Da Roma a Copenaghen, l’asse che supera destra e sinistra: Meloni e Frederiksen portano rimpatri e frontiere al centro della nuova politica europea
PoliticaGiorgia Meloni guida un partito conservatore nato dalla destra italiana. Mette Frederiksen è cresciuta nella socialdemocrazia danese e governa uno dei Paesi più settentrionali dell’Unione. Le loro storie politiche sembrano destinate a procedere su binari distanti. Sull’immigrazione, però, Roma e Copenaghen parlano ormai la stessa lingua. Le due presidenti del Consiglio hanno affidato a un post congiunto il loro messaggio rivolto all’Europa. Si presentano come le sole donne alla guida di governi dell’Unione, provenienti da Paesi diversi per dimensioni e posizione geografica. Ad unirle è una linea precisa: contenere gli ingressi irregolari, rendere effettivi i rimpatri e trasferire parte della gestione dei richiedenti asilo fuori dal territorio europeo. «Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa», scrivono Meloni e Frederiksen. Nel testo citano la crescita della criminalità, la pressione sui servizi pubblici e la perdita di fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Una parte del documento riguarda gli stranieri privi del diritto di soggiorno che commettono reati violenti o partecipano al traffico di droga. Il loro allontanamento, sostengono le due leader, deve diventare rapido ed eseguibile. Il post arriva dopo la crisi di Ceuta, dove alla fine di luglio decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine tra il Marocco e l’exclave spagnola. L’episodio ha riaperto lo scontro europeo sulla gestione delle frontiere esterne e sulle conseguenze delle sanatorie nazionali. Ventidue governi hanno chiesto alle istituzioni comunitarie una risposta comune. Italia e Danimarca figurano tra i promotori dell’iniziativa. La collaborazione tra Meloni e Frederiksen ha un peso politico che supera il contenuto del messaggio. Per anni il rigore migratorio è stato identificato quasi esclusivamente con i partiti della destra europea. La Danimarca ha incrinato questa divisione. Sotto la guida socialdemocratica, Copenaghen ha ridotto gli ingressi, ristretto le condizioni per ottenere protezione e sostenuto il trasferimento delle procedure d’asilo in Paesi terzi. Frederiksen ha costruito parte del proprio consenso sottraendo il tema migratorio alla destra danese e collegandolo alla tenuta dello Stato sociale. In questa impostazione, un numero elevato di nuovi arrivi produce conseguenze immediate sui comuni, sulle scuole e sull’accesso agli alloggi. Il controllo dei confini entra così nel programma di una forza socialdemocratica come condizione per preservare il welfare. Meloni parte da una tradizione politica differente e arriva a una conclusione analoga attraverso il principio della sovranità nazionale. Le due traiettorie oggi si incontrano a Bruxelles. Il punto operativo è rappresentato dai return hub, centri collocati in Stati esterni all’Unione dove trasferire le persone destinatarie di un provvedimento di espulsione. Il progetto mira a superare uno dei principali limiti del sistema europeo: soltanto una parte degli ordini di rimpatrio viene eseguita, mentre molti migranti restano sul territorio comunitario anche dopo il rigetto della domanda d’asilo. Meloni ha già sperimentato l’esternalizzazione delle procedure attraverso l’accordo con l’Albania. Il progetto ha incontrato ostacoli giudiziari e un confronto serrato con i tribunali sul concetto di Paese sicuro. L’idea ha comunque conquistato spazio nelle istituzioni europee. La Commissione ha inserito i centri di rimpatrio tra le opzioni da valutare e diversi governi hanno iniziato a studiare accordi simili. Anche il presidente del Partito popolare europeo, Manfred Weber, chiede una tabella di marcia vincolante per creare gli hub nei Paesi terzi. Alla proposta affianca il rafforzamento di Frontex, che dovrebbe disporre di più personale e mezzi per intervenire lungo le frontiere esterne. Il sostegno del Ppe mostra quanto la linea promossa da Roma e Copenaghen sia entrata nel centro del dibattito comunitario. L’asse tra le due premier rompe anche le consuete alleanze tra famiglie politiche. Meloni appartiene all’area dei Conservatori e riformisti europei; Frederiksen siede nel campo socialista. Weber guida il Ppe. Sul dossier migratorio, esponenti di tre schieramenti convergono intorno a una politica fondata sulla protezione delle frontiere e sull’aumento dei rimpatri. La frattura attraversa ormai i singoli partiti e separa i governi favorevoli a misure più rigide da quelli che mantengono un’impostazione maggiormente aperta. Il contrasto emerge con particolare evidenza nei rapporti con Madrid. Il governo di Pedro Sánchez ha difeso la regolarizzazione degli stranieri già presenti in Spagna, motivandola con la domanda di lavoro e l’invecchiamento della popolazione. Diversi Stati temono che il permesso di soggiorno concesso da un Paese consenta in seguito di muoversi nel resto dello spazio Schengen. La recente crisi di Ceuta ha reso il confronto ancora più acceso. Il documento Meloni-Frederiksen tocca anche l’identità culturale. Le due leader dichiarano di voler proteggere il patrimonio cristiano europeo e collegano l’accoglienza alla capacità di aderire alle regole della società ospitante. Il messaggio congiunto inserisce così la gestione dei flussi dentro una domanda più ampia: quante persone può integrare ciascun Paese e quali condizioni deve chiedere a chi vi si stabilisce? Per Frederiksen questa posizione ha già prodotto risultati elettorali, riducendo lo spazio dei partiti anti-immigrazione danesi. Per Meloni rappresenta la prosecuzione in Europa di una promessa formulata durante la campagna per Palazzo Chigi. Entrambe hanno compreso che la politica migratoria incide sulla fiducia dei ceti popolari più esposti alle difficoltà dei quartieri periferici e dei servizi locali. L’efficacia dell’asse dipenderà ora dalla sua traduzione giuridica. I centri esterni richiedono accordi con Paesi affidabili, risorse economiche e procedure compatibili con il diritto europeo. Frontex può sorvegliare le frontiere soltanto attraverso il mandato assegnato dagli Stati membri. Le dichiarazioni di Roma e Copenaghen dovranno quindi diventare regolamenti approvati a Bruxelles e intese applicabili lungo le rotte migratorie. Il primo risultato politico, intanto, è già visibile. Una premier conservatrice del Mediterraneo e una socialdemocratica scandinava hanno sottratto l’immigrazione alla vecchia divisione tra destra e sinistra. La prossima battaglia si consumerà sulla mappa dei centri di rimpatrio e sui poteri da consegnare a Frontex.

