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Non chiamateli pronto soccorso: istruzioni per l'uso delle Case di comunità
OpinioniNon chiamateli pronto soccorso: istruzioni per l'uso delle Case di comunità
Dal 2 luglio 2026 le Regioni hanno comunicato l’operatività di 1.156 Case di comunità, un numero che supera la soglia minima stabilita dagli obiettivi del Pnrr (almeno 1.038 strutture rinnovate e tecnologicamente attrezzate). Sulla carta, dunque, il traguardo europeo è stato raggiunto. Nella pratica, però, la maggior parte degli italiani non sa ancora cosa siano queste strutture né quando convenga rivolgersi a esse.
Un sondaggio Swg pubblicato alla fine di giugno 2026 lo certifica: solo l’8% degli intervistati dichiara di aver utilizzato una Casa della Comunità; il 20% la conosce, ma non vi è mai entrato; il 30% ne ha soltanto sentito parlare; il 42% non sa nemmeno cosa sia. Ma cosa rappresenta una struttura che nessuno sa utilizzare? Il rischio è che rimanga un edificio formalmente aperto, ma estraneo alla vita quotidiana dei cittadini.
Che cos’è una Casa della Comunità
Partiamo dal principio: che cos’è una Casa della Comunità? Non è un pronto soccorso in miniatura e non è semplicemente lo studio del medico di famiglia. È un punto di accesso ai servizi sanitari e sociosanitari territoriali, nel quale il cittadino dovrebbe essere orientato verso il percorso più adatto senza dover sapere in anticipo a quale ufficio, ambulatorio o professionista rivolgersi.
Esistono due tipologie di Case della Comunità. Le hub sono le strutture principali, pensate indicativamente per un bacino di 40-50 mila abitanti, nelle quali devono essere garantite la presenza medica 24 ore su 24 e sette giorni su sette e quella infermieristica per almeno 12 ore al giorno. Le spoke sono strutture secondarie e più piccole, con una presenza medica e infermieristica prevista per almeno 12 ore al giorno e sei giorni su sette. Questo, tuttavia, non significa che tutti gli sportelli, gli ambulatori e i servizi della struttura siano disponibili ininterrottamente.
Per un cittadino è quindi importante sapere se la propria struttura di riferimento sia una hub o una spoke, quali siano i suoi orari effettivi e dove si trovi la hub collegata più vicina. Una verifica che può evitare di presentarsi di notte davanti a una struttura chiusa o di trascorrere ore al pronto soccorso per un problema che potrebbe essere gestito sul territorio.
Che cosa si trova davvero all’interno
Il decreto ministeriale 77 del 2022 e le successive linee di indirizzo prevedono nelle Case della Comunità hub un Punto unico di accesso, il cosiddetto Pua, l’assistenza primaria attraverso équipe multiprofessionali, la continuità assistenziale, l’assistenza infermieristica, le prestazioni specialistiche ambulatoriali, l’assistenza domiciliare, il punto prelievi, la diagnostica di base e il collegamento con il Centro unico di prenotazione.
Devono inoltre essere presenti forme di integrazione con i servizi sociali e sociosanitari. Le vaccinazioni, gli screening, i servizi consultoriali, la salute mentale e la neuropsichiatria infantile possono essere presenti, ma l’offerta effettiva cambia da Regione a Regione e persino tra strutture della stessa azienda sanitaria.
Quando conviene andarci
Il criterio pratico è semplice: la Casa della Comunità serve per bisogni sanitari non urgenti che possono essere gestiti sul territorio, evitando un accesso improprio al pronto soccorso. Non è però possibile dare per scontato che ogni servizio sia disponibile in qualsiasi momento.
Anche in una hub con presenza medica garantita 24 ore su 24, il Pua, il punto prelievi, gli specialisti e gli altri ambulatori possono avere orari specifici. Prima di recarsi nella struttura è quindi opportuno consultare il sito dell’Asl o telefonare per verificare che il servizio necessario sia effettivamente attivo.
Nelle Case della Comunità hub la presenza medica può essere assicurata anche attraverso il servizio di continuità assistenziale, un tempo chiamato guardia medica. Le modalità di accesso, tuttavia, possono cambiare: non è detto che ogni prestazione sia erogata direttamente, senza prenotazione e a qualsiasi ora.
Per chi convive con diabete, ipertensione o altre patologie croniche, la Casa della Comunità dovrebbe facilitare il coordinamento tra medico, infermiere, specialista e assistenza domiciliare, evitando il continuo rimbalzo tra Asl, ambulatori e uffici diversi.
Anche una medicazione semplice - se il servizio è presente e la ferita non richiede una valutazione urgente - può essere gestita sul territorio senza ricorrere al pronto soccorso. Quando invece il bisogno sanitario si accompagna a una necessità sociale - per esempio la gestione di un genitore anziano o l’attivazione dell’assistenza domiciliare - l’obiettivo è mettere in comunicazione, possibilmente nello stesso luogo, professionisti sanitari e servizi sociali.
In presenza di sintomi gravi o improvvisi - dolore toracico, difficoltà respiratoria, perdita di coscienza, sospetto ictus, emorragie importanti o traumi seri - il riferimento resta il 112 o il pronto soccorso.
Dal progetto di riforma all’accordo sulle sei ore
Il tallone d’Achille del progetto resta la carenza di personale sanitario. Per garantire una maggiore presenza dei medici di medicina generale nelle Case della Comunità, il governo aveva lavorato a una più ampia riforma dell’assistenza primaria, incontrando però l’opposizione di una parte dei sindacati e difficoltà politiche e contrattuali.
La soluzione è arrivata attraverso la modifica dell’Accordo collettivo nazionale della medicina generale. L’intesa, firmata il 23 giugno 2026 e approvata dalla Conferenza Stato-Regioni il 26 giugno, prevede per alcuni medici di medicina generale a ciclo di scelta l’obbligo di prestare fino a sei ore settimanali nelle Case della Comunità, dal lunedì al venerdì nella fascia compresa tra le 8 e le 20.
Le aziende sanitarie devono prima impiegare il personale convenzionato già titolare di attività oraria e distribuire tra gli altri medici soltanto il fabbisogno residuo. L’obiettivo è garantire nella fascia diurna la presenza di almeno un medico del ruolo unico di assistenza primaria. L’accordo non equivale quindi alla presenza continuativa del proprio medico di famiglia nella Casa della Comunità e non basta, da solo, a coprire l’intero orario di funzionamento delle hub.
Una sanità che non può essere soltanto medico-centrica
Il dibattito quasi esclusivamente concentrato sulla presenza dei medici rischia però di oscurare la natura multidisciplinare delle Case della Comunità. Queste strutture non dovrebbero essere semplici poliambulatori nei quali attendere una visita o una ricetta, ma luoghi nei quali più professionisti collaborano alla presa in carico della persona.
Tra le figure centrali c’è l’infermiere di famiglia e di comunità, chiamato a garantire continuità assistenziale, monitoraggio delle patologie croniche, educazione terapeutica e collegamento con l’assistenza domiciliare. Il fisioterapista è essenziale per la riabilitazione e per il mantenimento delle capacità motorie, soprattutto delle persone anziane. L’ostetrica svolge un ruolo nella prevenzione e nella salute sessuale e riproduttiva. Lo psicologo può contribuire a intercettare un bisogno di salute mentale in aumento, mentre l’assistente sociale rappresenta il collegamento tra le esigenze cliniche e le condizioni economiche, familiari e abitative della persona.
A queste figure si aggiungono le altre professioni sanitarie riconosciute in Italia, che sono complessivamente 31. Molte di esse rimangono poco conosciute dai cittadini nonostante possano svolgere un ruolo decisivo nell’assistenza territoriale. Uno dei nodi da affrontare riguarda quindi la piena valorizzazione delle competenze dei professionisti non medici, nel rispetto delle rispettive responsabilità. Un’organizzazione realmente multidisciplinare può alleggerire il lavoro dei medici, garantire una presa in carico più continuativa e offrire risposte più rapide alle persone con patologie croniche stabili.
Perché è importante conoscere la mappa del proprio territorio
In questo scenario la conoscenza diretta dei servizi disponibili può fare una grande differenza. È importante individuare la propria Casa della Comunità di riferimento, capire se si tratti di una hub o di una spoke, controllare gli orari effettivi e sapere a quale struttura principale faccia capo quella locale. Senza queste informazioni si rischia di presentarsi di notte davanti a una spoke chiusa oppure, al contrario, di ignorare che a pochi minuti da casa esiste un servizio territoriale capace di offrire una risposta senza ricorrere al pronto soccorso.
Il problema, tuttavia, non può essere scaricato soltanto sui cittadini. Regioni e aziende sanitarie devono pubblicare informazioni aggiornate, facilmente accessibili e comprensibili: indirizzi, orari, numeri di telefono, modalità di accesso e prestazioni realmente disponibili. Una riforma, per quanto finanziata e formalmente completata, se non viene comunicata, conosciuta e utilizzata correttamente rischia di cessare di essere un servizio pubblico e di trasformarsi in un’occasione sprecata.
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