Irpef al 33% fino a 60 mila euro di reddito, la promessa infinita: il governo ci riproverà ma i conti frenano
Economia/tassedi Fabio Savelli Nella prossima manovra si riproverà a estendere l’aliquota Irpef al 33%. Un’ipotesi ricorrente, puntualmente frenata alla prova dei conti pubblici: il nodo sono sempre le coperture L’attuale tassazione Irpef, elaborazione del Corriere della Sera La partita per l’ultima legge di Bilancio della legislatura è già cominciata. E con essa torna, per l’ennesima volta, una delle promesse fiscali più ricorrenti del centrodestra: allargare dal 50 mila a 60 mila euro la soglia di reddito a cui applicare l’aliquota Irpef del 33%. Un’ipotesi rilanciata ciclicamente negli ultimi anni, ma mai trasformata in una misura strutturale perché il nodo, finora mai sciolto, resta sempre lo stesso: trovare le risorse. Il tema tornerà sul tavolo a settembre, quando il quadro dei conti pubblici sarà più definito e il governo potrà fare i conti con le risorse effettivamente disponibili. Prima, però, ci sono diverse partite da chiudere, a partire dal confronto con Bruxelles e dall’utilizzo della flessibilità concessa dall’Unione europea sulle spese per difesa ed energia. Federico Freni, sottosegretario al ministero dell’Economia in quota Lega, dice al Corriere della Sera che è ancora «decisamente presto per poter parlare di fondi a disposizione per la manovra. Si tratta in ogni caso di macro scelte di allocazione che saranno prese dai leader nell’imminenza della manovra». Aggiunge il viceministro all’Economia, Maurizio Leo, che «è necessario l’assenso di tutte le forze di maggioranza. Ci si dovrebbe attestare tra i 2,5 e i 3 miliardi, ma i conti finali si dovranno fare con la Ragioneria». La misura potrebbe riguardare circa un milione di contribuenti compresi in questa fascia di reddito. lavoro e stipendi Il declino dello stipendio in Italia: perché è sempre più basso? Quali le soluzioni possibili? Cosa fare per gonfiare la busta paga di Ferruccio de Bortoli L’incognita dei conti pubblici A pesare sull’intero impianto resta, dunque, l’incognita dei conti pubblici. In particolare, quella legata al deficit del 2025 e alla procedura europea per disavanzi eccessivi. Il passaggio decisivo arriverà con le informazioni aggiornate sull’andamento delle finanze pubbliche, attese entro la fine di settembre. Solo allora sarà possibile capire quanto spazio di manovra resterà davvero. Nel frattempo, il catalogo delle richieste di ministeri e partiti della maggioranza continua ad allungarsi. La Sanità punta su nuove risorse per assunzioni e stipendi; il ministero delle Infrastrutture chiede fondi per strade e cantieri; il Mezzogiorno sollecita il rifinanziamento della Zes. A queste voci si sommano le spese indifferibili e, soprattutto, le richieste politiche che accompagnano tradizionalmente l’ultima manovra di una legislatura. La priorità dell’Irpef In questo affollamento di richieste, il governo ha però individuato alcune priorità. La premier Giorgia Meloni ha indicato ancora una volta la riduzione dell’Irpef, il sostegno all’occupazione e gli interventi a favore dei nuclei più bisognosi come i principali capitoli su cui concentrare il lavoro. L’obiettivo è estendere l’aliquota del 33%, oggi applicata al secondo scaglione, dai redditi fino a 50 mila euro a quelli fino a 60 mila. Sarebbe il terzo passaggio di un percorso avviato in questa legislatura con la riduzione da quattro a tre aliquote e proseguito con il taglio dal 35% al 33% della seconda aliquota. Un terzo passaggio però sempre tramontato. A chi andrebbero i benefici Il beneficio, come detto, sarebbe concentrato soprattutto sulla fascia di contribuenti tra 50 mila e 60 mila euro. In uno scenario base, senza considerare le variabili legate alla situazione personale del contribuente, il risparmio potrebbe oscillare tra circa 100 e 900 euro annui per i redditi compresi tra 51 mila e 60 mila euro, per arrivare a circa mille euro oltre quella soglia. Ma l'effetto non si fermerebbe a questa fascia. La modifica produrrebbe conseguenze anche sui redditi più elevati. Senza un tetto arriverebbero a beneficiare dell’intervento fino a 3,3 milioni di contribuenti. Perché chi sta sopra i 60mila euro vedrebbe una parte del proprio reddito dichiarato (quella appunto tra 50mila e 60mila euro) sottratta all’aliquota più alta del 43% e attratta a quella più bassa del 33%. Motivo per cui la legge di Bilancio 2026 aveva già previsto una sterilizzazione degli effetti del precedente taglio dell’aliquota per i contribuenti con redditi oltre 200 mila euro. Una soluzione che potrebbe essere riproposta, proprio per contenere il costo complessivo dell’intervento. Il nodo delle coperture Ed è qui che torna il problema irrisolto: le risorse. Le prime stime per l’estensione dell’aliquota del 33% fino a 60 mila euro indicano un costo nell’ordine dei 2,7 miliardi di euro. Una cifra che potrebbe salire, a seconda del meccanismo scelto e della soglia utilizzata per sterilizzare gli effetti sui redditi più alti. Il punto politico è quindi destinato a ripetersi anche quest’anno: il governo e la maggioranza rilanciano il taglio dell’Irpef per la fascia 50-60 mila euro, una misura più volte promessa e mai finanziata. Per trasformarla in norma servirà questa volta una copertura certa, dentro una manovra che dovrà distribuire risorse limitate tra fisco, sanità, investimenti, pensioni, occupazione e sostegno alle famiglie.

