La maturità civica di una comunità e le derive anti-istituzionali della violenza cieca
Opinioni e commentiLe drammatiche sequenze di devastazione che hanno ferito il tessuto civile e l’arredo urbano della città di Bologna, all’indomani della mobilitazione sorta per la tragica scomparsa del quarantaduenne Abderrahim Fakir, impongono una riflessione politica profonda. Si tratta di un’analisi che deve necessariamente superare la mera cronaca dei disordini per interpretare gli accadimenti attraverso le lenti storiche di quel socialismo riformista e democratico che ha sempre individuato nel rispetto rigoroso delle istituzioni, della legalità e dei diritti civili il proprio baro insostituibile. Quanto si è consumato lungo le strade del capoluogo emiliano non rappresenta soltanto un bilancio desolante di danni materiali subiti da privati cittadini, da piccoli commercianti e dalla municipalità stessa. Configura, al contrario, un attacco frontale alle fondamenta basilari della convivenza civile e dello Stato di diritto. Tuttavia, per decodificare correttamente questa dolorosa pagina di storia locale, risulta indispensabile operare una netta e irrevocabile demarcazione ideale tra due realtà urbane e politiche che non possono, e non devono, essere sovrapposte o confuse in sede di giudizio pubblico. Esiste una prima dimensione collettiva che si identifica senza riserve con la migliore tradizione democratica, solidaristica e progressista del nostro territorio. È la realtà che si è manifestata in forma spontanea e dignitosa all’interno della cornice di Piazza del Nettuno. In quel luogo, migliaia di lavoratrici, lavoratori e cittadini si sono radunati pacificamente per testimoniare un profondo e legittimo sentimento di cordoglio, unito alla ferma richiesta di trasparenza, verità e accertamento dei fatti in merito a un decesso consumatosi durante un fermo eseguito dalle forze dell’ordine. Quella specifica agorà, sostenuta dallo spirito di alta responsabilità civile della giunta guidata dal sindaco Matteo Lepore, ha incarnato la risposta sana, matura e consapevole di una popolazione che, dinanzi al mistero del dolore e all’esigenza di giustizia, non abdica ai propri valori. Essa ha scelto la via della partecipazione civile ordinata per riaffermare l’intangibilità della vita umana e la cogenza delle garanzie costituzionali. Questa è la Bologna riformista che riconosciamo e nella quale ci rispecchiamo storicamente: un laboratorio sociale permanente in cui il dissenso, la memoria e l’istanza di equità si sviluppano esclusivamente nell’alveo della legalità repubblicana. Chi ha preso parte a questo sforzo collettivo ha onorato i canoni più alti di una democrazia matura. Purtroppo, a questa alta manifestazione di civismo si è violentemente contrapposta una seconda e opposta realtà, che ne costituisce l’esatta antitesi e la negazione più radicale. Gli intollerabili episodi di guerriglia urbana, i brutali scontri diretti con i reparti delle forze di sicurezza e i pesanti danneggiamenti che hanno funestato la zona prospiciente Piazza Roosevelt e le aree limitrofe sono l’esclusivo prodotto di frange massimaliste ed estremiste. Tali gruppi non possiedono alcun legame ideale con la solidarietà umana o con l’autentica ricerca della verità per la famiglia di Fakir. Questa degenerazione delinquenziale non è altro che un cinico tentativo di strumentalizzare una tragedia individuale allo scopo di dare sfogo a pulsioni eversive e anti-istituzionali. Chi concepisce l’azione politica o la protesta sociale come un puro esercizio di brutalità vandalica, chi assalta le vetrine e devasta i negozi di piccoli operatori commerciali già duramente colpiti dalle congiunture economiche negative, chi aggredisce i presidi dello Stato, si pone deliberatamente e irrevocabilmente al di fuori del perimetro democratico. Reagire a un presunto abuso o a un dramma sociale attraverso l’impiego della forza cieca significa rinnegare la radice stessa del patto sociale, ponendosi al di fuori della comunità. Come socialisti, assertori convinti della centralità delle garanzie legali e dell’emancipazione civile, non possiamo tollerare che la legittima e doverosa pretesa di fare piena luce sulle dinamiche che hanno condotto alla morte di Abderrahim Fakir venga infangata o presa in ostaggio da manipoli di provocatori il cui unico traguardo politico è la generazione del caos e lo scontro fine a se stesso. Il riformismo democratico ci insegna da oltre un secolo che i diritti universali e la giustizia sociale si difendono esclusivamente consolidando l‘affidabilità delle istituzioni repubblicane, pretendendo da esse il massimo della trasparenza e dell’autodisciplina, e mai operando per la loro demolizione materiale o simbolica. Le deplorevoli azioni registrate in Piazza Roosevelt non appartengono alla storia di Bologna, né alla fisionomia morale del suo popolo. Esse vanno condannate senza esitazione alcuna, senza ambiguità di comodo e senza cedimenti a derive giustificazioniste. Non vi può essere alcuna forma di comprensione né di indulgenza per chi rivolge la violenza contro la propria stessa comunità. Nel respingere fermamente ogni tentativo di speculazione politica di matrice conservatrice o reazionaria, che vorrebbe dipingere l’intera mobilitazione popolare come un’unica orda indistinta di facinorosi, riaffermiamo la necessità assoluta di preservare l’onorabilità della stragrande maggioranza dei manifestanti pacifici. Bologna possiede le energie morali e materiali per rialzarsi prontamente e riparare le devastazioni fisiche subite dall’arredo urbano e dalle attività private. Tuttavia, la ferita più profonda inflitta alla convivenza civile potrà rimarginarsi soltanto attraverso una rinnovata riaffermazione della centralità delle regole democratiche e dello Stato di diritto. Il rifiuto categorico di ogni prevaricazione violenta e la difesa intransigente della legalità repubblicana rimangono i pilastri insostituibili sui quali la sinistra democratica deve continuare a edificare una società più giusta, equa e autenticamente solidale. Raffaele Amendola

