
La crepa rossobruna che incrina la Germania – MicroMega
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La Germania «americanizza» le pensioni: è una svolta storica
Esteri/Oriente-OccidenteSalva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati. La notizia che viene dalla Germania non è soltanto che il cancelliere Friedrich Merz ha salvato, almeno per ora, la sua coalizione di governo che sembrava vacillare. È possibile che abbia anche aperto una breccia nel modello sociale europeo. Nel compromesso raggiunto fra i cristiano-democratici della Cdu-Csu (il partito di Merz) e i socialdemocratici della Spd, c’è infatti una riforma delle pensioni che avvicina la Germania a un sistema misto: una parte continua a essere finanziata dai contributi dei lavoratori di oggi, un’altra verrà investita sui mercati finanziari e accumulata in conti individuali. È una svolta culturale prima ancora che economica. La previdenza finanziata «a ripartizione» – chi lavora versa contributi che vanno ai pensionati di oggi – è più diffusa sul Vecchio continente, mentre il sistema a capitalizzazione coi fondi pensione che investono anche in Borsa, ha un ruolo importante negli Stati Uniti. Un ruolo finanziario ma anche politico e valoriale. In America «la classe operaia è investita in Borsa», con conseguenze multiple. Il pacchetto concordato dalla coalizione tedesca contiene 34 misure: sgravi fiscali, norme sul mercato del lavoro, lotta agli abusi nell’assistenza, semplificazioni amministrative, incentivi agli investimenti. Molte sono utili, poche rivoluzionarie. La vera riforma strutturale riguarda la previdenza. Il governo si è impegnato a tradurre in legge, entro la fine del 2026, le 33 raccomandazioni presentate dalla commissione sull’assicurazione per la vecchiaia. È anche un armistizio politico. La Spd ha abbandonato una resistenza storica contro l’ingresso obbligatorio della capitalizzazione nel cuore del sistema pubblico. La Cdu ha accettato che la pensione statale resti il pilastro principale e che la transizione venga protetta con risorse fiscali. Entrambi i partiti hanno molte ragioni per evitare elezioni anticipate. Nei sondaggi, i socialdemocratici sono ridotti ai minimi storici e i cristiano-democratici vengono superati dalla destra radicale di Alternative für Deutschland. La stabilità non nasce da un improvviso amore fra alleati. Nasce dall’istinto di sopravvivenza. APPROFONDISCI CON IL PODCAST Questo non riduce l’importanza dell’accordo. La pensione è uno dei terreni sui quali le democrazie europee hanno dimostrato di essere più fragili. Toccarla significa confrontarsi con elettori anziani, sindacati organizzati, interessi consolidati, ideologie e paure non sempre legittime. Significa chiedere sacrifici oggi per evitare un dissesto fra venti o trent’anni, quando molti dei politici che decidono non saranno più al potere. È l’opposto dell’orizzonte elettorale. La Germania affronta lo stesso problema di quasi tutto l’Occidente: meno giovani, più anziani, vite più lunghe. Il suo sistema pubblico è fondato soprattutto sulla ripartizione. I contributi versati oggi dai lavoratori e dalle imprese finanziano le pensioni pagate oggi. Non vengono messi da parte per chi li versa. È un patto fra generazioni. Funziona bene quando la piramide demografica ha una base larga. Diventa oneroso quando la base si restringe e il vertice si allarga. L’aliquota della previdenza obbligatoria tedesca è attualmente il 18,6 per cento della retribuzione, divisa in parti uguali fra lavoratore e datore di lavoro. A questa entrata si aggiungono ingenti trasferimenti del bilancio federale. Il meccanismo è sotto pressione perché ogni nuova generazione di pensionati è numerosa e le coorti che entrano nel mercato del lavoro sono più piccole. Senza correzioni, la scelta sarebbe fra tre alternative sgradevoli: aumentare ancora i contributi, abbassare le pensioni, oppure versare nel sistema sempre più denaro proveniente dalle tasse. La commissione propone di uscire da questa trappola aggiungendo al sistema pubblico una «pensione legale a capitalizzazione». Ogni lavoratore avrebbe un conto individuale. Su quel conto confluirebbe un contributo aggiuntivo pari al 2 per cento dello stipendio, pagato per metà dal dipendente e per metà dall’impresa. Il denaro non verrebbe utilizzato per pagare gli assegni dei pensionati attuali: sarebbe amministrato centralmente e investito sui mercati, seguendo in particolare l’esempio svedese. O americano, anche se di questi tempi evocare gli Stati Uniti del Grande Satana è sconsigliabile… Comunque l’America conserva a fianco dei fondi pensione pure la Social Security, fondata nel 1934 da Franklin Roosevelt, che è una pensione pubblica universale tipo Inps. La distinzione è fondamentale. Nella ripartizione, il lavoratore accumula diritti politici e giuridici verso lo Stato. Nella capitalizzazione accumula anche un patrimonio finanziario. Il suo reddito futuro non dipende soltanto dai contributi dei figli e dei nipoti, ma dai rendimenti prodotti nel tempo da azioni, obbligazioni e altre attività. Merz lo ha detto senza giri di parole: la Germania avrebbe dovuto utilizzare il mercato dei capitali già da molto tempo. Il nuovo elemento sarà obbligatorio, non affidato alla buona volontà dei singoli. È una differenza essenziale rispetto a molte forme di risparmio privato, che finiscono per favorire soprattutto chi guadagna abbastanza, conosce gli strumenti finanziari e può rinviare una parte dei consumi. Qui l’analogia con l’America è inevitabile, che piaccia o meno. Il sistema pensionistico statunitense viene spesso descritto come uno sgabello a tre gambe: la Social Security pubblica, i piani previdenziali aziendali, il risparmio individuale. La Social Security resta un sistema a ripartizione, finanziato dai contributi dei lavoratori. Ma per una larga parte della classe media la pensione dipende anche dai conti a capitalizzazione: i 401(k) offerti dalle imprese, i conti individuali Ira, i fondi pensione. Nel 401(k) statunitense il dipendente destina una quota dello stipendio a un conto personale investito sui mercati. Spesso l’impresa aggiunge un contributo. Il risultato finale dipende dai versamenti, dalla durata dell’accumulazione, dai costi e dai rendimenti. Il dipartimento del Lavoro americano lo classifica infatti come piano «a contribuzione definita»: è certo quanto si versa, non è garantito quanto si riceverà. La Germania non sta privatizzando la previdenza e non sta copiando integralmente gli Stati Uniti. La pensione pubblica continuerà a essere dominante, almeno per un certo periodo. La gestione della nuova componente finanziaria dovrebbe essere centralizzata e regolata, non lasciata alla scelta fra migliaia di fondi commerciali. L’obbligatorietà riduce il rischio che i lavoratori a basso reddito, i giovani o i meno istruiti restino esclusi. In questo senso il modello assomiglia più alla Svezia che all’America. Eppure la direzione è americana: una quota crescente della sicurezza economica nella vecchiaia sarà collegata alla proprietà di attività finanziarie. Il capitalismo non sarà più soltanto il sistema nel quale il lavoratore produce. Diventerà anche il sistema dal quale riceve una parte della pensione. Per un partito socialdemocratico è una conversione notevole. La riforma tedesca non si limita alla capitalizzazione. Dopo il 2031 l’età pensionabile verrà legata in modo automatico, seppure graduale, alla speranza di vita. Due terzi dell’aumento della longevità dovrebbero trasformarsi in vita lavorativa, un terzo in pensione. Con le proiezioni attuali, fra il 2031 e il 2041 l’età ordinaria salirebbe di circa sei mesi, da 67 anni a 67 anni e mezzo. Non si tratta dunque, almeno per ora, di un brusco salto a 70 anni. Sarà inoltre abolita la possibilità di andare in pensione senza penalizzazioni dopo 45 anni di contributi, il vecchio privilegio noto come «pensione a 63 anni». L’età minima per il pensionamento anticipato con penalità, dopo 35 anni di contribuzione, salirà da 63 a 64 anni e in seguito sarà anch’essa collegata alla longevità. L’accesso al part-time di fine carriera verrà posticipato da 55 a 58 anni. C’è infine un obiettivo sociale: per un lavoratore con salario medio, il reddito netto complessivo dopo il pensionamento — pensione pubblica, aziendale e privata — dovrebbe raggiungere almeno il 70 per cento dell’ultimo reddito netto. Per i lavoratori meno pagati la percentuale dovrebbe essere più alta. Non è dunque soltanto un’operazione contabile. È il tentativo di rendere sostenibile una promessa di benessere. Il confronto con la Francia è istruttivo. Macron fece approvare nel 2023 una riforma molto più limitata: innalzare gradualmente l’età pensionabile minima da 62 a 64 anni. Il provvedimento provocò scioperi, manifestazioni, paralisi dei trasporti e una crisi politica permanente. Alla fine del 2025 il governo di Sébastien Lecornu, privo di maggioranza, accettò di sospenderne l’applicazione fino a dopo le elezioni presidenziali del 2027 in cambio dell’appoggio socialista alla legge di finanziamento della previdenza. In Francia è bastato proporre due anni di lavoro in più per incendiare il paese. In Germania una coalizione fra destra moderata e socialdemocrazia accetta di discutere insieme capitalizzazione obbligatoria, pensionamento più tardi, abolizione di canali d’uscita anticipata e ampliamento dei contribuenti. La previdenza a capitalizzazione contiene rischi. I mercati salgono e scendono. I rendimenti non sono garantiti. Le generazioni che entrano nel sistema durante una lunga fase negativa potrebbero essere penalizzate. La transizione costa, perché per molti anni bisogna continuare a pagare le pensioni correnti mentre una parte dei nuovi contributi viene accantonata. E il trasferimento del rischio dallo Stato all’individuo, evidente nel modello americano, può aumentare le diseguaglianze. Ma anche la ripartizione contiene un rischio, quello demografico. Se diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati, qualcuno deve pagare la differenza. Il mercato può deludere. La demografia può essere ancora più implacabile. Talvolta salvare lo Stato sociale significa cambiarlo. La Germania, paese che inventò con Bismarck la previdenza moderna, prova ancora una volta a riscriverne le regole. Merz, nonostante i ripetuti screzi con Trump, è culturalmente filo-americano. Conosce bene due punti di forza che collegano il sistema previdenziale ad altrettante qualità del modello Usa: i fondi pensione contribuiscono a finanziare il più ricco mercato dei capitali del pianeta e danno una marcia in più alle imprese, all’innovazione, alla crescita; inoltre generano consenso sociale diffuso, anche tra i lavoratori, verso l’economia di mercato. Non è poco.
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