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Guccini, lo schivo montanaro che ha saputo interpretare più parti in commedia restando sempre sé stesso
CulturaIl direttore di questo giornale, uomo simpatico e feroce, mi chiede di non scrivere il solito coccodrillo “democristiano” sulla scomparsa di Francesco Guccini. Si intenda: qui democristiano nel senso di incensatorio, apologetico e quindi illusorio. Per assecondare questo suo desiderio potrei senz’altro usare le critiche più abusate e tuttavia solide che nel tempo sono state mosse contro il padre di tutti i cantautori. Il rimprovero maggiore rivolto a Guccini è stato quello di comporre musiche striminzite e ripetitive. E purtroppo è in larga parte vero.
L’idea dell’azienda Eko, di mettere in vendita una chitarra acustica a poche lire, dette a molti la possibilità di esercitare la propria creatività adolescenziale. Guccini ha cominciato così, e la musica che amava era il rock’n’roll di Bill Haley e Gene Vincent, o i pezzi melodiosi dei Platters. Poi l’ascolto di Bob Dylan lo ha portato a comporre canzoni con pochi accordi, sempre uguali a loro stessi, come dicono i detrattori. Eppure anche Gino Paoli ha sempre composto canzoni con quattro accordi, e nessuno ha mai avuto nulla da dire in proposito.
Francesco Guccini ha sempre avuto una certa grazia nel porgere ironicamente il suo lavoro e le sue canzoni. Poi sono stati gli anni ideologizzati della sua ascesa e il suo pubblico, composto per lo più da studenti ribelli e giovani Werther, a metterci sopra il carico di una certa pesantezza. Per esempio si potrebbe cominciare con un ricordo di Guccini, ascoltando alcune sue canzoni meno note e molto divertenti, partendo da Talkin’ Milano, una specie di rap ante-litteram, tratto dal suo primo album del 1966, o Il bello, tratto da Opera Buffa (una sorta di teatro canzone dieci anni prima di Gaber), dove si fa satira su una sorta di “milanese imbruttito” dell’epoca. E anche certe stilettate satireggianti lo hanno accompagnato per tutta la durata della sua carriera, che lui decise di interrompere nel 2012 pubblicando l’ultimo album in studio di canzoni originali, L’ultima Thule.
Ma Guccini è stato capace anche di raccontare cose leggerissime e profondissime. La canzone Radici, del 1972, è forse il testo più profondo della canzone italiana, sul legame con i luoghi e le tradizioni familiari, mentre la lunga cavalcata blues di Via Paolo Fabbri 43, fra krapfen e boiate, apparizioni di Borges e recensioni di Roland Barthes, è un pezzo da cabaret. Bizzarre sono anche le canzoni dedicate ad alcuni personaggi famosi (che sono sempre comunque estroflessioni del temperamento gucciniano), cioè Keaton, Don Chisciotte o Cirano, in cui l’autore si trova a tirar di spada contro tutti i gaglioffi contemporanei.
Con una certa propensione all’arditezza e all’incontro con il suo pubblico, Guccini ha anche interpretato con grande fiuto lo spirito barbaro dei suoi tempi. Basti pensare al testo de L’avvelenata, in cui parla di “gloria da stronzi”. Ma Guccini è stato anche scrittore, ha prodotto più libri che album musicali. Eppure la sua fama è stata talmente forte come il decano dei cantautori italiani che il resto viene offuscato da questa larga conoscenza.
Alla fine devo ringraziare il direttore per avermi tratto dall’impiccio di produrre una liturgia gucciniana. Ma l’omaggio più grande va a questo schivo montanaro che ha saputo interpretare davvero più parti in commedia, restando sempre sé stesso, con tutti i ripensamenti, le contraddizioni e i dubbi che lo hanno reso dolcemente vicino a coloro che hanno temperamenti malinconici e anche un certo fuoco dentro; quell’incazzatura che prende contro gli sbruffoni, i populisti e i biechi interessi di bottega. Grazie, Francesco!
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Alessandro Agostinelli
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