Minuzia e salmoni. Il vocabolario delle indagini è diventato pazzo
newsDa tempo il caso Garlasco ha varcato la soglia dei tribunali per trasferirsi stabilmente negli studi televisivi e nelle piazze digitali, portando con sé un intero vocabolario. Una (non troppo) tranquilla provincia lombarda è diventata così un laboratorio linguistico fra scienza e mito. L’asettica microlingua delle perizie è tracimata dai fascicoli, mescolandosi alla retorica televisiva e a un’immaginazione popolare oggi moltiplicata dal web. Mentre procure e difese tornano alle carte, fuori dalle aule ha preso forma il «garlaschese».L’ultima stagione ha parlato soprattutto genetichese. Il pubblico ha acquisito familiarità con l’«aplotipo Y», anzi con l’«aplotipo parziale misto», combinazione incompleta di marcatori del cromosoma Y condivisibile da uomini della stessa «linea paterna». La «compatibilità biostatistica» misura la forza della corrispondenza senza identificare, da sola, una persona. Il materiale prelevato dalle unghie di Chiara, definito «ungueale» o «subungueale», è stato descritto come «misto», «degradato», «parziale» e «non consolidato». Nel linguaggio comune sono entrati così il «profilo maggioritario» e quello «minoritario», il «DNA da contatto», la sua «persistenza» e il «trasferimento», diretto oppure mediato.Dalla dattiloscopia è arrivata l’«impronta 33», più precisamente la «palmare 33», presto abbreviata in «la 33». I consulenti della Procura di Pavia vi hanno individuato quindici «minuzie», cioè punti caratteristici utili al confronto fra impronte; quelli della difesa di Sempio sostengono invece che parte delle corrispondenze deriverebbe da «interferenze murarie» scambiate per «strutture papillari reali», sotto l’effetto di un «pregiudizio interpretativo». La consulenza della difesa parla di «forzatura geometrica» nella collocazione di alcune presunte minuzie. L’intonaco diventa così, secondo chi lo interpreta, semplice superficie, impronta o errore percettivo: è la «guerra delle perizie».Il garlaschese coltiva poi un piccolo museo di oggetti-simbolo, nel quale i nomi comuni acquistano la rigidità dei nomi propri. Estathé, Fruttolo, cereali e fazzoletti sono diventati in TV «frammenti di verità» e «oggetti parlanti». La «bicicletta nera da donna» non è più una bicicletta qualsiasi; il computer diventa quello dell’«alibi informatico», mentre marca e misura bastano a produrre le «Frau numero 42». Lo stesso meccanismo agisce sullo «scontrino di Vigevano» – ribattezzato, con fulmineo composto, «scontrino-alibi» – e sull’«intonaco grattato», saldato alla «33». Anche il dispenser del sapone, le Lacoste indicate da Stasi e il frammento del tappetino perdono la loro funzione quotidiana per entrare nell’onomastica del delitto. L’articolo determinativo li consacra; il complemento li rende irripetibili.Strappata all’uso comune, ogni cosa diventa quasi un feticcio probatorio, investito della promessa, ogni volta rinnovata, di consegnare finalmente la verità.Il camminare cambia nome a seconda della perizia che lo interpreta. Nel primo grado la camminata di Stasi viene letta attraverso la «strategia di evitamento», l’«evitamento inconsapevole» e la «memoria percettivo-motoria». Nell’appello bis il vocabolario cambia scala: compaiono gli «otto appoggi», l’«arretramento senza spostare il piede», la «captazione» e il «trasferimento» delle particelle ematiche.Il «mancato imbrattamento» delle suole, già centrale nei gradi precedenti, viene ora riletto attraverso simulazioni, probabilità e movimenti ritenuti poco naturali. Fra macchie da «lambire» e appoggi computati, il passo si trasforma in una minuziosa coreografia processuale.Anche le persone entrano nel garlaschese attraverso un’onomastica sospesa fra Bibbia, fisiognomica ed epica mediatica. Dalle intercettazioni affiora il «Grande Sodoma»; Stasi è stato – e in certa narrazione resta – il «biondino dagli occhi di ghiaccio», epiteto quasi omerico che trasforma un tratto fisico in un indizio morale, spingendosi oltre il più sfrenato Lombroso. Se in passato si parlava di «pista unica», più recentemente è emerso l’aggettivo «stasicentrico», applicato alle indagini per denunciarne la presunta e precoce concentrazione su Stasi, che in certa narrazione è rimasto il «biondino dagli occhi di ghiaccio». È proprio questa riduzione della persona a incarnare ciò che Simone Borile – criminologo e antropologo, docente e direttore del CIELS – definisce «vetrinizzazione del male». Nella sua lettura, volto e incarnato vengono esposti sulla scena pubblica e convertiti in indizi morali: gli «occhi chiari» si fanno «sguardo freddo», il pallore diventa il contrassegno di una presunta natura criminale. Ne deriva una «spettacolarizzazione di giudizi negativi assolutisti» che avrebbe mostrificato Stasi.Poi si apre il capitolo Sempio.Moleskine e appunti diventano «diari»; le frasi captate in automobile diventano «soliloqui» o, per la difesa, «dialoghi virtuali» privi di «natura confessoria». Dai vecchi messaggi firmati «Andreas» sul forum Italian Seduction affiorano «one-itis» e «palo secco»: il socioletto digitale delle comunità di seduzione, impasto di anglismi pseudoscientifici e metafore da spogliatoio, riletto anni dopo come possibile lingua del movente. Sempio denuncia intanto la «narrazione del mostro» e descrive il caso come una «soap opera» alla quale il pubblico crede di poter partecipare.Attorno al caso è proliferata una peculiare zoologia. Francesca Bugamelli, creator true crime nota come Bugalalla, chiama «salmoni» quanti, nella sua lettura, continuano a nuotare contro la corrente delle nuove indagini, riportando ogni elemento alla colpevolezza di Stasi. La metafora ha attecchito fino a generare la «guerra dei salmoni».Anche l’ornitologia ha il suo posto nel dizionario di Garlasco: dall’enigmatico «piccione» uscito da una mail della vittima ai fagiani dell’avv. De Rensis “entrati” in tv.Si chiuda dunque con i legali, che al garlaschese hanno consegnato idioletti ormai riconoscibili. Sul versante Sempio, Angela Taccia pratica una difesa colloquiale: il suo assistito «vive come ai domiciliari». Liborio Cataliotti preferisce il registro strategico-agonistico: ostenta il condizionale, paragona il processo a una «partita a poker», promette di giocare «in contropiede» e riduce la metaforica «pistola fumante» a una più innocua «pistola d’acqua». Prima di loro, Massimo Lovati aveva abbandonato il linguaggio del codice per quello del romanzo criminale: il «sicario», il killer «professionista», lo «007», l’assassinio di Trotskij assunto a paradigma del delitto su commissione, la Bozzola come punta dell’«iceberg» di una presunta organizzazione. Sul fronte Stasi, Antonio De Rensis costruisce un’icastica oratoria per antitesi e immagini: oppone l’«operazione realtà» all’«operazione spazzatura», invoca la luce contro l’«oscurantismo medievale» e rifiuta che il caso venga rinchiuso in una «stanza al buio».L’indagine diventa una «partita a scacchi», le cui mosse visibili non rivelano l’intera strategia. Poi c’è il De Rensis televisivo, riconoscibile dal «Veda...»: formalmente un imperativo di cortesia, in concreto una formula d’apertura con cui richiama l’attenzione, conquista il turno di parola e conduce l’interlocutore sul proprio terreno. Subito dopo compare spesso il vocativo – «Veda, Eleonora», «Veda, ingegnere» –, che personalizza la risposta e conferisce al dialogo il tono di un controesame. De Rensis formula domande alle quali risponde lui stesso, scandisce il ragionamento con «punto primo» e, prima di affrontare una questione, ne corregge spesso l’impostazione. Nella sua regia verbale anche l’immagine più laterale – il giardino, perfino i fagiani – può diventare argomento, metafora o diversivo polemico.Così, nel vocabolario sterminato di Garlasco, anche i fagiani hanno finito per entrare nel fascicolo. Questa volta soltanto in quello lessicale.

