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Attentato Ranucci, Lavitola al gip: "Chiesi di sparare 4 o 5 colpi contro la villa di Sigfrido, non un ordigno"
CronacaValter Lavitola ha confessato davanti al gip di Roma il suo ruolo di mandante nell'attentato contro Sigfrido Ranucci, chiarendo però anche diversi aspetti: "Io chiesi di sparare solo 4 o 5 colpi di pistola contro la villa del giornalista, non avevo chiesto un ordigno". L'ex editore ha spiegato di aver orchestrato il tutto per innalzare i livelli di scorta nei confronti di Ranucci, ma gli inquirenti sono convinti che l'attentato servisse per aumentare la popolarità del presentatore Rai per prepararlo a una discesa in campo in ambito politico, probabilmente nelle file del Pd, come anticipato da rumor raccolti da Il Giornale d'Italia.
Attentato Ranucci, Lavitola al gip: "Chiesi di sparare 4 o 5 colpi contro la villa di Sigfrido, non un ordigno"
Non sarebbe stata una bomba l'azione che Valter Lavitola aveva inizialmente immaginato contro Sigfrido Ranucci. Davanti al gip, durante l'interrogatorio di garanzia, l'ex editore dell'Avanti! avrebbe spiegato di aver chiesto agli esecutori materiali di esplodere quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della villetta del giornalista a Pomezia. Una ricostruzione che aggiunge un nuovo elemento all'inchiesta sull'attentato del 16 ottobre 2025 e che, soprattutto, modifica il quadro sulle modalità con cui il presunto mandante avrebbe progettato l'azione.
Lavitola, arrestato lunedì e detenuto nel carcere di Rebibbia, ha ammesso di essere il mandante dell'attentato. La sua confessione, tuttavia, è accompagnata da una versione dei fatti che gli investigatori dovranno verificare nei dettagli. Secondo quanto emerso dall'interrogatorio, l'obiettivo iniziale non sarebbe stato quello di provocare un'esplosione davanti all'abitazione di Ranucci, ma realizzare un gesto intimidatorio attraverso alcuni colpi di arma da fuoco.
Quattro o cinque spari contro il muro, dunque, con una funzione prevalentemente dimostrativa. L'idea, nella ricostruzione fornita dall'indagato, sarebbe stata quella di segnalare una situazione di pericolo senza colpire direttamente il giornalista. Una modalità che Lavitola avrebbe ritenuto sufficiente per ottenere un risultato preciso: aumentare il livello di protezione assegnato al conduttore di Report.
Quello che accadde nella notte del 16 ottobre fu però diverso. Davanti alla villetta di Ranucci venne fatto esplodere un ordigno rudimentale, che provocò danni alle automobili del giornalista. Una modalità che, secondo quanto riferito, Lavitola avrebbe comunque considerato compatibile con la finalità dimostrativa dell'azione. Pur non essendo quella da lui indicata inizialmente, l'esplosione non avrebbe quindi provocato, nella sua ricostruzione, una presa di distanza dall'operazione.
È uno degli aspetti sui quali gli inquirenti dovranno ora concentrare gli accertamenti. La confessione individua infatti un presunto mandante, ma lascia aperte domande sulla catena decisionale, sulle modalità operative e sul rapporto tra quanto sarebbe stato commissionato e quanto poi effettivamente realizzato dagli esecutori.
Lavitola sostiene di aver agito "per il bene" di Ranucci, perché il giornalista sarebbe stato minacciato e in pericolo. Una spiegazione che la difesa presenta come estranea a qualsiasi movente politico. Ma la Procura dovrà stabilire se questa ricostruzione sia credibile e soprattutto se trovi riscontro negli elementi raccolti durante le indagini, dato che gli inquirenti continuano comunque a pensare alla politica come movente principale.
Il nodo degli spari assume quindi un'importanza particolare. Se confermata, la richiesta di colpire il muro con quattro o cinque proiettili dimostrerebbe che l'azione intimidatoria sarebbe stata concepita con modalità precise prima di essere concretamente eseguita. Resta da capire chi abbia trasformato quel progetto in un attentato con esplosivo, perché sia stata scelta quella soluzione e quali fossero gli eventuali accordi tra Lavitola e gli esecutori.
Intanto, la Procura di Roma si prepara a dare parere negativo alla richiesta di arresti domiciliari presentata dalla difesa. L'ultima parola spetterà al gip, atteso alla decisione nella giornata di oggi. Per Lavitola, dunque, la confessione non sembra tradursi automaticamente in un alleggerimento della misura cautelare. E proprio i nuovi dettagli sulle modalità dell'attentato potrebbero contribuire a mantenere alta l'attenzione degli investigatori sulla ricostruzione complessiva della vicenda.
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