
Dopo il modello Milano
Politica
C'era una volta il «modello Spagna»...
Esteri/Oriente-OccidenteSì, c’era una volta il «modello Spagna», ricordate? Ancora pochi mesi fa... Spesso porta sfortuna essere additati a modello, nel caso della Spagna il crollo di credibilità è stato rapido e brutale. Su tutti i fronti. L’ondata di scandali per corruzione ha macchiato l’immagine del premier socialista Sánchez, implicando familiari stretti e compagni di partito. Poi si è inquinata la fama di «prima della classe» nella lotta al cambiamento climatico. Già in passato si era capito che l’ambientalismo ultrà non giovava agli interessi del Paese, quando si verificarono gravi blackout elettrici legati all’eccessiva dipendenza dalle rinnovabili. Col 2026 è arrivata un’estate di incendi devastanti e l’impatto dell’ideologia con la realtà è stato brutale. La realtà è che il cambiamento climatico – fenomeno incontestabile – non lo ferma la «virtuosa» Europa visto che la causa principale delle emissioni carboniche oggi è la Cina su cui abbiamo un’influenza pari a zero (salvo lasciarci incantare dalle sue favole bugiarde sulla «superpotenza verde che salva il pianeta»: in un anno ha aperto oltre 50 nuove centrali a carbone). Ridurre le emissioni è importante ma intanto, poiché il cambiamento climatico procede, bisogna soprattutto investire per proteggerci, adattarci, mitigare le conseguenze negative su di noi. Anche a costo di sospendere la «fatwa ambientalista» contro l’aria condizionata… Intanto la Spagna di Sánchez ha dovuto ricucire i rapporti con l’Algeria per aumentare le proprie importazioni di gas naturale (energia fossile). Un passo geopolitico che ha avuto anche un’influenza nello scatenare la crisi di Ceuta. (Sì, lo so che Ceuta è incollata al Marocco, ma leggete bene le cronache e scoprirete quanto c'entra pure il disgelo diplomatico Madrid-Algeri). Ora con la tragedia dei migranti illegali che invadono Ceuta si fracassa l’ultimo mito spagnolo: quello sulla bontà delle frontiere spalancate all’immigrazione. Si era vantato anche in quel caso il «modello Spagna»: un Paese che accogliendo un numero crescente di stranieri (ormai arrivati al 15% della popolazione residente) avrebbe trovato la formula magica della crescita economica. In effetti il Pil spagnolo cresceva più della media europea. Miracolo! Miracolo! Perché non fanno tutti come quel genio di Sánchez? La crescita del Pil è un argomento assai strano. Lo agitano, quando fa comodo per ragioni ideologiche, gli stessi che invece in altre occasioni idolatrano la «decrescita felice», per esempio invocando rigidità e iper-regolamentazioni ultra-ambientaliste che soffocano lo sviluppo economico. In quest’ultimo caso il Pil è un mostro orribile, disgustoso e materialista. Se invece a far crescere il Pil è l’arrivo di migranti dal Grande Sud globale, alleluia. Molti economisti – una casta tutt’altro che immune dalle ideologie – spesso si uniscono al coro di approvazione per la crescita del Pil drogata dall’arrivo di migranti. Perché la definisco «drogata»? Perché lo è. La contabilità nazionale è costruita su un’aritmetica molto semplice. Il Pil è l’aggregato dei redditi di tutti gli abitanti e del prodotto di tutte le imprese di una nazione. L’immigrazione, anche quando è illegale, fa aumentare la popolazione e quindi è automatico che faccia crescere il Pil. Ma è una crescita desiderabile, di qualità? Qui bisogna fare i conti con tutti i problemi che questa immigrazione illegale crea. L’impatto sulla distribuzione dei redditi è negativo: se gli stranieri illegali accettano di lavorare a salari inferiori alla popolazione residente (come accade di regola), allora arricchiscono i padroni che li reclutano ma impoveriscono le classi lavoratrici locali (soprattutto le fasce basse, quelle che fanno lavori simili ai migranti). Poi c’è il tema della sostenibilità sociale: se gli stranieri che varcano le frontiere violando la legge creano insicurezza, le tensioni sono inevitabili e ancora una volta ne soffrono di più i ceti medio-bassi: tutte cose ignorate dagli economisti che fanno ragionamenti astratti sul Pil. Poi c’è l’altro teorema bugiardo: «salveranno le nostre pensioni!». Fior di tecnocrati, sempre facendo i conti astratti a tavolino, continuano a raccontare questa favola: poiché noi facciamo sempre meno figli e viviamo sempre più a lungo, i conti della previdenza sono condannati alla bancarotta, e l’unico modo per sanare questo squilibrio è importare manodopera giovane. Cioè immigrati. È una balla colossale (a cui non abboccano Paesi in decrescita demografica come Cina, Giappone, Corea del Sud, tutti chiusi all’immigrazione), e non importa quanti accademici continuino a sostenerla per puro dogmatismo ideologico. Ne ho già scritto altre volte quindi riassumo. Primo, l’idea che gli immigrati finanzino le nostre pensioni presuppone che svolgano lavori regolari, quindi paghino tasse e contributi previdenziali. Questa non è la realtà dell’immigrazione clandestina che finisce soprattutto nel sommerso. Secondo, quando gli immigrati finiscono per integrarsi, anche loro col passare del tempo fanno meno figli, anche loro invecchiano più a lungo e incassano pensioni, quindi si ripropone lo stesso squilibrio. Allora bisognerebbe importare manodopera straniera all’infinito, fino a sovvertire completamente ogni equilibrio sociale, etnico, culturale dei Paesi riceventi. Agli accademici chiusi nei loro uffici non gliene importa nulla della sostenibilità socio-culturale, agli elettori invece importa molto e si vede. Infine, è un dato comprovato nella realtà che l’immigrazione clandestina «consuma Welfare» molto più di quanto contribuisca al suo finanziamento: venendo da Paesi poveri, con bassi livelli di istruzione e una sanità scadente, esercita una forte pressione sui sistemi scolastici e sanitari nonché sulle politiche abitative dei Paesi di accoglienza. Il Nord Europa scandinavo, quello che si era aperto per primo all'immigrazione, non a caso si è chiuso per primo. L'impatto con la realtà è stato duro. Insomma il geniale Sánchez, come si vede in questi giorni, non era altro che un piccolo Joe Biden in salsa iberica. Più giovane sì, più lucido no. Evoco l’ultimo presidente americano perché pure lui fu traviato da dogmatismi ideologici e provocò una grave crisi alle frontiere, facendo poi pagare il prezzo elettorale al suo partito e spalancando le porte della Casa Bianca all’orrendo Donald Trump. A differenza di Biden, i due leader democratici capaci di far vincere ciascuno due mandati consecutivi alla sinistra, cioè Obama e Clinton, avevano avuto atteggiamenti ben diversi sull’immigrazione: Clinton cominciò la costruzione del Muro col Messico; Obama fu protagonista di politiche dure di cattura e rimpatrio forzato (il famoso scandalo delle «gabbie per clandestini detenuti» scoppiò sotto Obama, non Trump). Del resto Obama aveva fatto la sua prima campagna elettorale del 2008 rinfacciando ai repubblicani l’eccessiva tolleranza dell’immigrazione clandestina sotto i Bush, «amici dei padroni». Clinton e Obama non erano un’eccezione, erano la regola: dai tempi di Roosevelt fino a quelli di Kennedy la sinistra per difendere i lavoratori era sempre stata severa sull’immigrazione. Come predicava nell’Ottocento un certo Karl Marx nel suo saggio «La questione irlandese». Tutto si è rovesciato con la sinistra radical chic, che i lavoratori li disprezza… se sono bianchi. Scivolo ancora dalla Spagna verso gli Stati Uniti per ricordare che quello americano è stato per decenni il modello più efficace di società multietnica. L’esempio estremo è la Silicon Valley: calamita dal mondo intero i migliori talenti, li fa entrare in America legalmente. Questi stranieri si integrano a gran velocità anche perché avevano adottato già prima di partire il «sogno americano» delle origini: meritocrazia, etica del lavoro e spirito di sacrificio, entusiasmo verso l’imprenditorialità e adesione all’economia di mercato. Chi ci ha vissuto come me sa quanto un ingegnere indiano o cinese in California sia «più americano degli americani» nell’aderire ai valori della nazione che lo ha accolto. Questa è immigrazione che funziona e arricchisce il Paese, non quella di Ceuta. Ma lo stesso modello americano è entrato in crisi quando la sinistra «woke» che condizionava Biden ha imposto un’ideologia ben diversa: altro che Sogno Americano, siamo obbligati moralmente ad accogliere tutti i poveri della terra perché la loro miseria è colpa nostra; e quando arrivano devono tenersi ben stretti i loro valori, le loro culture, le loro regole, in quanto sono moralmente superiori a noi. Questa è la ragione per cui perfino in America la società multietnica ha cominciato a generare tensioni gravi. Poi Trump ha scatenato le ignobili nefandezze dell’ICE, ma a portarlo alla Casa Bianca erano stati gli errori imperdonabili degli estremisti «woke». Di cui Sánchez è solo l’ennesimo emulo europeo. Ha scimmiottato l'America di Biden – e oggi di Mamdani – senza capire cosa stava facendo.
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