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L’Imperium colpisce ancora
/lastampa/culturaIeri, su queste stesse colonne, Igiaba Scego ha commentato un video a dir poco sconcertante, ambientato in un’arena dell’antica Roma, che eleva al rango di princeps romano il più celebre militare in riserva del Paese. Quei pochi che non lo hanno visionato - sempre che non mentano - non si sono persi più di tanto. Per carità, il prodotto è tecnicamente ineccepibile (e vorrei vedere: hanno utilizzato Grok, l’intelligenza artificiale generativa sviluppata dalla società di Elon Musk). Solo che il prompt che lo ha generato è un po’ meno raffinato. Anzi, mi correggo: è stato volutamente impostato per un pubblico dai gusti semplici, se non ruspanti.
Vediamo infatti il Generale-Imperatore che, convinto dalla folla urlante assetata di sangue, rinuncia alla clemenza e dà il via libera a un baldo soldato che ucciderà Schlein, Conte & C. a colpi di falce e martello, strumenti di lavoro che i condannati “non hanno mai usato”. Ne volete ancora? Ecco che arriva un leone ruggente. Insomma, un imbarazzante guazzabuglio in cui, in una cornice hollywoodiana ispirata più a Spartacus: Blood and Sand che a Ridley Scott, le nostalgie reazionarie italiche si sommano a un populismo a un tanto al chilo.
Da storico di Roma dovrei scandalizzarmi, ma non ci riesco. In fondo, la creatività trash del videomaker vannacciano mi ha regalato un momento di buonumore (i politici giustiziati si sono divertiti un po’ meno). E poi questo video, che a breve sarà dimenticato, è il problema minore. Ben più preoccupante, semmai, è il rigurgito di un immaginario dell’antica Roma che sembra fomentare i bassi istinti di un certo pubblico.
Scego, che è cittadina romana, ha giustamente denunciato questo uso improprio di Roma antica: «Che ha portato le estreme destre di tutto il mondo a prendere Roma come modello e a usare simboli romani come propri. Ci si avvicina all’Impero perché l’ambizione è essere un impero ancora più grande e virile».
Dietro tutto questo vi è un equivoco, lo stesso che ha garantito il successo editoriale, solitamente impensabile per un libro su Roma antica, di Quando eravamo i padroni del mondo, dove l’uso della prima persona plurale sembra ammiccare proprio a noi italiani. L’autore, Aldo Cazzullo, non è certo di estrema destra, e comunque non è stato così ingenuo da riproporre nel libro il facile parallelo evocato dal titolo. Mettendo le mani avanti, il giornalista ha precisato: «Noi italiani non siamo i discendenti diretti degli antichi romani: ci siamo mescolati con molti altri popoli, dai barbari agli arabi. Ma dei romani possiamo rivendicare l’eredità».
Quell’eredità che il presidente Trump aveva rivendicato il 16 ottobre 2019, in occasione dell’incontro con Sergio Mattarella, facendo risalire ai Romani (con lo sconcerto della sua interprete ufficiale) la comune eredità culturale e politica dei due Paesi. Qualche tempo dopo, il 6 gennaio 2021, presso il Campidoglio di Washington, uno degli agguerriti partigiani del presidente uscente (e poi rientrato) è stato visto brandire un cartello con un fotogramma del film Il Gladiatore, che rappresenta il comandante romano Massimo Decimo Meridio in battaglia, dove però il volto di Russell Crowe, sostituito da quello di Trump, recava le eloquenti scritte: “il dado è tratto” e “Presidente Trump, attraversi il Rubicone”.
Sempre Cazzullo ha scritto «Roma vive nella nostra lingua, nei nostri palazzi, nei nostri pensieri». Il libro è uscito nel 2023, lo stesso anno in cui è esploso sui social il trend virale che esortava giovani donne -e uomini - a chiedere ai loro partner maschi «quante volte pensi all'Impero Romano?».
I risultati sono stati sorprendenti e, confesso, con un po’ di senso di colpa, mi sono compiaciuto per tutti i giovanotti che hanno risposto positivamente: «sì, certo che penso alla Roma imperiale, anche più volte al giorno, come se non ci fosse un domani». A ridimensionare il tutto ci ha pensato Mary Beard, che ha spiegato come l’Impero Romano, a cui quasi tutti gli uomini intervistati pensano assiduamente, «è solo un’immagine distorta, un mondo virtuale in cui il maschio tossico può assecondare le sue fantasie patriarcali»: una lezione da manuale di womansplaining. Così, gli stessi maschi che da piccoli giocavano alla guerra ora si fomentano di fronte alla carta della “massima espansione dell’Impero” all’epoca della morte di Traiano (117 d.C.), che eccita le loro brame di conquista.
Osserva Scego che «la Roma dei Musk e dei Vannacci semplicemente non è mai esistita. Roma, quella vera, traeva la sua forza non solo dalla guerra, ma dalle sue regole, dalle sue istituzioni, dal bilanciamento dei poteri, dall’inclusione dei suoi cittadini». Un’interpretazione corretta, anche se è bene ricordare che i Romani potevano essere spietati e crudeli. Nel suo libro di pensieri filosofici, l’imperatore Marco Aurelio ricorda: «Se avete mai visto una mano o un piede mozzati, o una testa tagliata e distesa in qualche modo dal resto del corpo - analogo è ciò che qualcuno fa a sé stesso, per quanto può, quando non accetta la sua sorte e si separa dalla società o compie qualche atto asociale» (Meditazioni 8.34).
Noto ai più come l’“Imperatore Filosofo”, Marco Aurelio fu in realtà un sovrano non meno spietato e guerrafondaio di tanti altri imperatori passati alla storia come “cattivi”: come mostrano i rilievi della Colonna Antonina, non disdegnava di mostrare estrema brutalità contro i nemici. Anche perché si trattava di “barbari”, che si potevano quindi trattare spietatamente senza per questo rinunciare alla propria humanitas. Probabilmente, il Generale Mediatico questo non lo sa.
La Roma dei suoi fedelissimi non è fatta di vera storia, ma di aforismi da bicipite, frasi fatte da tatuarsi rigorosamente in latino per fare bella figura, tipo: “Audentes fortuna iuvat”. Peccato che a pronunciarla, nell’Eneide di Virgilio, sia Turno, il re dei Rutuli destinato a essere trucidato da Enea. II Generale potrebbe replicare che Turno era un italiano doc, vittima della violenza di un migrante. Come risolvere questo cortocircuito?
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