La partecipazione dei giovani come questione democratica
ItaliaPerché la rabbia dei giovani non riesce a trasformarsi in un moto politico collettivo? Secondo Fabrizio Barca e Caterina Manicardi, rispettivamente co-coordinatore e ricercatrice del Forum Disuguaglianze Diversità, la ragione non sta in una manchevolezza delle nuove generazioni ma anzi in ostacoli concreti che queste si trovano a affrontare. I due autori hanno raccolto la loro indagine su questo tema nel saggio “Opportunità e ostacoli di un moto giovanile. La partecipazione delle nuove generazioni come questione democratica”, presentato ieri a Roma presso la biblioteca della Fondazione Basso. Il testo smonta un mito molto diffuso: quello dell’apatia dei giovani. Gli under 34 non sono disinteressati ai temi politici, anzi. Secondo le ricerche svolte, sono per esempio molto sensibili ad argomenti quali la crisi climatica o le disuguaglianze sociali. Quello che gli manca è la fiducia, sia verso il cambiamento in generale sia nella possibilità di portarlo avanti tramite le organizzazioni tradizionali. «C’è un grande impegno verso le azioni individuali, come il consumo consapevole ed etico, ma non verso quelle collettive, quali iscriversi a un partito o partecipare a un movimento», ha spiegato Manicardi. Barriere democratiche sono state individuate dagli autori, in un confronto con un altro grande momento di disagio giovanile nella storia politica italiana: gli anni Sessanta, quando quel malessere si era trasformato in perturbazione. «In quel periodo i giovani rigettavano la noia e una vita fatta di modelli tradizionali. Oggi invece si trovano immersi nello stress», ha chiarito Barca. In sostanza, le nuove generazioni sono paralizzate dalle alte aspettative e dalla richiesta di fare sempre di più. In questo stato d’animo, poi, si scontrano con ostacoli quali una forte precarietà economica e un cambiamento del senso comune, dominato ormai dal “brokenism”, ossia la convinzione che il sistema pubblico sia irrimediabilmente rotto. La politica per giunta non li aiuta. Secondo gli autori, le riforme degli ultimi decenni su istruzione, casa e lavoro non sono riuscite a rispondere alle richieste delle nuove generazioni. «Ci sono solo politiche monetarie, che non cambiano davvero la struttura del sistema perché non intervengono sulle cause – ha spiegato ancora Barca -. Non è stata modificata l’organizzazione del lavoro e non sono state create nuove opportunità. I singoli aggiustamenti finanziari non riescono a essere determinanti, perché si basano solo sull’individualismo. A mancare sono le prospettive». Ma la barriera più difficile da abbattere è probabilmente l’assenza di permeabilità del sistema organizzativo. I giovani percepiscono partiti e sindacati come chiusi, perché l’unico ruolo che gli viene concesso al loro interno è simbolico. A parere degli autori, per far sì che il destino delle nuove generazioni cambi, è necessario intervenire proprio su questo: «Le grandi organizzazioni politiche e sociali devono diventare porose, permeabili ai giovani», perché un’alternativa sia ancora possibile.

