La working class contro la crescita dei data center
OpinioniNegli scorsi mesi l’Fbi ha condiviso un opuscolo scaricabile che raccoglie 42 indicatori per riconoscere, e denunciare, l’«estremismo violento anti-tech». Attualmente gli Stati Uniti contano oltre 4.400 data center, più di qualsiasi altro Paese al mondo, non è un caso quindi che l’epicentro delle proteste globali sia proprio lì, organizzato sotto gli slogan «staccate la spina» e «i data center non creano lavoro». Lì la resistenza contro i data center sta esplodendo: in tre mesi i movimenti dal basso hanno bloccato progetti con un valore complessivo di 130 miliardi di dollari. Si tratta di 75 centri. Nel Wisconsin è anche passato un referendum, il primo su questo tema, volto a limitarne l’espansione. La misura, approvata ad aprile, impone ai politici locali di ottenere l’approvazione degli elettori prima di concedere vantaggiosi incentivi fiscali agli sviluppatori. Ciò non ha alcun impatto sul progetto “Stargate” da 15 miliardi di dollari di OpenAl e Oracle, già in corso nella città, ma secondo gli attivisti si tratta comunque di un importante precedente. Mentre, ad inizio giugno, nello Stato di New York l’Assemblea legislativa ha approvato il “Responsible data center development act”, che impone una moratoria di un anno sulla costruzione di nuovi centri nell’ambito degli sforzi volti a regolamentare meglio il settore. Certo, i data center sono indispensabili per Internet che non potrebbe esistere senza le unità di archiviazione, i computer di rete e i server che ospitano. Si critica però il boom, il fanatismo dei Ceo, la sconsideratezza con cui questo fantomatico progresso sta avvenendo. Il boom dell’Ia non ha nessun valore reale e di lungo periodo per la società: la cittadinanza paga i costi degli espropri così come dell’inquinamento idrico e acustico. Su questa spinta, in tutto il mondo, le comunità si stanno organizzando, in alcuni casi stanno persino vincendo e questo sentire è tutt’altro che a stelle a strisce. Ha anzi il potenziale di unire il malcontento delle classi lavoratrici che si sono formate per degli impieghi che nel frattempo sono stati assorbiti o erosi dall’Ia. Per esempio, nel 2021, Zeewolde, nei Paesi Bassi, ha bloccato la costruzione di un data center di Meta. Nel paese di Auchtertool in Scozia, un comitato di più di diecimila persone si sta opponendo alla realizzazione di un progetto da 5 miliardi di sterline che consumerebbe, secondo Action to Protect Rural Scotland, l’equivalente del 50% del consumo energetico di tutte le famiglie scozzesi. Anche a Brick Lane a Londra, c’è una forte opposizione contro la costruzione di un centro, per ora organizzata in petizioni e con il supporto del partito locale Aspire. Negli ultimi due mesi, si è rintensificata la presenza degli attivisti olandesi “Geef Tegengas” che hanno occupato e bloccato l’accesso al cantiere di un importante data center di Microsoft ad Amsterdam. La protesta è diretta contro un progetto da 1 miliardo di euro per la realizzazione di un data center nella zona dei Docklands occidentali della città. I manifestanti accusano Microsoft di trarre profitto da tecnologie legate al monitoraggio dei palestinesi nei territori occupati. Insomma: tecnologia tutt’altro che neutra e super partes, ma fulcro di uno scontro che vede da un lato super ricchi, Ia slop e fanatici Ceo e dall’altro cittadini indubbiamente radicalizzabili che non hanno nessuna intenzione di farsi espropriare e sostituire, mentre muoiono letteralmente di caldo.

