La sinistra deve ripartire dal malcontento nelle piazze. Invece rilancia alleanze senza progetti.
Politica“L’Italia ha un problema al governo”. “L’Italia ha un problema all’opposizione”. All’apparenza sembrano frasi pronunciate da due fazioni diverse, un’analisi attribuibile a un gioco delle parti. In realtà sono sovrapponibili, una non esclude l’altra, e rispecchiano il declino dell’attuale classe dirigente. Di fronte al governo più a destra della storia repubblicana, un qualsiasi manuale di politica for dummies illustrerebbe la contrapposizione di forze di sinistra impegnate a offrire un’alternativa. Invece, è proprio questa a mancare, nonostante la società civile si sia attivata per mostrare il proprio disappunto e criticare un esecutivo, tra le altre cose, complice di Israele, uno Stato che sta mettendo in atto un genocidio. Abbiamo avuto giorni di scioperi e manifestazioni, le piazze piene come non le vedevamo da tempo. Eppure, se i partiti d’opposizione, con il famigerato campo largo, hanno considerato, anche solo per un istante, che quei fiumi di persone si sarebbero tradotti automaticamente in loro elettori o potenziali tali, significa che hanno capito poco di ciò che sta succedendo nel nostro Paese. Come il governo ha personalizzato le manifestazioni associandole a un complotto contro la destra – persino la Flotilla è rientrata in questa sfera di pensiero –, allo stesso tempo le forze di sinistra hanno gongolato pensando di aver finalmente scardinato le difese dell’Italia meloniana. Hanno così tentato di appropriarsi di quelle proteste quando in realtà erano un moto di solidarietà per un popolo oppresso e una condanna a un esecutivo, quello israeliano, criminale. In poche parole: le manifestazioni avevano una natura apartitica. Io non riesco, con tutta la buona volontà, a immaginare la scena di un diciottenne che, una volta tornato a casa dopo le manifestazioni, abbia avuto l’irrefrenabile desiderio di iniziare a votare per il PD, il M5S o AVS. È molto più probabile che quel ragazzo rientri nella metà d’Italia che non vota, che non si sente rappresentata da nessun partito politico. È possibile avere le piazze piene e le urne vuote, e qualche assaggio l’abbiamo avuto proprio negli ultimi sette giorni. Il centrosinistra ha perso senza appello alle elezioni regionali nelle Marche e in Calabria. L’alleanza non ha funzionato, così come una campagna elettorale incentrata più sulla politica estera che sui reali problemi del territorio. Parlare durante un comizio a Catanzaro o a Pesaro della Global Sumud Flotilla, nonostante abbia rappresentato una nobilissima iniziativa, non ha spostato mezzo voto in loro favore. Un calabrese può scendere in piazza a solidarizzare con il popolo palestinese, ma poi alle urne vota pensando ai problemi della sua realtà, ai servizi e alle infrastrutture che non funzionano. Pur con tutta la nobiltà d’animo del mondo, un elettore pensa ai suoi ospedali fatiscenti, non ai pochi rimasti in piedi a Gaza. Questo non vuol dire che la destra abbia offerto una soluzione per risolvere questi problemi, tutt’altro. E sappiamo bene che al Sud il clientelismo è imperante, così come l’influenza delle mafie durante le tornate elettorali. Dobbiamo però mettere da parte quella superiorità della sinistra che impedisce di riconoscere i propri difetti. Evidentemente sono tanti, a partire da uno stile di comunicazione che non è diretto, non è efficace, non riesce a raggiungere i bisogni del cittadino. La soluzione non è contrastare il populismo della destra con dell’altro populismo, ma almeno far capire ai cittadini di avere un progetto. Parola al momento sconosciuta nel campo largo. Per creare un progetto bisogna inizialmente partire da un’unità d’intenti, da alcuni punti in comune tra le forze di un’alleanza. In un periodo storico che, volenti o nolenti, ci costringe a considerare la politica estera fondamentale nel programma a breve e lungo termine di un partito o di una coalizione, notiamo già le prime profondissime discrepanze. Il Partito Democratico è europeista, o almeno si professa tale. La storia del Movimento Cinque Stelle segue invece un’altra traiettoria, tra legami con Russia Unita e voti a Bruxelles sostanzialmente identici a quelli della Lega. Anche AVS è parecchia ambigua su temi come la Nato, il supporto alla resistenza ucraina e il posizionamento europeo. Sembrano dunque tre estranei che, non avendo nulla da dirsi tra loro, nulla dicono anche ai possibili elettori. Non si capisce per quale motivo un elettore del PD dovrebbe accettare una coalizione con filoputiniani o antieuropeisti. Allo stesso tempo un elettore grillino ha trascorso almeno un decennio considerando il PD il suo nemico numero uno. A livello di politica interna alcune convergenze si possono certamente trovare. In primis il salario minimo, la patrimoniale e i diritti civili. Eppure PD e M5S hanno già governato insieme senza realizzare queste riforme. Niente salario minimo, niente patrimoniale, persino nessun passo verso lo Ius soli o lo Ius scholae. Anche qui l’elettorato rimane confuso, non concepisce un’unione messa insieme soltanto per fare la somma delle percentuali elettorali. Un progetto comune non esiste, e forse non esisterà mai. L’unico vero traino del centro-sinistra resta il mantra “Cacciamo Giorgia Meloni”, che ricorda in modo inquietante il collante delle opposizioni dei decenni scorsi, quando si votavano coalizioni rappezzate con lo sputo solo per non far vincere Berlusconi. Anche all’epoca i programmi erano vaghi, e non si riusciva a tenere nello stesso contenitore comunisti, democristiani, socialisti democratici, cattodem, liberali centristi. Un minestrone di ingredienti, e prima o poi quello sbagliato sarebbe sbucato fuori, con il Bertinotti o il Mastella di turno a far saltare i governi le poche volte in cui si è riusciti a raggiungere il potere. Adesso abbiamo l’unica certezza del PD come partito più votato tra le forze d’opposizione. Schlein avrebbe dunque il coltello dalla parte del manico, dovrebbe quanto meno dettare l’agenda. Si è invece lasciata trascinare dai più deboli alleati facendo concessioni eccessive, come i candidati grillini per le elezioni regionali, con il M5S che nelle Marche e in Calabria non ha poi superato il 6%. Forse, invece di tentare di tenersi queste briciole, Schlein potrebbe lavorare per riportare alla base gli elettori delusi e ora appartenenti al partito dell’astensionismo. Qualcuno parla di aprire ai centristi, e d’altronde Calenda almeno in fatto di politica estera ha più punti in comune con il PD rispetto al M5S. C’è chi addirittura suggerisce di allargarlo ancora di più questo campo, di buttare tutti dentro nella mischia. Ancora una volta, ragionare sulle alleanze senza avere un programma comune è, però, solo un esercizio di aritmetica, che condannerebbe l’opposizione ad altri anni di irrilevanza politica. Non essere in grado di incanalare il sentimento delle piazze e di portare a sé nuovi elettori vuol dire soltanto una cosa: la scissione non è soltanto tra la società civile e il governo, ma riguarda tutta la classe politica, opposizione compresa. In Calabria l’astensione ha raggiunto il 57%, sintomo inequivocabile di una disillusione di massa, di uno scoramento che coinvolge diverse generazioni orfane di un riferimento politico, di un senso di appartenenza e di rappresentanza. È vero, la crisi della sinistra è globale e non solo circoscritta all’Italia, ma questo appiattimento alle posizioni più arrendevoli coincide con una mancanza di coraggio, una lungimiranza che latita. Non si possono sempre colpevolizzare gli astensionisti, altrimenti si rischia di perdere la bussola e non capire che l’acme di questo fenomeno coincide con la crisi strutturale dei partiti. Non conta più l’apparato, bensì la forza persuasiva del leader. O forse semplicemente la destra sta facendo la destra – gretta, muscolare, volgare – mentre la sinistra deve ancora ritrovare la sua identità, anche se viene da chiedersi se ne abbia davvero mai avuto una negli ultimi trent’anni. Di certo non può cercarla nel campo largo delle divisioni, una creatura che sembra più studiata a tavolino in stile manuale Cencelli. “Non c’è campo”, urla al telefono chi non riesce più a sentire la voce dall’altro lato della cornetta. Gli elettori ne hanno dimenticato anche il suono e, stretto o largo che sia, questo campo è destinato a non essere fertile, se ciò che viene piantato è spurio, con alberi che non nasceranno mai perché le radici sono troppo lontane tra loro. Non c’è campo ma la destra campa, e camperà sulle lacune della sinistra per troppi anni.

