La Visitazione all'Aquila. Raffaello, Pontormo e il volto del Vangelo
itFino al 27 settembre il Museo Nazionale d'Abruzzo (MuNDA) riunisce eccezionalmente la 'Visitazione' di Raffaello, concessa dal Museo del Prado, e quella del Pontormo proveniente da Carmignano. Curata da Federica Zalabra e Tom Henry, l’esposizione racconta il passaggio dal classicismo al manierismo e mostra come la grande pittura riesca ancora oggi a dare forma visibile al racconto evangelico Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano Per secoli il Vangelo è stato letto anche con gli occhi. Non attraverso immagini nate per sostituire la parola, ma per darle un volto e un colore. È la sensazione che accompagna il visitatore uscendo dalla mostra La Visitazione all'Aquila. Raffaello e Pontormo, al Museo Nazionale d'Abruzzo (MuNDA). Piccola nelle dimensioni, raccolta quasi come una cappella, questa esposizione riesce in qualcosa che raramente accade: mostra come la grande pittura non si limiti a illustrare il racconto evangelico, ma riesca ancora oggi a renderne percepibile il mistero. Prima ancora delle opere, è il museo stesso a suggerire una chiave di lettura. La traduzione nella lingua dei segni durante la presentazione, la riproduzione tattile della Visitazione per i visitatori con disabilità visive e il libro illustrato per bambini raccontano un'idea di accoglienza che non è semplice servizio, ma parte integrante del progetto. È un invito a entrare in un racconto che, proprio come l'incontro fra Maria ed Elisabetta, appartiene a tutti. Locandina della mostra al MuNDA. Dal classicismo al Manierismo Poi la sala si apre. Le pareti verde scuro scompaiono nella penombra, dove due tavole monumentali sembrano irradiare luce propria. Da una parte la Visitazione dipinta da Raffaello nel 1517 per la cappella Branconio nella chiesa aquilana di San Silvestro - tornata eccezionalmente dal Museo del Prado di Madrid dopo quasi quattro secoli -; dall'altra la Visitazione del Pontormo, realizzata circa dieci anni più tardi e giunta da Carmignano prima di raggiungere la grande retrospettiva romana, in programma da ottobre alle Scuderie del Quirinale. Lo stesso episodio evangelico, appena dieci anni di distanza, due modi profondamente diversi di raccontarlo. Federica Zalabra, direttrice del MuNDA. Ascolta l'intervista a Federica Zalabra, direttrice del MuNDA Il confronto, spiegano i curatori Federica Zalabra, direttrice del MuNDA e lo storico dell'arte Tom Henry, tra i maggiori studiosi di Raffaello, non nasce per stabilire quale opera sia più bella, ma per vedere dal vivo ciò che normalmente si studia sui manuali. “È una cosa che si può descrivere nelle lezioni, si può scrivere nei libri, ma in questa mostra si vede”, osserva Henry. Per il co-curatore, il punto di partenza è la comune iconografia, ma il vero interesse nasce dalle divergenze. “La mostra offre la possibilità di valutare la grandezza di entrambi e, attraverso le differenze, capire meglio i due filoni dell'arte rinascimentale: il classicismo romano e il manierismo fiorentino”. Non un confronto per stabilire un vincitore, ma per osservare come, nel giro di appena un decennio, la pittura prenda una strada diversa. In un solo sguardo il visitatore assiste al passaggio dall'equilibrio del classicismo al linguaggio inquieto del manierismo. Leggi Anche 27/03/2026 Il MuNDA torna al Castello. L’Aquila ritrova la sua casa Sedici anni dopo il terremoto del 2009, mentre si avvicina il 6 aprile, data che ogni anno riporta la città a quella notte, il Museo Nazionale d’Abruzzo rientra nel Castello ... L'istante del Magnificat L'episodio, narrato nel Vangelo di Luca (1,39-56), racconta il viaggio di Maria verso la casa di Elisabetta subito dopo l'Annunciazione. Da queste poche righe nasce una delle iconografie più diffuse dell'arte cristiana. Ma la vera sorpresa della mostra è forse un'altra. Federica Zalabra legge il dipinto dell'urbinate come qualcosa di più di un semplice incontro fra Maria ed Elisabetta: “Io credo che quello non sia solo il momento in cui le due si incontrano, ma il momento in cui Elisabetta ha già detto: 'Benedetta tu fra le donne' e Maria sta per pronunciare il Magnificat”. È una lettura affascinante, sostenuta da precisi dettagli iconografici: il paesaggio aperto al posto della tradizionale casa di Elisabetta, il Battesimo di Cristo sullo sfondo, la mano della Vergine che si posa sul grembo. Più che descrivere un episodio, Raffaello sembra fermare l'istante in cui Maria prende pienamente coscienza del mistero che porta in sé. Ed è già in quel gesto, in quel volto di Elisabetta che perde per un attimo la compostezza ieratica per farsi stupore umano, che si intravede quella "cresta sottile del classicismo", per usare un'efficace espressione di Zalabra, destinata nel giro di pochi anni a cedere il passo al manierismo. A questa costruzione di significati partecipa anche la committenza. La cappella era dedicata alla Visitazione; la moglie di Giovanni Battista Branconio si chiamava Elisabetta; il Battesimo sullo sfondo richiama il Precursore e quindi lo stesso committente. Nulla è casuale: è il risultato di un programma iconografico colto, capace di legare devozione, storia familiare e invenzione artistica. Ascolta l'intervista a Tom Henry, professore di Storia dell'Arte presso l'Università di Kent, e Direttore del istituto di Kent a Roma L'enigma di Pontormo Pontormo sceglie un'altra strada, ed è qui che quella "cresta sottile" del classicismo cede definitivamente. La scena si svolge in una città riconoscibile come Firenze; accanto a Maria ed Elisabetta compaiono le ancelle, Giuseppe e Zaccaria. I colori vibrano, le forme si tendono in torsioni che non cercano più l'equilibrio ma lo mettono in discussione; Elisabetta stessa, come osserva Zalabra, non è più la donna raccolta di Raffaello, ma un corpo che sembra eccedere lo spazio che la contiene. L'enigma non è nel soggetto – lo stesso di sempre – ma nel modo in cui la pittura smette di rassicurare per inquietare: dieci anni bastano per mostrare una delle svolte decisive del Cinquecento. Testamento di Giovanni Battista Branconio dell'Aquila, 15 novembre 1522, Archivio di Stato dell'Aquila. Il segreto delle due tavole Il percorso si completa con il testamento di Giovanni Battista Branconio, documenti d'archivio, due disegni – tra cui uno attribuito a Giulio Romano – e il modello digitale che ricostruisce Palazzo Branconio. Materiali che restituiscono il contesto storico e la fortuna dell'opera, senza sottrarre forza al dialogo fra i due capolavori. Forse è questa la qualità più rara della mostra. Non il ritorno temporaneo di un capolavoro né il confronto fra due giganti del Rinascimento, ma la capacità di rendere presente un racconto che continua a prendere forma nello sguardo di chi osserva. La luce di quelle due immagini continua ad accompagnare il visitatore anche oltre la sala, perché affida al colore, alla forma e allo sguardo ciò che le parole, da sole, non riescono sempre a mostrare.
