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Krystyna Muisy, dall’Ucraina all’Italia: “Senza permesso di soggiorno non vivi, ma grazie al progetto ‘Sip’ oggi respiro”
EsteriROMA – “In Ucraina ho fatto la fisioterapista per 14 anni, ho due lauree, ma dopo quattro anni in Italia è arrivato il momento di voltare pagina e riprendere l’università: voglio diventare psicologa. Ho già perso più di un anno e mezzo a causa della burocrazia italiana al punto che stavo per mollare tutto. Ma grazie al progetto Sip l’ho risolto, e oggi sono tornata a respirare”. Originaria di Zaporizhzhia, tra le regioni più colpite dopo l’occupazione russa della centrale nucleare, Krystyna Musiy è una rifugiata ucraina di 34 anni. L’agenzia Dire la incontra a Milano, dove conosce la sua storia: tra le sue passioni, oltre alla fisioterapia e al fitness, sono la filosofia, i romanzi – ormai anche in italiano, che studia con passione – la psicologia e i viaggi: “Nel febbraio 2022- ricorda- ero in vacanza in Italia quando la guerra è scoppiata e sono rimasta bloccata con solo una valigia”.
KRYSTYNA: “STIAMO PERDENDO UN’INTERA GENERAZIONE”
Nel primo mese del conflitto, Tokmak, la città più prossima al villaggio d’origine di Musiy, che dista un centinaio di chilometri dalla centrale, “è stata non solo bombardata, ma anche occupata. Troppo rischioso tornare“. Poi, la Russia ha varato una norma che vieta per 40 anni il ritorno degli ucraini che non intendono riconoscere la sovranità che Mosca rivendica sulle regioni occupate. Musiy riferisce: “Ho un’amica d’infanzia che era fuggita con la famiglia, solo il padre era rimasto. Poi lui è morto. Loro sarebbero voluti tornare per il funerale ma glielo hanno vietato”. La guerra tuttora infuria e così “appena costruiscono un cimitero, in poche settimane si riempie. Stiamo perdendo un’intera generazione“.
Restare in Italia allora per Musiy come tanti altri non è più una scelta ma l’unica opzione possibile. Le sfide, però, non mancano: la carriera della 34enne si scontra con l’impossibilità di riconoscere i titoli di studio ucraini in Italia e l’urgenza di pagare le spese: “Le mie lauree qui non valgono così ho dovuto accettare lavori diversi – gelataia, badante, segretaria, bibliotecaria, maestra di pilates e fitness, impiegata”.
IL NODO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO
Infine, Musiy trova un posto da impiegata. Ma proprio quando la stabilità sembra a portata di mano, arriva lo scoglio della burocrazia che porta con sé una serie di imprevisti: “Dovevo convertire il permesso di protezione temporanea in permesso di soggiorno per motivi di lavoro“, una procedura che può arrivare a richiedere sei mesi, ma che, racconta, per lei dura il triplo: “Ho inviato tutta le documentazione alla questura, che però ha fatto un errore sulla pratica. Mi hanno assicurato che avrebbero messo a posto le cose e invece dopo mesi, scopro che avevano perso i documenti. Sono andata non so quante volte a chiedere di sbloccare la situazione, ho pagato degli avvocati per mandare lettere. In un anno e mezzo non hanno mai risposto”.
Senza permesso di soggiorno, intanto, Musiy perde via via i suoi diritti: “Mi è scaduta la tessera sanitaria, la patente, il contratto di affitto ed è terminato il contratto di lavoro”. Senza documenti, nulla di tutto questo può essere rinnovato, un problema contro cui tanti stranieri e migranti si scontrano. “Per la prima volta nella mia vita- dice la donna- mi sono sentita completamente persa, ho sfiorato la depressione”.
IL PROGETTO SIP
Musiy cerca aiuto tra gli amici e un giorno qualcuno le parla del progetto Sip – Percorsi di supporto all’integrazione, promosso grazie a fondi europei dal programma Work Is Progress della Fondazione Soleterre insieme a Fondazione Avsi. Il progetto, con un approccio all’integrazione a 360 gradi, offre corsi di lingua e sostegno psicologico, legale-burocratico e di orientamento al lavoro. Musiy continua: “Mi hanno messo a disposizione un’esperta legale che ha risolto la questione in un paio di settimane. Poi ho usufruito del sostegno psicologico e dell’orientamento al lavoro, che sono stati fondamentali”. Riottenuto il permesso di soggiorno e riguadagnata fiducia nel futuro, Musiy riprende immediatamente in mano le cose: “Ho ricominciato a fare colloqui, cercare casa e poi ho deciso di prendere la laurea in psicologia. Conto di iscrivermi al più presto. A un certo punto- racconta ancora- mi sono resa conto che non voglio continuare a fare la fisioterapista: l’ho fatto per 14 anni e alla lunga è una professione molto faticosa. Mi sono detta: se devo ricominciare da zero, devo farlo in modo da non perdere altro tempo. Ma all’inizio non è stato facile, non avevo il coraggio neanche di parlarne con me stessa“.
KRYSTYNA: “È COME SE AVESSI RICOMINCIATO A RESPIRARE”
E’ grazie alla Job counselor di Work Is Progress, Maria Antonietta Bevilacqua, se Musiy riesce a “schiarirsi le idee”. “Maria Antonietta- spiega la 34enne- ha raccolto le informazioni che mi servivano e insieme abbiamo costruito un piano: per iscrivermi all’Università di Padova, devo ottenere il certificato di lingua italiana B2 e intanto far riconoscere i miei diplomi di laurea; spero di farcela entro il prossimo anno. Continuerò a lavorare per mantenermi agli studi, Padova è molto bella”. Musiy sorride: “Sono tornata ottimista, è come se avessi ricominciato a respirare“. In Ucraina, conclude, “E’ incredibile quanti giovani abbiano perso la vita inutilmente, mentre qui io ho sprecato un anno e mezzo. Non intendo che accada più”.
L’IMPORTANZA DI ASCOLTARE OGNI STORIA
Ancora alla Dire Maria Antonietta Bevilacqua conferma: “Krystyna, come molte altre donne ucraine parte del progetto Sip, ha grande determinazione e competenze. Tuttavia, quando una persona deve ricominciare da capo in un contesto nuovo, preoccupandosi della casa, del lavoro e delle incombenze burocratiche, può capitare che si dimentichi cosa sa fare e quali desideri ha, insomma, chi è. Il primo passo, dunque, è ascoltarle”. L’ascolto è il nodo centrale del lavoro del programma Sip, come conferma anche Stefano Sangalli, project manager di Avsi: “Il Sip punta a riattivare le vite delle persone ucraine vulnerabili, che sono perlopiù istruite e con un certo background culturale. La sfida è riuscire a capire quali passi possono fare per ritrovare stabilità e quindi favorire una loro piena inclusione sociale ed economica, che, non dimentichiamolo, è fondamentale per vivere bene”, conclude.
Sip – Percorsi di supporto all’integrazione e Supporto Psicosociale per Rifugiati Ucraini è finanziato dal Fondo Sociale Europeo Plus (Esf+) e realizzato tra Milano e Varsavia da Work Is Progress di Fondazione Soleterre con Fondazione Avsi, Avsi Polska e con il Migration Studies Centre Foundation (Obmf).
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