La politica entra a gamba tesa nel calcio
Il FondoIl caso Pirlo racconta molto più di una semplice scelta tecnica. Nel giro di poche ore siamo passati dall’entusiasmo per una possibile svolta sulla panchina della Nazionale alle polemiche politiche. Ma, in realtà, cosa è davvero cambiato? Nulla. È cambiata soltanto la narrazione. Il nodo non è il curriculum di Andrea Pirlo, né la sua storia calcistica, che difficilmente qualcuno può mettere in discussione. Per i suoi critici, il problema risiede nell’aver intrattenuto rapporti professionali con la Russia, un elemento ritenuto sufficiente, per ragioni di opportunità politica, a metterne in dubbio l’idoneità a guidare la Nazionale italiana. Non sorprende che il tema sia stato rapidamente raccolto da esponenti della politica. In una stagione che conduce verso le elezioni del 2027, ogni vicenda capace di monopolizzare il dibattito pubblico è destinata a trasformarsi in terreno di confronto. Anche il calcio. Sarebbe del resto ingenuo immaginare il contrario. Il calcio coinvolge oltre ventiquattro milioni di italiani tra tifosi e appassionati e rappresenta molto più di una disciplina sportiva: è identità, appartenenza, memoria collettiva ed emozione condivisa. Proprio per questo diventa inevitabilmente uno spazio nel quale anche la politica cerca di esercitare la propria influenza. È qui che nasce la vera preoccupazione. Per decenni lo sport ha rappresentato uno dei pochi linguaggi capaci di superare i confini della diplomazia e delle ideologie. Le competizioni internazionali hanno costruito ponti dove la politica aveva innalzato muri. Oggi, invece, sembra accadere il contrario: è la politica a invadere lo sport, pretendendo di stabilire non soltanto chi debba vincere sul campo, ma perfino chi possa sedersi in panchina. Il rischio è evidente. Se ogni scelta sportiva viene filtrata attraverso criteri politici, il merito perde progressivamente valore. Le decisioni finiscono per essere giudicate non in base alla loro efficacia, ma per il messaggio che trasmettono o per il consenso che possono generare. È un precedente destinato a pesare ben oltre il caso Pirlo. La sensazione è che l’Italia stia assistendo all’ennesimo cortocircuito tra istituzioni, sport e politica, dove i confini si fanno sempre più sfumati fino a confondere ruoli e responsabilità. Quando accade, il dibattito pubblico si impoverisce: la discussione sulle competenze lascia spazio allo scontro ideologico. Naturalmente sarà il tempo a dire se le polemiche di queste ore produrranno conseguenze concrete oppure resteranno soltanto un episodio destinato a esaurirsi. Ma una cosa appare già evidente: il confine tra politica e sport è sempre più sottile. E quando la politica entra in campo, difficilmente lo fa per parlare di calcio. Si dice che a pensar male si commetta peccato. Può darsi. Ma la storia italiana insegna che, più di una volta, il sospetto ha finito per assomigliare alla realtà. Angelo Santoro
