Legge elettorale, sì della Camera con 217 voti: il testo va al Senato | Le reazioni in diretta: FdI: «Vince l'Italia». Schlein: «Maggioranza colabrodo»
Roma/PoliticaMeloni punta al voto ad aprile dopo le divisioni nella maggioranza (Francesco Verderami) Scorrendo il calendario del 2027, dopo aver fatto attenzione a evitare alcune festività di primavera, ha marcato in rosso la prima domenica di aprile: il 4. È quella la data in cui Giorgia Meloni intende andare al voto. Per la premier non sarà facile arrivare a quell’appuntamento con la nuova legge elettorale, non foss’altro perché di qui ad allora dovrà gestire anche la nuova coalizione, composta da due partiti della Lega e due partiti di Forza Italia. Il voto segreto alla Camera sulle preferenze ha certificato lo sdoppiamento di cui Meloni era già consapevole. L’immagine di Giancarlo Giorgetti che abbandona l’Aula di Montecitorio giusto in tempo per non partecipare alla delicata votazione, e i messaggi ricevuti dalle due fazioni azzurre con la lista dei franchi traditori, sono stati la prova che l’alleanza del 2022 non c’è più. Ed è con questo cambiamento che deve fare i conti. Se la presidente del Consiglio era già avvertita di questa mutazione genetica del centrodestra, non si capisce allora la gestione del voto dell’altro ieri, che è parsa un misto di approssimazione e dilettantismo. Visto che Meloni voleva la reintroduzione delle preferenze, infatti, perché non ha chiesto che la riforma iniziasse il suo iter al Senato, dove non c’è il voto a scrutinio segreto? E perché alla Camera non ha voluto che sull’emendamento si esprimesse prima la Commissione, dove c’è il voto palese? E perché infine ha voluto esporsi alla sconfitta, decidendo di dare il parere favorevole del governo alla norma che è stata poi bocciata? Troppi errori. E troppo marchiani. A meno di una diversa chiave d’interpretazione dell’evento, che emerge da una battuta di uno dei massimi dirigenti di Fdi: «Giorgia è arrivata fino al punto di rottura della maggioranza e si è fermata. Perché se le preferenze fossero passate, la legge sarebbe stata poi affossata nel voto finale. E sarebbe stato un disastro». Per quanto la versione possa apparire come un modo di mettere una toppa al buco, una fonte autorevole riferisce di una discussione avvenuta di recente a palazzo Chigi, dove si sarebbe discusso proprio l’argomento. Alla riunione era stato evidenziato il rischio che sulla legge elettorale Meloni potesse pagar pegno come sul referendum della giustizia. Le opposizioni già l’avevano accusata di concentrarsi su un tema di Palazzo senza pensare ai problemi del Paese. «Con la sfida sulle preferenze — ecco la spiegazione — ha affermato la volontà di restituire ai cittadini il diritto di scegliersi il rappresentante in Parlamento. Mediaticamente è stata efficace». Raccontano che secondo i primi sondaggi la mossa, perdente nel Palazzo, starebbe risultando vincente nel Paese. Perciò ieri la premier ha voluto che FdI votasse a favore dell’emendamento sulle preferenze presentato dai «nemici» vannacciani: un’incoerenza politica calcolata per rimanere coerente davanti ai cittadini. Sarà, in ogni caso l’azione spericolata che sarebbe stata attuata per uscire dall'angolo non ha risolto i problemi politici di Meloni. Il primo è sulla legge elettorale, che senza le preferenze potrebbe venire affossata dalla Corte Costituzionale. Ieri si sono succeduti alla Camera interventi molto tecnici sul testo. E c’è un motivo: siccome la Consulta prende le sue decisioni tenendo anche conto delle interpretazioni fatte dal Parlamento su una legge, alcuni deputati di FdI hanno in pratica parlato a nuora perché suocera intendesse. Insomma, si tratta di una forma di difesa preventiva dello Stabilicum. Che per il centrodestra è l’unico rimedio per superare il Rosatellum ed evitare così la nemesi del 2022: se allora la rottura a sinistra consegnò a Meloni una larga maggioranza, oggi la presenza di Vannacci garantirebbe al Campo largo di vincere a mani basse, persino nei collegi del Nord. Meloni deve portare a casa la riforma elettorale e deve allo stesso tempo tenere insieme la nuova maggioranza, con le due Leghe e le due Forza Italia. Un passaggio complicato, tanto che nel suo stato maggiore c’è chi ha evocato il motto di Silvio Berlusconi: «Bisogna farsi concavi e convessi». Fino a che punto, lo si capirà dopo la «riflessione» che Meloni ha preannunciato e che avrà una funzione deterrente con la «Lega del Nord» e con la «Forza Italia tendenza Marina»: la prima a voto segreto sulle preferenze ha minato Matteo Salvini, la seconda ha picconato Antonio Tajani. La premier con i suoi due vice concorda sulla data delle elezioni ad aprile, anche se tra i ministri c’è un certo scetticismo e si scommette sulla scadenza naturale della legislatura nell’autunno del 2027. «Anche perché — sussurra uno di loro — siamo sicuri che il capo dello Stato concederà a Meloni il voto per le Politiche senza farglielo accorpare con il voto delle Amministrative?». Bella domanda.
