Raffinerie sotto tiro, lo «spread del petrolio» su mercati e governi (fattore delle guerre in corso)
Esteridi Federico Fubini Questo spread si sta imponendo come un fattore delle grandi guerre in corso. Aumenta la differenza di prezzo tra greggio e benzina C’è una discrepanza nel mercato mondiale del petrolio ed è destinata a diventare uno dei fattori geopolitici rilevanti nei prossimi mesi. Essa viene rappresentata, nei grafici, come uno spread: uno scarto fra prezzi diversi sui mercati finanziari, simile a quello fra bond sovrani di Italia e Germania. Questa volta però, dietro la differenza fra titoli scambiabili, ci sono valori molto materiali. Da un lato il greggio così come viene estratto dal suolo, dall’altro i prodotti derivati da questo che entrano nei serbatoi di veicoli, navi, aerei. Questo spread si sta imponendo come un fattore delle grandi guerre in corso - nel Golfo come nel conflitto russo-ucraino - ed esse a loro volta portano alla luce vulnerabilità dei mercati mondiali dell’energia che pochi avevano notato. Perché lo scarto è vistoso, e crescente. Ieri il barile di Brent ha chiuso in Europa a 90,9 dollari, il livello al quale si trovava il 6 marzo scorso dopo una settimana di guerra. Invece la benzina, il carburante più pregiato prodotto dal greggio, ha continuato a viaggiare a una velocità diversa. Negli Stati Uniti il prezzo del gallone trattato al Nymex, la borsa merci di New York, ieri sera si aggirava su livelli del 30% superiori a quelli del 6 marzo scorso. In Italia alla rilevazione settimanale del ministero delle Imprese quotava invece a un prezzo del 18% superiore a quello del 6 marzo. In sostanza, i carburanti sono rincarati molto più della materia prima da cui sono fatti. Significa che in tutto il mondo le raffinerie hanno visto salire i loro guadagni, cioè la differenza fra il prezzo a cui comprano il greggio e quello a cui vendono benzina, diesel, jet fuel o gasolio marino. Questo aumento è lo spread che oggi conta, perché esso negli ultimi giorni ha superato anche il suo record storico di 64 dollari al barile registrato nelle fasi iniziali della guerra russo-ucraina. Ora il cosiddetto «3-2-1 Crack Spread» viaggia per la prima volta sopra i 69 dollari da almeno una settimana. Gli addetti ai lavori lo chiamano così perché la raffinazione implica la «rottura» della molecola dell’idrocarburo, mentre la formula del prezzo si basa su tre barili di greggio, due di benzina e uno di diesel. E il sovrapprezzo non si spiega solo con i soliti comportamenti opportunistici dei raffinatori e dei distributori (che pure non mancano). Ci sono anche cause sostanziali, legate alle guerre. Nel Golfo - nota Massimo Nicolazzi, docente dell’Università di Torino e uomo dell’industria petrolifera - non una sola raffineria ormai è indenne ai colpi di missili o dei droni: la capacità di produzione di carburante dell’area è scesa da dieci a sette milioni di barili al giorno, con una perdita del 5% dell’offerta mondiale. In Russia la risposta dell’Ucraina ai continui bombardamenti sui suoi civili ha messo fuori uso circa il 30% del potenziale di raffinazione, un taglio di un ulteriore 2% dell’offerta mondiale. Ciò tra l’altro espone Kiev alle recriminazioni di alcuni dei suoi alleati più riluttanti. Inoltre la Russia stessa, l’India e soprattutto la Cina, primo produttore mondiale, limitano ormai l’export di diesel. I grandi produttori industriali che ne hanno a sufficienza, non vogliono condividerlo. Infine c’è il caso degli Stati Uniti, nota l’ex capo del trading dell’Eni Salvatore Carollo: il più grande produttore mondiale di greggio consuma quasi 21 milioni di prodotti petroliferi di qualità al giorno, ma ne produce appena 13; e può importare solo dall’Europa - nota Carollo - perché i Paesi emergenti non producono benzina con criteri ambientali sufficienti. In questo l’America di Donald Trump dipende disperatamente dal vecchi continente. E ora le guerre in corso mettono a nudo tutte queste vulnerabilità e squilibri, esacerbando la crisi. C’è dunque un insieme di fattori dietro l’esplosione del «crack spread», che pesa sulle tasche alla stazione di servizio più di quanto non dica il prezzo del Brent. Il problema non andrà via tanto presto, prevede l’analista Giovanni Staunovo di Ubs. «A giugno l’offerta di carburanti era di circa sei milioni di barili al di sotto di un anno fa, poi la situazione aveva iniziato a migliorare - nota -. Ma sicuramente nelle ultime settimane è tornata a deteriorarsi».