Africa, il sorpasso della Cina è totale: 348 miliardi di scambi contro i 56 degli Usa, ma a pagarne il conto sono gli africani
EsteriMentre Donald Trump intesta ai dazi la sua guerra commerciale globale, in Africa la partita è già finita e Washington l'ha persa senza nemmeno giocarla fino in fondo. Nel 2025 il commercio tra Cina e Africa ha toccato la cifra record di 348 miliardi di dollari, un aumento del 17,7% su base annua che conferma l'intensificazione dell'attenzione di Pechino verso i mercati emergenti proprio mentre gli Stati Uniti alzano i dazi. Pechino scambia con l'Africa una cifra che è sei volte quella di Washington Le esportazioni cinesi verso il continente sono arrivate a 225 miliardi di dollari, contro 123 miliardi di importazioni dall'Africa: cinque soli Paesi, Sudafrica, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Angola ed Egitto, valgono il 43% dell'intero interscambio. Dall'altra parte dell'Atlantico, il quadro è impietoso. Secondo i dati ufficiali dell'Ufficio del Rappresentante commerciale USA (USTR), il commercio di beni tra Stati Uniti e Africa subsahariana nel 2025 si è fermato a 56,4 miliardi di dollari, con esportazioni americane per 22,8 miliardi e importazioni per 33,6 miliardi. Allargando lo sguardo a tutto il continente, includendo cioè anche il Nord Africa, le stime indipendenti non fanno che confermare la sproporzione: a novembre 2025 le esportazioni USA verso l'Africa avevano raggiunto 34 miliardi di dollari e le importazioni 37,8 miliardi, con un interscambio che negli ultimi dieci anni si è aggirato in media sui 70-80 miliardi annui. Il divario è ancor più netto anche in prospettiva: dividendo i 56,4 miliardi di dollari di interscambio con l'Africa subsahariana per i 5.590 miliardi di commercio totale di merci degli Stati Uniti nel 2025 — un record assoluto — si ottiene una quota di appena l'1% (elaborazione su dati USTR e U.S. Census Bureau). Per Washington, l'Africa resta, nei fatti, una voce marginale del bilancio commerciale, sostanzialmente a un livello simbolico. Fate il calcolo: Pechino scambia con l'Africa una cifra che è sei volte quella di Washington. E il divario non va restringendosi, va allargandosi. Mentre le esportazioni cinesi verso l'Africa sono cresciute del 25,8% e le importazioni solo del 5,4%, gli Stati Uniti hanno vissuto per mesi una vera e propria débâcle politica proprio sullo strumento che per 25 anni aveva sostenuto la loro presenza commerciale nel continente. Il caso AGOA: l'autogol di Trump Il 30 settembre 2025 è scaduto l'African Growth and Opportunity Act (AGOA), la legge firmata da Bill Clinton nel 2000 che garantiva l'accesso duty-free al mercato americano per migliaia di prodotti provenienti da oltre trenta Paesi africani. Nonostante il pressing di governi africani e imprese statunitensi per un rinnovo, l'amministrazione Trump si è limitata a esprimere sostegno generico a un'estensione di un anno, senza però impedire lo scadere del provvedimento, un evento in gran parte ignorato dai grandi media americani, oscurato dallo shutdown federale scattato lo stesso giorno. Il Congresso ha poi sanato la situazione solo il 2 febbraio 2026, con effetto retroattivo, ma nel frattempo l'expiry ha già avuto un costo misurabile: secondo l'International Trade Centre, l'insieme delle misure tariffarie del 2025 ridurrà le esportazioni dei Paesi beneficiari di AGOA dell'8% entro il 2029, con un ulteriore 0,6% (189 milioni di dollari) attribuibile proprio alla scadenza del programma, di cui 138 milioni concentrati nel tessile-abbigliamento. Non è un dettaglio da poco: mentre Pechino inondava il continente di pannelli solari — le importazioni africane di moduli solari cinesi sono cresciute del 60% su base annua, sfiorando i 15.000 megawatt — e finanziava infrastrutture per decine di miliardi, Washington lasciava scadere per mesi lo strumento più importante della propria diplomazia commerciale africana, salvo poi rattopparlo in emergenza. Il segnale politico, prima ancora che economico, è stato devastante. Il contrattacco: il Corridoio di Lobito Se c'è un fronte su cui Washington sta provando a correre ai ripari, è quello delle terre rare e dei minerali critici, ed è lì che si gioca la partita più delicata. Il Corridoio di Lobito, la ferrovia di 1.300 chilometri che collega il porto atlantico angolano al Copperbelt di Repubblica Democratica del Congo e Zambia, è diventato il banco di prova della strategia americana per contendere a Pechino il controllo delle catene di approvvigionamento di rame e cobalto. Gli Stati Uniti hanno già investito oltre 4 miliardi di dollari nel progetto, mentre l'Unione Europea, attraverso il proprio programma Global Gateway, ha mobilitato separatamente più di 2 miliardi di euro. Sul fronte americano, il passaggio chiave è arrivato a dicembre 2025, con un pacchetto di finanziamento da 753 milioni di dollari — di cui 553 milioni erogati dalla U.S. International Development Finance Corporation (DFC, l'agenzia di sviluppo finanziario del governo statunitense) e 200 milioni dalla Development Bank of Southern Africa — destinato alla riabilitazione della linea ferroviaria angolana. La stessa DFC ha messo nero su bianco l'obiettivo geopolitico dell'operazione: proteggere le catene di approvvigionamento di minerali critici per tecnologia e difesa ed evitare che vengano monopolizzate dalla Cina e da altri competitor strategici. Ma anche qui il confronto con Pechino ridimensiona l'entusiasmo americano. Dal lancio della Belt and Road Initiative nel 2013, la Cina ha investito almeno 170 miliardi di dollari in infrastrutture africane, e a novembre 2025 ha risposto punto su punto alla mossa occidentale: il premier Li Qiang si è recato in Zambia — prima visita di un premier cinese in ventotto anni — per avviare i lavori di ammodernamento della ferrovia TAZARA, un investimento da 1,4 miliardi di dollari destinato a triplicare la capacità di trasporto della linea e a creare un corridoio concorrente, questa volta rivolto verso est, rispetto a quello di Lobito. Il messaggio è chiaro: anche sul fronte delle materie prime critiche, dove Washington sperava di giocare d'anticipo, la Cina risponde colpo su colpo, e lo fa con un vantaggio infrastrutturale di oltre un decennio. Non solo numeri: la strategia Il divario non nasce però dal caso, naturalmente. La Cina è il primo partner commerciale dell'Africa da 16 anni consecutivi e ha costruito la propria presenza su un modello integrato: nel primo semestre 2025 le imprese di costruzione cinesi si sono aggiudicate in Africa contratti per 30,5 miliardi di dollari, cinque volte tanto rispetto all'anno precedente, mentre prestiti della China Development Bank finanziano ferrovie e infrastrutture da Lagos al Cairo. Gli Stati Uniti, al contrario, restano ancorati a un modello — quello di AGOA — nato nel 2000 e più volte messo in discussione proprio dall'amministrazione Trump, che lo considera poco compatibile con l'agenda "America First". Certo, resta il nodo dello squilibrio strutturale: anche il rapporto Cina-Africa è tutt'altro che paritario, con un continente che continua a esportare soprattutto materie prime e a importare manufatti a valore aggiunto: l'Africa pesa infatti appena l'1,5% sulla produzione manifatturiera mondiale, un dato che più osservatori indicano come ostacolo strutturale alla vera industrializzazione del continente. E qui si annida la vera ipocrisia condivisa da entrambi i concorrenti, USA e Cina: né l'uno né l'altro hanno alcun interesse reale infatti a finanziare la trasformazione dei minerali africani in Africa. Il Corridoio di Lobito (così come le rotte cinesi verso i porti dell'Atlantico e dell'Indiano), esporta rame e cobalto grezzi, non fabbriche, non raffinerie, non lavoro qualificato locale. Finché sarà così, il continente più ricco di risorse critiche del pianeta continuerà a essere trattato da tutti, senza distinzione di bandiera, come una cava a cielo aperto. E questa, altro che guerra commerciale, è la vera sconfitta che l'Africa continua a subire, silenziosa, bipartisan, e finora senza colpevoli.

