti contemporanei della questione meridionale e sui mutamenti della società italiana, l’attività giornalistica e l’impegno intellettuale più largo. I TESTI di Leogrande, rileva Gatto, sono «progettati non alla stregua di ’beni’ da cui trarre profitto estetico, bensì come prove concrete di un’esperienza che, dalla specola giocoforza minimale dell’Io, ha voluto raccontarsi nel rapporto con i massimi sistemi, scegliendo il conflitto tra lavoro e capitale come inequivocabile punto di partenza». L’autore muove da una sistematizzazione delle coordinate teoriche dell’opera dell’intellettuale pugliese. C’è, all’inizio, il Michael Walzer della tesi di laurea alla Sapienza. A Leogrande del pensatore americano resterà nel tempo, sino alla fine, la scelta di collocare il fuoco dell’analisi all’interno del campo di osservazione della realtà sociale, il più possibile vicino all’oggetto, di cui vanno preservati i tratti di autonomia senza cancellare la mediazione, che però solo dopo un’autoanalisi rigorosa di chi osserva e interpreta può essere correttamente praticata. Altri aspetti del pensiero di Walzer saranno abbandonati. L’«universalismo minimo», comunitario, dell’autore di Sfere di giustizia sta da subito stretto a Leogrande, che sin dalle prime inchieste associa il lavoro di ricerca all’orizzonte vasto, contraddittorio e conflittuale, dentro cui si collocano la contemporaneità, e il passato da cui essa proviene. È un «universalismo massimo» quello cui aspira Leogrande. Per attingere al quale si rivolge ad altri ambiti: al lascito marxiano attraverso il recupero della tradizione francofortese (ma anche le riflessioni di Günther Anders sul ruolo della tecnica hanno una loro rilevanza); e poi, sulle orme di Aldo Capitini, al pensiero non violento, praticato non come generica attitudine sentimentale, ma come una visione del mondo che prevede, avverte Leogrande, «il raggiungimento di obiettivi molto alti: massimo grado di dignità umana, antiautoritarismo, potere condiviso, autonomia soggettiva, rifiuto di ogni forma di dominio dell’uomo sull’uomo anche all’interno della società che si vuole costruire». Universalismo massimo. Quando tutto ciò si cala nell’analisi del presente, la collocazione di Leogrande diventa fortemente oppositiva. A cominciare dalla riflessione sul Meridione. Qui la postura di Leogrande è l’esatto contrario degli approcci oggi più diffusi: la paesologia, il turismo delle rovine, la spettacolarizzazione consumistica di una presunta «diversità». Per Leogrande, scrive Gatto, «si tratta di cogliere nel Sud le dinamiche universali del capitalismo». NESSUNA CHIUSURA particolaristica o identitaria è allora ammissibile. Serve, al contrario, uno sguardo rivolto alla storia intera del Mezzogiorno, dell’Italia e del mondo, in tutte le sue articolazioni e dentro il conflitto. E se Leogrande è certamente un erede della tradizione democratico-radicale del meridionalismo critico, si colloca anche nel solco di un pensiero, di matrice socialista, che indica nel progressivo superamento della formazione economico-sociale capitalistica la precondizione della cancellazione di ogni forma di dominio e di violenza. È sempre dalla brutalità del mondo, dalla degradazione dell’umano prodotta dalla storia, che parte, procedendo con caparbietà in un paesaggio di rovine anche quando, negli ultimi scritti, lo sguardo diventa «disperante». D’altra parte, come in Anders e come in Pasolini (altro riferimento costante) «solo uno sguardo catastrofico – commenta Gatto – restituisce alle rovine, e ai conflitti di cui sono espressione, un valore politico; e solo l’occhio dell’apocalittico permette di ragionare concretamente di violenza e di disumanità, e della nostra reazione indifferente». Rovine e indifferenza. A chiusura de La frontiera è evocato il Martirio di san Matteo, uno dei capolavori di Caravaggio. Ritraendosi sul fondale della tela «con uno sguardo inerme e inefficace» che «non cambierà il corso delle cose», Caravaggio ci offre, scrive Leogrande, «una riflessione sulla violenza del mondo e sul rapporto che instaura con essa chi la osserva». Impotente davanti al boia: così è l’osservatore contemporaneo davanti alla violenza praticata sull’umano e sulla natura. COME L’INCHIESTA o l’intellettuale di fronte alla realtà, il pittore sa che la sua presenza, il suo sguardo, non provocheranno alcuna reazione. «Alle mattanze del nostro tempo – annota Gatto – l’individuo occidentale, anche quando è animato da buoni propositi e sorretto da condivisibili filosofie emancipatorie, si rapporta con l’indifferenza tipica del privilegio. Di questa stasi, che riflette le tonalità emotive del postmoderno avanzato e il passaggio dal sereno nichilismo del pre-Duemila al nichilismo distruttivo del primo quarto di secolo, dalla farsa alla catastrofe, Leogrande è stato l’interprete e il critico più intelligente e vigile».

