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Vance in difficoltà, l’accordo con l'Iran che non decolla e gli attacchi dei falchi: «C’è chi vuole manipolare le idee degli americani»
Esteridi Viviana Mazza, da New York
Il numero due di Trump tenta di tenere insieme le varie anime della coalizione del leader
Anche se ci sono «buoni rapporti» con alcuni membri del governo israeliano, «ci sono senza ombra di dubbio alcune persone nel loro governo che stanno manipolando e cercando di cambiare l’opinione pubblica americana per continuare la guerra a tempo indefinito».
Lo ha detto JD Vance in un’intervista con il popolare podcaster Joe Rogan, parlando di come i «falchi» americani e israeliani cercano di far fallire i negoziati e l’accordo con l’Iran. Il ruolo del vicepresidente Usa nei negoziati gli ha attirato l’ira dei falchi pro-Israele, che lo definiscono «l’architetto» di un accordo che non affronta il programma missilistico iraniano, che limita le operazioni dello Stato ebraico in Libano, che prevede eventualmente miliardi di fondi per la ricostruzione dell’Iran.
Vance ha menzionato a Rogan un articolo della rivista Time che «elenca una serie di persone che sono state pagate da un individuo che ha lavorato in passato nella campagna elettorale di Trump (Brad Parscale, ndr) e che è a sua volta stato pagato da alcuni elementi del governo israeliano, che mi attacca in modo feroce... con post social, con leak (rivelazioni ai reporter, ndr)... Dicono che io sia influenzato dal Qatar o da altri governi stranieri, che prendo ordini da Tucker Carlson (podcaster del movimento Maga che si è allontanato da Trump a causa della guerra, ndr), mentre io sto cercando solo di arrivare a una soluzione per realizzare gli obiettivi del presidente».
Non è la prima volta che Vance critica il governo israeliano: il mese scorso, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, redarguì duramente i ministri del governo di Netanyahu che attaccano l’accordo con l’Iran, ammonendoli che Trump «è l’unico capo di Stato nel mondo intero che simpatizza con Israele in questo momento» e che «due terzi delle armi con cui Israele si è difeso sono state costruite con mani americane e pagate dai contribuenti americani».
Nelle scorse settimane ha ribadito questi concetti in molteplici interviste. Quello che è interessante nell’intervista con Rogan è che il vicepresidente, che tutti si aspettano di vedere in corsa per la successione di Trump nel 2028, sembra cercare di tenere unite le due fazioni della coalizione trumpiana che si sono divise sulla guerra in Iran: i falchi (pro-guerra fino al crollo del regime) e i Maga (contrari).
Vance si definisce un «ragionevole moderato» tra i fronti pro-Israele e anti-Israele. «Non se ne rendono conto, dicono che sono antisemita, non ho mai sentito una spiegazione convincente del perché. Quello che io dico è: guardate i sondaggi tra i giovani repubblicani, Israele sta perdendo la battaglia dell’opinione pubblica, come ha detto anche Trump. Israele è un alleato come la Francia e il Regno Unito e abbiamo disaccordi e accordi, aree con simili interessi e divergenze. Sto solo argomentando che il nostro rapporto deve essere basato su interessi comuni».
Anche quando Rogan gli chiede se gli israeliani siano di fatto riusciti a influenzare la decisione di Trump di entrare in guerra, Vance afferma che il presidente «separatamente dall’influenza israeliana, crede fortemente che l’Iran non dovesse avere un’arma nucleare, e io sono d’accordo con questo». Rogan insiste: «Trump avrebbe attaccato a febbraio anche senza l’influenza israeliana?». «Sì», replica Vance. E queste parole sono molto piaciute ad alcuni falchi pro-Israele. Il vicepresidente aggiunge che Israele non è l’unico Paese che cerca di influenzare la politica estera Usa. «Non mi dà fastidio che Israele cerchi di farlo, non mi interessa nemmeno che la Russia o altri Paesi ci provino... è la natura di essere un leader politico nel 2026».
E conclude: «Quello che mi dà fastidio è quando queste operazioni e queste campagne di influenza effettivamente influenzano il giudizio politico dei leader americani... Io metto gli americani al primo posto». Insomma, quello di Vance sembra un tentativo di tenere insieme la coalizione trumpiana dalla cui tenuta dipenderà anche il suo futuro politico.
Quando Rogan gli chiede se, avendo la possibilità di scegliere, Vance avrebbe attaccato l’Iran, il vicepresidente ricorda che lo stesso Trump lo ha definito «non entusiasta» di quella guerra, ma aggiunge che il suo compito non è di fare «il commentatore tv» ma di dare i suoi consigli al presidente e poi eseguirne la volontà. Vance crede che la fedeltà sia un tratto fondamentale che l’elettorato si aspetta dal vicepresidente. Trump ha scherzato che, se i colloqui con l’Iran vanno bene, «mi prenderò io il merito, mentre se vanno male darò la colpa a J.». Il suo ruolo nei negoziati è una delle più grandi scommesse nella sua carriera. Tutto dipenderà da come va a finire ma il suo calcolo sembra essere che è meglio stare sulla scena e tentare una risoluzione che gli americani desiderano perché non vogliono una guerra infinita.
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