
Riforma Rai. È peggio la toppa del buco
Rubriche
Con la riforma Rai, Telemeloni è per sempre
Italia
Rai, la maggioranza accelera sulla riforma. E le opposizioni temono le mosse di Calenda
POLITICAI relatori depositano gli emendamenti che riscrivono la governance: l’amministratore delegato sarà nominato dal Cda, il mandato salirà a quattro anni e salta il possibile taglio del canone. Intanto continua il boicottaggio della Vigilanza, ma nel centrosinistra non si escludono defezioni Mentre la Commissione parlamentare di Vigilanza Rai resta paralizzata, il centrodestra prova ad accelerare sulla riforma della governance del servizio pubblico. Ufficialmente per adeguare la tv di Stato all’European Media Freedom Act, ma anche per tentare di uscire da uno stallo che sembra ormai impossibile da sbrogliare. Se la Vigilanza non riparte e il centrodestra non riesce a trovare i voti necessari per superare il muro delle opposizioni alla nomina del presidente Rai, la riforma infatti potrebbe diventare l’ultima strada per superare il veto su Simona Agnes. La conferma arriva dai quattro emendamenti depositati oggi in Commissione al Senato dai relatori Roberto Rosso e Claudio Fazzone, entrambi di Forza Italia, che chiudono gli ultimi nodi rimasti aperti. «L’accordo nella maggioranza c’è», spiega Rosso, l’obiettivo è votarli martedì 4 agosto, ottenere il mandato ai relatori tra martedì e mercoledì e portare il disegno di legge in Aula a settembre. Gli emendamenti che riscrivono la governance Con l’intesa raggiunta si interviene sulle «tre questioni centrali» della riforma. La prima riguarda il ruolo del ministero dell’Economia. «Resterà in capo al Mef la nomina di due componenti del Cda, ma non dell’amministratore delegato, che sarà invece nominato dal consiglio di amministrazione», sottolinea Rosso. Una modifica che, aggiunge il relatore, serve a «togliere l’Ad dal controllo del governo» e ad adeguare la riforma alle regole europee. Il secondo emendamento allunga da tre a quattro anni la durata del mandato del consiglio di amministrazione. Il terzo elimina la norma che consentiva una riduzione fino al 5% del canone in casi eccezionali. «Ci fermiamo a dire che il budget pubblico della Rai non può essere ridotto, il taglio non è possibile», sintetizza ancora Rosso. Resta invece confermato, con un distinguo, il meccanismo di designazione del presidente della Rai. La nomina continuerà a dover essere ratificata dalla Commissione di Vigilanza, ma il quorum dei due terzi sarà richiesto soltanto nelle prime due votazioni. «Dalla terza votazione in poi sarà sufficiente la maggioranza assoluta», conferma il relatore. L’exit strategy della maggioranza Sulla Vigilanza Rai, intanto, tutto è fermo. Lo stallo ha spinto le opposizioni a far dimettere i propri commissari all’inizio di luglio e non sembra destinato a risolversi prima della pausa estiva, forse neppure dopo. Anche nella maggioranza, orientata a ricreare a prescindere la bicamerale come ricostruito da Open, cresce ormai la convinzione che difficilmente la partita sulla presidenza possa essere risolta con le regole attuali. Non solo perché il centrosinistra sembra intenzionato a mantenere la linea del boicottaggio, lasciando al centrodestra l’onere di ricostituire la Commissione, ma anche perché, una volta ricostituita, la maggioranza avrebbe comunque bisogno di raccogliere consensi oltre il proprio perimetro per ottenere la ratifica. Anche per questo l’accelerazione sulla riforma non appare casuale. L’obiettivo è mantenere il quorum rafforzato nei primi due scrutini, impedendo però che il veto possa protrarsi indefinitamente. Come detto, se la riforma entrerà in vigore, dal terzo scrutinio sarà sufficiente la maggioranza assoluta per sbloccare la nomina. A quel punto si potrebbe riaprire anche la partita sull’attuale Cda e sul rinnovo complessivo dei vertici. Lo stallo in Vigilanza Per il momento la Commissione, infatti, non è stata ricostituita. Dopo le dimissioni in blocco dello scorso 2 luglio, il centrosinistra continua a rifiutarsi di indicare i nuovi componenti, sostenendo che ricostituire la Vigilanza con le stesse premesse significherebbe semplicemente perpetrare lo stallo. Una tesi che Pd, Movimento 5 Stelle, Avs, Italia Viva e Azione hanno messo per iscritto nella lettera unitaria, frutto di una trattativa non semplice, inviata ai presidenti di Camera e Senato. Il documento spiega che la sostituzione dei commissari «non appare di per sé sufficiente ad affrontare le cause politiche e istituzionali» della paralisi e servono iniziative della maggioranza e del governo, a partire dal recepimento del Media Freedom Act. La mediazione del Pd, i sospetti su Azione Secondo quanto risulta a Open, il Partito Democratico in primis ha portato avanti una mediazione e un lavoro di cesello sul testo motivato da un’esigenza ben precisa: tenere dentro a tutti i costi il partito di Carlo Calenda. Non menzionare nelle missive i richiami del Colle, come invece chiesto dal M5s, ha garantito l’inclusione di Azione tra i firmatari, considerata il possibile anello debole del fronte delle opposizioni. Quella ricomposizione, insomma, ha garantito la tenuta della strategia aventiniana, almeno fino a oggi. L’unità formale, certificata dalle firme di Matteo Richetti alla Camera e Marco Lombardo al Senato, non ha però dissipato del tutto i sospetti. Nel centrosinistra continua infatti a esserci chi si interroga sulle future mosse dell’ex ministro dem, quando il dossier tornerà a scaldarsi dopo la pausa estiva. Nessuno mette in discussione la linea tenuta finora da Richetti, spiega chi ha seguito il dossier, ma resta l’incognita sulla posizione che assumerà il leader del partito, sospettato di «trattative parallele» con la maggioranza, quando si dovrà decidere se tenere il punto sul boicottaggio. Due voti per sbloccare l’impasse È proprio su questa faglia che si concentra l’attenzione della maggioranza. Con l’attuale composizione della Commissione, il centrodestra non dispone da solo dei numeri necessari per raggiungere il quorum richiesto per la ratifica della nomina. Un ostacolo che verrebbe meno solo se la riforma venisse approvata. Per questo ogni possibile crepa nel fronte delle opposizioni o la disponibilità di componenti esterni alla coalizione di governo potrebbe risultare decisiva. Insieme al partito di Calenda, osservato speciale è anche il gruppo Misto. Come ricostruito da Pagella Politica, Futuro Nazionale aveva chiesto di poter indicare un proprio rappresentante nella prossima Commissione, rivendicando di essere ormai la componente numericamente più consistente del Misto alla Camera. Scontata appariva la volontà di dialogare col centrodestra. La richiesta, però, si è poi scontrata con l’opposizione delle altre componenti del gruppo, in particolare Più Europa e le minoranze linguistiche, che in una riunione hanno deciso per la riconferma dell’esponente della Svp Dieter Steger. I commissari di Forza Italia Al momento, l’unico partito ad aver già formalizzato i propri nomi è Forza Italia, che ha confermato i commissari uscenti Maurizio Gasparri, Roberto Rosso, Rita Dalla Chiesa e Andrea Orsini, aggiungendo il senatore Mario Occhiuto grazie alla crescita numerica del gruppo parlamentare. Per il resto, salvo sorprese, tutto sembra ormai congelato fino alla ripresa dei lavori parlamentari. E quando il dossier tornerà sul tavolo, la riforma della governance potrebbe essere ormai a un passo dall’approvazione, cambiando definitivamente le regole del gioco.

La maggioranza accelera sulla riforma Rai: 'L'Ad nominato dal Cda'
sitoLa maggioranza accelera sulla riforma della Rai: l'accordo sui punti più discussi - finiti in parte anche nel mirino dell'azionista, il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti - è sintetizzato nei quattro emendamenti presentati in commissione Lavori Pubblici al Senato dai relatori, Roberto Rosso e Claudio Fazzone (FI). L'amministratore delegato non sarà scelto dal Mef ma dal Cda, il mandato del vertice salirà da tre a quattro anni, mentre sparisce la norma che avrebbe permesso al governo di tagliare del 5% il canone in casi eccezionali. Intanto in azienda gli occhi sono puntati sul Consiglio di giovedì 30 luglio, l'ultimo prima della pausa estiva: sullo sfondo resta il caso Ranucci, su cui sono in corso le verifiche del Comitato Etico, ma non è detto che l'Ad Giampaolo Rossi tragga le sue conclusioni nelle prossime ore. A rendere necessaria la riforma della Rai è l'adeguamento all'European Media Freedom Act, entrato in vigore già da un anno, che impone ai servizi pubblici europei di sganciare la governance dalle ingerenze dei governi. "Gli emendamenti - spiega Rosso - toccano tre questioni centrali. Allunghiamo da tre a quattro anni della durata del Cda, perché l'Europa chiede più tempo per applicare i piani industriali. Salta la riduzione del 5% del canone: stabilizziamo così il finanziamento pubblico, assicurando alla Rai certezza di risorse". Terzo punto, "forse il più importante: resterà in capo al Mef l'indicazione di due componenti del Cda, perché è giusto che il 'proprietario' sia presente nel board, ma non dell'amministratore delegato che sarà invece nominato dal Consiglio". Così, sottolinea il relatore, "togliamo l'Ad dal controllo del governo e ci adeguiamo all'Emfa". Quanto al presidente, resta confermato il testo base della riforma: viene nominato dal Cda, "ma deve essere ratificato dalla Vigilanza: le prime due votazioni con il quorum dei due terzi, dalla terza in poi a maggioranza assoluta". Una norma che permetterebbe di superare l'impasse che da quasi due anni blocca la nomina del presidente di Viale Mazzini. Entro venerdì a mezzogiorno vanno presentanti i subemendamenti. "L'impegno - dice ancora Rosso - è votare tutto in commissione martedì. La maggioranza è pronta, aspettiamo il parere del Mef che deve verificare che non ci sia ricaduta finanziaria, ma contiamo che possa arrivare in tempi brevi. Nella migliore delle ipotesi, tra martedì e mercoledì si potrebbe procedere con il mandato al relatore, in modo da portare la riforma in Aula a settembre". "Quello della maggioranza è in tutto e per tutto un trucco. Il controllo politico resta intatto: il Cda della Rai continuerà ad essere in mano all'attuale maggioranza. Alla faccia del Media Freedom Act", replica da M5s la senatrice Barbara Floridia, già presidente della Vigilanza, che punta il dito contro la premier Giorgia Meloni: "Il suo unico obiettivo è chiudere questo dossier il prima possibile, prima delle elezioni, per blindare il nuovo CdA e farlo a sua immagine e somiglianza qualunque sia il risultato delle elezioni". Anche per il capogruppo Avs Peppe De Cristofaro, "la destra vorrebbe costringere gli italiani a TeleMeloni per sempre. E possibilmente da prima delle prossime elezioni politiche". Evoca il "trucco" anche il presidente Fnsi, Vittorio di Trapani: "La presunta riforma della Rai consegna definitivamente il servizio pubblico ancora di più al governo". Risolto intanto il rebus Chi l'ha visto?, con il passaggio di testimone tra Federica Sciarelli e l'inviata Raffaella Griggi, si attendono in Rai le conclusioni delle verifiche del Comitato etico sul caso Ranucci e su quanto emerso dalle indagini che hanno spinto la procura di Roma a indagare Valter Lavitola per l'attentato al giornalista dello scorso ottobre. Sotto la lente, eventuali violazioni del Codice Etico. In azienda c'è massima cautela: il caso non è all'ordine del giorno del Cda di giovedì né è detto che entri nelle comunicazioni dell'Ad, anche se è probabile che se ne parli. Il giornalista, che si è detto "tranquillissimo", posta intanto su Facebook il suo "omaggio a Franco Di Mare, il direttore che amava Report, al punto di aumentare puntate e repliche e che mi aveva nominato vicedirettore", scrive, ricordando che per l'anniversario della nascita, il 28 luglio 1955, Rai Cultura ha riproposto oggi su Rai Storia il suo reportage Lettere da Sarajevo del 1995. Riproduzione riservata © Copyright ANSA
Seleziona una testata
per vedere l'analisi del frame