
In occasione del venticinquesimo anniversario dei fatti avvenuti a Genova nel luglio 2001, diverse testate e organizzazioni hanno documentato una serie di iniziative, dibattiti e riflessioni critiche. Gli eventi commemorativi si concentrano sulla memoria della repressione, sulle violenze delle forze dell'ordine (con riferimenti specifici alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto) e sull'omicidio di Carlo Giuliani.
Il programma commemorativo include una vasta gamma di attività organizzate da realtà come il Coordinamento Antifascista Torino e il Social Forum ReLoad. Le iniziative principali comprendono:
Le fonti evidenziano come il G8 di Genova sia oggi interpretato non solo come un evento storico isolato, ma come un punto di riferimento per analizzare le trasformazioni strutturali del mondo contemporaneo. Le riflessioni si articolano su tre binari principali:
1. La repressione: La documentazione delle violazioni dei diritti umani e delle sanzioni pecuniarie inflitte agli attivisti.
2. L'archeologia politica: L'analisi delle proposte alternative emerse durante il movimento dei movimenti come compendio di analisi strutturali valide per il presente.
3. Il bilancio del venticinquennale: Un confronto tra la "zona rossa" del potere e le dinamiche di protesta, con l'obiettivo di riflettere sulle disuguaglianze e sul restringimento degli spazi democratici.

Dialogo tra un padre e un figlio sulla verità dei fatti del G8 di Genova
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2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: bilancio di un venticinquennale molto speciale.
contenuti originali25. Solo un numero, una convenzione… E’ così importante che questo anniversario del g8 di Genova sia quello dei cinque lustri?… 24, 26, in fondo, che differenza fa? Eppure questo anniversario è diverso. Forse perché per questa scadenza convenzionalmente “speciale” si è voluta riprendere in mano con maggiore impegno una delle caratteristiche trascurate del g8 del 2001: il tentativo di argomentare e di fare proposte alternative. O forse perché il momento del confronto, dell’elaborazione e del ragionamento quest’anno si è svolto proprio nel Palazzo in cui gli otto “grandi” volevano ribadire che loro erano i padroni e noi i sudditi. O sarà stata l’indignazione per il genocidio a Gaza? L’esempio dei partecipanti alla Flotilla? La tracotanza dei fascisti? Le “nuove“ leggi repressive? Probabilmente tutte queste, e tante altre cose assieme. Ma è accaduto che domenica 19, sotto un sole che invitava ad andare ovunque, tranne che a camminare sull’asfalto di una città, migliaia di giovani si siano ripresi le strade di Genova. Il 19 luglio del 2001 si era svolta a Genova la marcia dei migranti, una delle prime volte in cui nuovi e vecchi italiani si erano allegramente mescolati in manifestazione, ignorando tutte le appartenenze. Nessun incidente di rilievo, tranne qualche faccia un po’ inquietante; ma l’allegria per le mutande stese dai genovesi per fare dispetto a Berlusconi avevano prevalso. Forse sono state le migliaia di giovani che il 19 luglio hanno attraversato le strade di Genova a rendere “speciale” anche il 20 in Piazza Alimonda. Non più solo l’incontro, giusto e doveroso, da parte di chi c’era; ma un ideale passaggio di testimone verso chi c’è oggi. E c’è rivendicando non solo i propri diritti, ma i diritti di quei sei miliardi (che ormai sono diventati otto miliardi) che cercarono allora di esprimere la propria indignazione verso i pre-potenti. “Anche se allora vi siete assolti, siete per sempre coinvolti”: il verso della Canzone del Maggio di De Andrè era solo una delle frasi più significative che i presenti in piazza Alimonda si portavano scritte addosso. Coinvolti con il genocidio di Gaza e con i tre morti al giorno sul lavoro; coinvolti contro le leggi sui migranti e contro i bassi salari; coinvolti contro la guerra. E poi la famosa “insicurezza”. Siamo insicuri, siamo insicure, dicevano e scrivevano i presenti in Piazza Alimonda. Se abbiamo un posto di lavoro, non siamo per niente sicuri di poterlo conservare. Dopo il “job act” chi viene licenziato/a senza giusta causa non ha diritto a riprendere il proprio posto di lavoro, ma riceverà una manciata di spiccioli. Se ci ammaliamo e non siamo ricchi, non siamo per niente sicuri di poterci curare. Le liste di attesa in sanità durano mesi, se non anni. Per chi ha soldi c’è la medicina privata. Per chi ne ha un po’ meno c’è l’intramoenia. Per chi è povero: “arrangiati”. Se andiamo al lavoro non siamo per niente sicur di tornare a casa la sera. In Italia muoiono ogni anno mille persone sul posto di lavoro. E fanno notizia solo se muoiono “in gruppo”, o se sono giovani donne, o sa le morte è particolarmente raccapricciante. Per gli altri, c’è il solito aggettivo: “inaccettabile”. Ogni tanto un’ora di sciopero. Ma l’indomani si torna al lavoro, e zitti. Se viviamo in zone a rischio sismico o idrogeologico, abbiamo ottimi motivi per sentirci insicuri. Le ultime frane sono state quelle di Niscemi, ma… saranno proprio le ultime? Quando respiriamo, non siamo per niente sicuri di respirare qualcosa di compatibile con la “salute”. Se è estate, i motivi di insicurezza sono legati al caldo anomalo, da anni, anche se esiste ancora qualcuno che si ostina a negare l’evidenza dei cambiamenti climatici. Non esistono piani di conversione dei combustibili fossili, accertati responsabili dei cambiamenti climatici. Ma si moltiplicano le iniziative repressive contro chi protesta. Sembra una beffa che ad ogni fermata d’autobus i display ci ricordino affettuosamente che è meglio che gli anziani e le anziane non escano nelle ore calde. Però si può lavorare fino a 70 anni… Se siamo giovani, l’insicurezza è il timore di non aver scelto il corso di studi “giusto” in grado diu garantire un posto di lavoro. Una volta ottenuto, l’insicurezza è mantenerlo, anche a danno della solidarietà e della collaborazione tra colleghi e colleghe Se siamo donne, il maggior motivo di insicurezza è statisticamente la persona che vive con noi, e che magari giura di amarci. Ma secondo le destre di tutte le sfumature, dal nero al grigio, l’insicurezza nasce dall’immigrazione. Secondo loro chi ci rende insicuri e insicure non sono il capitalismo, il patriarcato e i padroni. Sono le persone che stanno ancor peggio degli italiani che stanno peggio. E la soluzione non è “almeno un po’“ di giustizia sociale. E’ l’odio, il razzismo e la repressione. Piazza Alimonda è annualmente il luogo dove si ricordano le vittime della repressione: anche quella di uno stato che invoca la grazia per il gioielliere due volte assassino ma continua a torturare Alfredo Cospito, che non ha ammazzato nessuno ma non può tenere in cella nemmeno le foto dei suoi genitori. E a nessuno è sfuggito il collegamento tra la dignità dell’intervento dal palco delle figlie di Giuseppe Pinelli e la richiesta di verità e giustizia per l’ultima vittima della Repressioni di Stato, Abderrahim Fakir. Ormai è sempre più frequente che donne velate chiedano verità e giustizia accanto alle “nostre” madri e sorelle: ma l’ingiustizia rimane la stessa. Così, nell’esatto istante in cui Carlo è stato ammazzato, in una piazza ammutolita e commossa, si è aperto un enorme sudario con 18457 (diciottomilaquattrocentocinquantasette) nomi, rigorosamente scritti a mano: quelli dei bambini e delle bambine, ancora più piccoli di Carlo, assassinati da Israele a Gaza. Diciottomilaquattrocentocinquantasette, non diciottomila come a volte diciamo frettolosamente. Con nomi, cognomi e sogni che non diventeranno mai nomi, cognomi e sogni di persone adulte. di Norma Bertullacelli

G8 di Genova 25 anni dopo, Peter Gomez: "Oggi decide la finanza, la democrazia conta molto meno"
CronacaQuesto articolo è gratis. Per leggerne altri, ricevere le newsletter e avere libero accesso ai contenuti scelti dalla redazione Registrati “Venticinque anni fa decideva la politica, con la globalizzazione cambia tutto. Incomincia a decidere la finanza. I super ricchi sono tutti proprietari dei social media. Donald Trump ha rotto con Elon Musk, ma non ha tagliato i ponti con lui, perché non può permetterselo. È cambiato tutto, la democrazia conta molto meno”. A sottolinearlo è Peter Gomez, direttore del Fattoquotidiano.it e di Millennium e condirettore del Fatto Quotidiano, nel corso della presentazione, moderata da Amedeo Ciaccheri (presidente dell’VIII municipio di Roma) alla Villetta Social Lab a Garbatella, del numero del mensile Millennium che ricostruisce le violenza di Genova e gli effetti della globalizzazione. Sono passati venticinque anni dall’irruzione della polizia nella scuola Diaz, centro stampa e dormitorio per il Genoa Social Forum, dalla morte di Carlo Giuliani, ucciso da un colpo di pistola esploso dal carabiniere Mario Placanica, dalla ‘macelleria messicana’ della scuola Diaz e dalle torture nella caserma Bolzaneto. “È stata un’occasione persa per cambiare la sinistra in questo Paese. A Napoli c’era D’Alema, De Gennaro l’hanno nominato Amato e poi Monti, quindi dentro questo schema potevamo fare meglio e di più e invece ci fu un isolamento di quel movimento, con la diffidenza di partiti e sindacati, tranne Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti”, ha ricostruito Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura di Roma Capitale. E ancora: “Ci fu una distanza abissale, ma ci fu anche un’autosufficienza del gruppo dirigente del movimento, che non ha scelto di assumersi – come invece fatto da Syriza in Grecia o Podemos in Spagna, e in qualche modo anche le esperienze che poi arriveranno a colmare quel vuoto di sinistra in Francia con con France Insoumise – la responsabilità di fare una proposta politica, sociale e culturale al Paese. Questo è il mio rammarico: non ci abbiamo provato fino in fondo. Poi le questioni generali sarebbero rimaste tutte, però avremmo provato a contenere perlomeno questo assedio dei corpi che oggi c’è”. “Diaz e Bolzaneto dimostrano come la trasformazione dallo Stato democratico in Stato securitario era compiuta. I dirigenti del movimento hanno rifiutato secondo me questa verità, ovvero che a Genova la sospensione dello Stato di diritto non è stata altro che la concretizzazione di questo processo storico. Alcune leggi, penso all’immigrazione, portano i nomi di gente diciamo di sinistra. Così decisi di prendermi la responsabilità di raccontare quello che era successo dentro la scuola Diaz e a Bolzaneto perché quello che era successo era stato derubricato a mera repressione. Ma la repressione era un’altra cosa. La pratica della tortura applicata ad una massa di persone da una massa di poliziotti è un altro piano di discorso. Questo processo accompagna la trasformazione dei Paesi occidentali, che da paesi democratici diventano paesi securitari, in Paesi che da socialdemocratici sostanzialmente diventano iper liberisti”, ha aggiunto Daniele Vicari, regista del film “Diaz”, proiettato al termine del dibattito. “Cosa è rimasto? Certamente la paura per il clima che veniva paventata si è poi realizzata nella crisi climatica che viviamo, il discorso sulla migrazione, sulla necessità di internazionalizzazione dei diritti delle persone è una cosa che poi si è abbattuta sull’Europa con una forza terribile e che ha causato la morte di decine di migliaia di persone in questi 25 anni nel Mediterraneo. La paura embrionale per un internet libero, il potere degli oligarchi, il potere di quello che oggi potremmo definire il tecnocapitalismo, si è poi avverata con una potenza inimmaginabile 25 anni fa”, ha sottolineato anche Fiore Faustini, attivista del Csoa La Strada. “Era un mondo completamente diverso perché non c’erano gli smartphone, internet era visto come il luogo della libertà. Da Seattle, quindi dalle prime contestazioni ai grandi vertici nel ’99, arrivò l’idea di fare un sito che poteva diventare la casa di tutti i cosiddetti ‘mediattivisti’, perché in quel momento anche le telecamere e le macchine fotografiche digitali diventavano alla portata delle persone e quindi iniziò a espandersi l’idea di fare informazione. Questo progetto si chiamava Indymedia: permetteva, semplicemente scegliendo un nickname, di scrivere dei testi, vedere e caricare online delle foto e video, in un unico flusso. Erano i primi passi del citizen journalism. La narrazione del G8 per come ci è arrivata è stata possibile grazie a quello che si è creato, che è stato il Media center. Immagini che poi sono state determinanti anche all’interno dei processi”, ha raccontato Emanuela Del Frate, giornalista del “Domani”. “Durante le manifestazioni pro Gaza io mi sono accorto che i ragazzi che sono scesi in piazza, che sono quelli che qualcuno si illude di poter portare alle urne molto facilmente e che hanno salvato la Costituzione italiana pochi mesi fa, sono persone di grandissimo spessore. Questi ragazzi e queste ragazze non fanno una lotta per il potere”, ha concluso Vicari. Parole condivise da Faustini: “Se c’è un altro mondo possibile che vogliamo è uno più giusto, sicuramente è quello”.

A 25 anni da Genova 2001: il fallimento e la morte
LibriLa realtà irrompe in questo romanzo politico di Stefano Valenti (“Come farfalla a luglio”, Gramma Feltrinelli), ed è una realtà che molti hanno ancora negli occhi: i fatti di Genova del luglio 2001. Le giornate allucinanti delle manifestazioni del Movimento No global in concomitanza con il G8, degli assalti del black bloc, delle violenze delle forze dell’ordine, della morte di Carlo Giuliani, dei misfatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. La disumanità al potere. L’operazione letteraria è costruita su un doppio binario: da una parte il racconto crudissimo, “dal di dentro”, di quelle giornate; dall’altra il così intenso racconto dell’amico dell’autore, Francesco, intellettuale marxista tendenza eretica (Benjamin, Marcuse) e del suo progressivo declino spirituale e fisico, la malattia, fino al suicidio. Quel che Valenti delinea è il parallelismo tra la critica del mondo capitalistico, che ricomprende la straordinaria difficoltà di abbatterlo, e l’abisso in cui Francesco precipita. Genova è la saldatura fisica della doppia catastrofe, ed è catastrofe essa stessa. Il fatto che Francesco non riesca a concludere il suo romanzo-saggio sull'”implosione del capitalismo” è una dura metafora della storica “sconfitta” della classe operaia – è l’analisi di Valenti – surclassata dalla globalizzazione e anestetizzata dalla socialdemocrazia. A questi due livelli (Genova 2001 e la caduta di Francesco) se ne aggiunge un terzo che è un altro collante tra i primi due, e cioè le riflessioni politiche dell’autore: e questo, a parte le opinioni che si possono avere nel merito, è il punto più debole di “Come farfalla a luglio” (leggera variante di un verso di Rimbaud) perché in quei punti il romanzo si fa documento politico, con inevitabile mutazione dello stile letterario. Il romanzo allora diventa non più romanzo ma vita vissuta, cronaca giornalistica, accusa politica. Valenti non tralascia nulla. La cruda descrizione dei fatti di Genova e di Bolzaneto è forte, e quei nomi di luoghi – piazza Alimonda, dove morì “Carlo”, cioè Giuliani, che era loro amico – suonano ancora oggi sinistri. «Noi ci siamo recati in quella città a manifestare ma lì abbiamo finito col crepare. Tra tutti quelli che hanno manifestato a Genova, noi eravamo tra i più adatti a comprendere come meglio comportarci, che cosa significasse quel G8, eppure Carlo aveva compreso meglio di quanto avessimo potuto farlo noi. D’altra parte, noi viviamo ancora e Carlo no». Diaz, Bolzaneto. La “mattanza”. Pagine di orrore puro: «Giuseppe, un ometto che lamentava di essersi pisciato addosso, su quell’uomo era un precipitare di manganellate. Nel frattempo, dalla grata della finestra, sente gli agenti rivolgersi alle donne con un ‘Ora ti devo violentare, vecchia troia comunista’. E tra rivoli di sangue, tra urla femminili, Francesco dice di aver sentito un agente affermare che avrebbero dovuto stuprarle come avevano fatto in Kosovo». Dolori, umiliazioni. E poi le scene vivide della polizia contro i vari cortei spezzati da cariche improvvise. Botte, tante botte. «Ci hanno picchiato, presi a calci e manganellate, senza un perché». Questo è il punto. Perché? Tribunali e Parlamento hanno detto tante cose. Ma venticinque anni dopo quel “perché” non ha ancora una risposta compiuta. Quella violenza selvaggia non si spiega solo con quelli che Valenti definisce «gli orientamenti fascisti» presenti in pezzi dello Stato. Non tutto è chiaro, di quei giorni di Genova, e non lo sarà mai, probabilmente. Resta la sensazione di un colpo durissimo che assomiglia a un ko finale di quel Movimento, di quella battaglia. E della stessa carissima Genova, piegata in due. © Riproduzione riservata Mario Lavia
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