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«Iraniani in piazza contro l’America per ordine degli ayatollah»
Mondotrue false «C’è un clima diverso adesso, più teso, meno speranzoso, decisamente cupo». A raccontarlo è Azam, 68 anni, che insieme al figlio Parviz ha appoggiato le proteste di gennaio ed ha sperato che l’intervento americano portasse davvero al crollo del regime. Dopo quasi sei mesi di guerra, però, e soprattutto dopo le ultime schermaglie internazionali, l’illusione è definitamente sfumata. «Anche chi fino a qualche settimana fa voleva la guerra e sperava che a lungo andare Trump avrebbe capovolto il gove

L’America può sbloccare Hormuz solo negoziando con l’Iran una coesistenza regolata
EsteriIl continuo stallo dello stretto di Hormuz sta diventando una tragedia politica per Trump, ma potrebbe rivelarsi un ottimo insegnamento per chi arriverà dopo di lui alla Casa Bianca. Il presidente degli Stati Uniti continua a sostenere che il passaggio sia completamente aperto, ma la realtà continua a smentirlo. L’Iran ne rivendica il controllo e pretende che le navi ottengano un’autorizzazione. Missili di Teheran hanno colpito due petroliere di Abu Dhabi, la Al Bahyah e la Mombasa, portando alla morte di un indiano, membro dell’equipaggio e causando altri otto feriti. Domenica soltanto sei imbarcazioni hanno attraversato lo stretto, il numero più basso delle ultime cinque settimane. Nessuna nave adibita al trasporto di gas naturale liquefatto risultava visibile. Molte delle petroliere e delle metaniere che continuano a transitare disattivano inoltre il sistema automatico di identificazione, il transponder, per rendere più difficile seguirne i movimenti e ridurre l’esposizione a possibili attacchi o sequestri. La guerra che avrebbe dovuto ridurre la capacità dell’Iran di condizionare il Medio Oriente ha invece consegnato a Teheran una leva economica alla quale non intende rinunciare e che Washington, nonostante la propria superiorità militare, non è riuscita a neutralizzare. Il memorandum firmato a giugno in Svizzera avrebbe dovuto aprire una finestra di sessanta giorni per negoziare un accordo permanente, ma la tregua destinata a sostenere quel processo è già saltata. I Guardiani della rivoluzione hanno dichiarato di aver colpito installazioni militari americane in Bahrein e Kuwait. Hanno inoltre rivendicato attacchi contro sistemi radar in Oman e contro depositi di carburante e munizioni in una base giordana. Gli Stati Uniti hanno risposto colpendo difese aeree iraniane, radar costieri e capacità missilistiche. Nel mirino sono entrati anche impianti per droni e piccole unità navali. Il Comando centrale americano sostiene di avere attaccato più di 300 obiettivi iraniani in tre notti, 140 dei quali nella sola operazione annunciata sabato. Questo stallo all’iraniana sembra difficile da sbloccare: entrambe le parti possono continuare a danneggiarsi senza riuscire a modificare in modo decisivo il comportamento dell’avversario. Come ne può uscire Trump? Il Foreign Affairs ha provato a rispondere a questo dilemma proponendo un cambio di prospettiva: smettere di considerare la caduta della Repubblica Islamica come il presupposto di qualsiasi intesa e cominciare a costruire una coesistenza regolata. La stessa cosa accaduta nella guerra del Vietnam. Dopo anni di tentativi, gli Stati Uniti riconobbero che la pressione non avrebbe cancellato il regime di Hanoi e che una normalizzazione graduale poteva servire meglio i loro interessi. Il riavvicinamento non richiese una riconciliazione politica. Cominciò con passaggi limitati, dalla riduzione dell’isolamento economico agli accordi consolari, fino al ristabilimento delle relazioni diplomatiche nel 1995. Secondo Foreign Affairs, una via d’uscita simile per l’Iran partirebbe da obiettivi più modesti di un grande accordo: mantenere aperto lo stretto, creare un canale stabile tra i due apparati militari e legare l’alleggerimento delle sanzioni a obblighi nucleari verificabili. C’è una differenza decisiva che potrebbe giocare a favore degli Stati Uniti: il riavvicinamento con il Vietnam arrivò dopo una sconfitta ormai irreversibile. Mentre Washington e Teheran sono ancora immerse nel conflitto e continuano a usare la forza per migliorare la propria posizione negoziale. Proprio per questo il primo obiettivo non sarebbe una normalizzazione diplomatica, ma la costruzione di un limite operativo alla guerra. Un collegamento diretto tra il Comando centrale americano e i Guardiani della rivoluzione ridurrebbe il rischio che un incidente nello stretto o un attacco contro una base producano una nuova sequenza di rappresaglie. Sarebbe il primo canale militare stabile tra i due paesi dalla crisi dell’ambasciata americana a Teheran del 1979. Ovviamente gli Stati Uniti non dovrebbero rinunciare a contrastare le attività iraniane che considerano destabilizzanti, ma abbandonare l’ingenua iidea che ogni pressione debba avere come obiettivo finale il cedimento del regime. Sanzioni mirate, verifiche internazionali e incentivi reversibili permettono di modificare il comportamento dell’avversario senza legare l’intera strategia americana a un cambio di governo che Donald Trump non è riuscito a provocare. Nessuno immagina ingenuamente una riconciliazione tra due governi separati da quasi mezzo secolo di ostilità. L’obiettivo più realistico sarebbe una coesistenza regolata, costruita attorno a limiti verificabili e canali capaci di resistere alle crisi. L’Iran resterebbe un avversario degli Stati Uniti e Washington continuerebbe a usare sanzioni e altri strumenti di pressione. Cambierebbe però la funzione di questi strumenti: non più mezzi per provocare il collasso della Repubblica Islamica, ma leve inserite in un sistema di regole destinato a contenere il conflitto. Un simile assetto dovrebbe impedire che ogni attacco locale produca una nuova escalation regionale e che lo stretto di Hormuz rimanga il punto attraverso cui Teheran può trasferire sull’economia mondiale il costo della propria vulnerabilità. L’accordo sul nucleare del 2015, voluto da Barack Obama e abbandonato da Trump nel 2018, offre il precedente più utile per capire come potrebbe funzionare una coesistenza regolata tra Washington e Teheran. L’Iran accettò di ridurre le proprie scorte di uranio arricchito, limitare l’attività delle centrifughe e consentire controlli internazionali più estesi. In cambio, gli Stati Uniti e le altre potenze coinvolte alleggerirono una parte delle sanzioni. L’intesa non risolse le altre dispute tra i due paesi e non trasformò la Repubblica Islamica in un interlocutore affidabile. Stabilì però un rapporto chiaro tra obblighi verificabili e benefici economici. Quando Trump ritirò unilateralmente gli Stati Uniti dall’accordo e ripristinò la politica della massima pressione era convinto che nuove restrizioni economiche avrebbero costretto Teheran ad accettare condizioni più severe, oppure avrebbero indebolito il regime al punto da metterne in pericolo la sopravvivenza. Le sanzioni provocarono danni pesanti, ridussero gli investimenti e limitarono le esportazioni iraniane, ma non produssero il risultato politico atteso. La Repubblica Islamica rimase al potere, tornò ad ampliare il programma nucleare e consegnò maggiore influenza alle componenti che avevano sempre considerato inutile il compromesso con Washington. Il problema non era la pressione in sé, ma l’assenza di una via d’uscita credibile. Nel negoziato del 2015 l’Iran conosceva le condizioni necessarie per ottenere un alleggerimento delle sanzioni. Dopo il ritiro americano, le restrizioni continuarono invece ad accumularsi senza che Teheran potesse sapere quali concessioni sarebbero state considerate sufficienti. In quelle condizioni, rispettare gli impegni perdeva valore politico. Per i dirigenti favorevoli al dialogo diventava più difficile sostenere che un accordo con gli Stati Uniti avrebbe prodotto vantaggi duraturi. Una nuova intesa dovrebbe evitare lo stesso errore. L’alleggerimento delle sanzioni dovrebbe procedere per fasi, in rapporto a impegni controllabili sul programma nucleare e alla sicurezza della navigazione. Le misure potrebbero essere ripristinate in caso di violazioni, ma i benefici dovrebbero diventare concreti quando l’Iran rispetta quanto concordato. Solo così Washington conserverebbe una leva efficace e Teheran avrebbe un interesse materiale a non tornare alla coercizione. Rimarrebbe comunque una fragilità politica che l’accordo del 2015 non riuscì a superare. Un’intesa sostenuta soltanto dal presidente americano in carica può essere cancellata dal suo successore, come Trump ha già dimostrato. Per durare, un nuovo accordo dovrebbe avere una base più ampia negli Stati Uniti e produrre risultati abbastanza visibili da rendere costoso smantellarlo. In Iran dovrebbe garantire benefici che la popolazione possa percepire, sottraendo argomenti a chi presenta ogni apertura verso Washington come una resa senza contropartite.

Tucker Carlson, il Vannacci d’America
EsteriLa rottura tra Tucker Carlson e i repubblicani riecheggia quella tra il generale e la Lega di Salvini. Il giornalista, con il salto in politica, di certo ha rotto molte uova nel paniere a Trump E se anche gli Stati Uniti avessero il loro Roberto Vannacci? Non è escluso che sia così. E il ruolo potrebbe andare a Tucker Carlson. Un tempo strenuo sostenitore di Donald Trump, il giornalista ha rotto con lui sulla guerra in Iran. E, a fine giugno, ha annunciato il suo rumoroso addio al Partito repubblicano. «I sondaggi ora parlano chiaro. Non sosterrei il Partito repubblicano, non c’è alcuna possibilità», ha affermato. «Ho votato repubblicano per tutta la vita, ho lavorato a Fox News. Sono stato un difensore costante del Partito repubblicano per 35 anni, ma ora non si può più difendere perché è immorale», ha aggiunto. «Se mi tiro fuori io, penso che lo faranno anche molte altre persone», ha specificato. Poco dopo, anche l’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene ha seguito le sue orme. «Sono troppo conservatrice per essere una democratica e troppo onesta e libera per essere una repubblicana. Ma sono una americana orgogliosa al 1.000%!», ha dichiarato. Un tempo anche lei ferrea sostenitrice dell’attuale presidente americano, l’anno scorso ha rotto i rapporti con lui per divergenze su Israele, inflazione e file di Jeffrey Epstein. Insomma, è un terremoto significativo quello che sta caratterizzando una parte del mondo Maga. Come detto, nonostante qualche attrito in passato, Carlson era uno dei principali sostenitori dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Addirittura, durante la Convention nazionale repubblicana di Milwaukee del 2024, il giornalista fu tra gli speaker che presero la parola nell’ultimo giorno della kermesse, poco prima che Trump tenesse il suo discorso di accettazione della nomination. È quindi interessante chiedersi quali siano le sue intenzioni per il futuro. Un’ipotesi è che, con l’addio all’elefantino, Carlson voglia confermare la sua immagine di comunicatore antisistema, per rafforzare le proprie iniziative editoriali. C’è tuttavia chi sospetta che il diretto interessato possa in realtà nutrire ambizioni politiche. Già sei anni fa circolò l’ipotesi che avrebbe potuto candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti nel 2024: un’indiscrezione poi non concretizzatasi. Lo scorso marzo, pochi giorni dopo l’inizio del conflitto con l’Iran, fu la stessa Taylor Greene a proporre il giornalista alla corsa presidenziale. «Trump non mette l’America al primo posto, mette al primo posto i finanziatori. Tucker batterebbe Trump se si candidasse alla presidenza e il presidente in carica tentasse di violare la Costituzione cercando di ottenere un terzo mandato», dichiarò. L’ex volto di punta della Fox, dal canto suo, ha nicchiato sulla questione. Nei mesi scorsi aveva negato di volersi candidare, ma non aveva neppure chiuso del tutto la porta a una simile eventualità. Poi, a fine giugno, è sembrato escludere categoricamente la sua discesa in campo. «Non ho intenzione di candidarmi alla presidenza», ha dichiarato. Sarà sincero? O si tratta di una strategia? Del resto, anche Vannacci, in passato, diceva di non voler fondare un proprio partito. E poi invece l’ha fatto, arrivando addirittura a superare – negli ultimi sondaggi disponibili – la Lega, la compagine che lo ha fatto eleggere a Bruxelles. E quindi? Quali sono le prospettive che Carslon potrebbe avere in una eventuale corsa per la Casa Bianca? Il 22 giugno, il sito di scommesse Polymarket attribuiva al conduttore il 5% delle probabilità di aggiudicarsi la nomination presidenziale repubblicana del 2028. Certo, la cifra non è alta e non stiamo parlando di un sondaggio vero e proprio. Tuttavia, nella classifica del sito, Carlson era dato al terzo posto dietro a JD Vance (38%) e a Marco Rubio (21%). Aspetto ancor più interessante, il giornalista veniva dato avanti rispetto ad altri nomi di peso del Partito repubblicano, come il governatore della Florida, Ron DeSantis, e l’ex governatore della Virginia, Glenn Youngkin. Insomma, un discreto seguito di trumpisti delusi Carlson potrebbe realmente attirarlo. E a quel punto potrebbero darsi tre scenari. Il primo è che corra da candidato indipendente (a inizio luglio ha anche annunciato di voler “aiutare a fondare un terzo partito”). Chiaramente sarebbe quasi impossibile per lui arrivare alla Casa Bianca, ma potrebbe comunque succhiare voti non solo al Partito repubblicano (rivolgendosi, per l’appunto, ai trumpisti scontenti) ma anche, con le sue posizioni critiche verso Israele, all’ala sinistra del Partito democratico. Tutto questo consentirebbe al giornalista di ritagliarsi il ruolo di terzo incomodo che fu di Ross Perot nel 1992: il miliardario che, con la sua discesa in campo, di fatto impedì a George H. W. Bush di essere rieletto. Un altro scenario è che possa candidarsi alla nomination repubblicana. Infine, una terza possibilità è che possa decidere di appoggiare Vance. Non dimentichiamo che il giornalista gode storicamente di stretti legami con l’attuale vicepresidente americano. E che fu tra coloro che, nel 2024, spinsero Trump a sceglierlo come proprio running mate. «Questo presidente ha completamente tradito i suoi elettori. E ciò lascia il vicepresidente, che era la speranza di molti di loro, me compreso, in una situazione terribile. E ogni giorno mi dispiace per JD Vance. Ogni giorno prego per lui. Lo considererò sempre un amico», ha dichiarato Carlson negli stessi giorni in cui annunciava l’addio al Partito repubblicano. Del resto, il giornalista vede nel vicepresidente l’anima originaria del trumpismo: l’anima, cioè, più scettica verso i coinvolgimenti militari all’estero e maggiormente attenta ai temi della reindustrializzazione e della tutela dei colletti blu. E qui veniamo alle cause strutturali che sono alla base della rottura tra Trump e Carlson. La questione è infatti ben più profonda di semplici dissapori personali. Per capire quanto accaduto, bisogna però fare un passo indietro. Durante i quattro anni dell’amministrazione Biden, il trumpismo ha effettuato una vera e propria “traversata nel deserto”. In questo arco temporale, sul ceppo originario del movimento sono venuti a innestarsi dei mondi che, originariamente ostili a Trump, si sono via via sentiti delusi dal Partito democratico: dalla Silicon Valley agli apparati della Difesa e della sicurezza nazionale. Ebbene, questa confluenza di correnti vecchie e nuove ha dato origine a un trumpismo 2.0 che è riuscito a riportare The Donald alla Casa Bianca nel 2024. Il punto è che, riconquistata la presidenza, tra le due anime dell’America First è cominciata una sorta di tensione dialettica: da una parte, la corrente originaria (quella meno propensa agli interventi militari all’estero e più attenta alla difesa dell’economia); dall’altra, la corrente innestatasi secondariamente sul trumpismo (costituita dalle grandi aziende tecnologiche e dall’alta burocrazia del Pentagono). Si tratta di due anime che in alcuni casi sono riuscite a convivere, in altri no. In questo contesto, il tycoon ha dovuto man mano fronteggiare scossoni di assestamento (si pensi solo alla sua lite dell’anno scorso, poi rientrata, con Elon Musk). È quindi all’interno di un simile quadro che va inserita la rottura tra Carlson e il presidente. Il giornalista ha infatti considerato la guerra in Iran come un tradimento del trumpismo originario. Fu del resto proprio Carlson, nel 2019, a dissuaderlo dall’attaccare la Repubblica islamica: un’offensiva che, all’epoca, era invece stata caldeggiata soprattutto, secondo il Guardian, dall’allora consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton. Insomma, il rapporto tra il presidente e il giornalista è saltato a causa delle trasformazioni profonde che attraversano il mondo Maga. Bisognerà quindi attendere che cosa accadrà nel futuro. Carlson si candiderà alla presidenza da indipendente o proseguirà la sua attività editoriale? La sua rottura con il Partito repubblicano è definitiva o transitoria? È possibile ipotizzare che, qualora Vance dovesse riuscire a chiudere onorevolmente la partita iraniana, possa esserci una ricucitura tra il giornalista e la Casa Bianca? È troppo presto per avere delle risposte. E così, mentre Vannacci valuta se allearsi o meno con il centrodestra, Carlson si tiene, per ora, le mani libere, sempre più convinto che il trumpismo si sia trasformato in un “mondo al contrario”.
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