Passare la pensione in paesi dove la vita costa meno è una forma di colonialismo?
notizieVedo molti nordeuropei che, una volta in pensione, si trasferiscono in paesi come il Portogallo o il Marocco. E so che alcuni statunitensi fanno lo stesso in America Latina. È legittimo dopo il pensionamento godersi il sole e un costo della vita più basso in un altro paese oppure si tratta di una nuova forma, edulcorata, di colonialismo?–Taimaz Szirniks Storicamente, il colonialismo si verificava quando uno stato si impadroniva di un altro territorio, di solito con la forza o per decreto. È una storia di dominio esercitato dal potere statale. Quando dei privati cittadini si trasferiscono all’estero dopo la pensione, lo fanno con il consenso del governo ospitante, non con i cannoni. Le società possono decidere chi ammettere, entro limiti morali e legali. Il diritto internazionale protegge i rifugiati che fuggono dalle persecuzioni, e i paesi rispettabili evitano discriminazioni ingiuste o la separazione delle famiglie. Al di là di questo, il controllo della residenza e della cittadinanza è una componente fondamentale della sovranità nazionale. Quello che fanno questi nordeuropei non è colonialismo, ma migrazione autorizzata. I pensionati che cercano un costo della vita più basso fanno semplicemente, su scala internazionale, quello che molti fanno a livello locale: trasferirsi dove le loro risorse valgono di più, come fanno per esempio i residenti di Boston che vanno in Florida in cerca di sole e risparmio. Gli effetti, però, sono complessi. In luoghi come il Portogallo, il Marocco o la Costa Rica, i pensionati stranieri portano capitale che contribuisce a far crescere l’economia. Il pil del Portogallo è aumentato anche grazie ai nordeuropei che si sono stabiliti nell’Algarve, il tasso di povertà assoluta del Marocco (secondo le misurazioni dell’Onu) è sceso dal 15 per cento del 2001 a meno del 2 per cento nel 2019, in parte per effetto della spesa dei cittadini europei, i pensionati statunitensi a Panama o in Messico alimentano l’occupazione nell’edilizia e nei servizi (inevitabilmente, alcuni si lamentano di essere ripuliti dagli abitanti del posto che li considerano dei bancomat). Ma c’è un rovescio della medaglia: aumentano anche i costi delle abitazioni. A Lisbona, con l’arrivo degli acquirenti stranieri, i prezzi degli immobili sono più che raddoppiati nell’arco di un decennio. In alcuni quartieri di città marocchine come Marrakech, il valore delle case si sta adeguando a chi dispone di euro e non a chi paga in dirham. Gli stessi problemi esistono nei luoghi preferiti dagli espatriati in America Latina: gli abitanti del posto faticano a tenere il passo con l’aumento degli affitti e dei prezzi dei terreni, perché i loro salari sono sensibilmente inferiori alle pensioni provenienti dall’estero. I governi stanno cercando di intervenire – il Portogallo ha modificato il programma dei cosiddetti golden visa per alleggerire la pressione sulle grandi città – ma i ceti medi del posto sentono ancora la stretta economica (e queste complicazioni non riguardano solo il rapporto tra il nord e il sud del mondo: basta parlare con gli abitanti di Dublino, Copenaghen, Reykjavík o Vancouver). Allora è giusto? Se i pensionati rispettano la loro nuova comunità, di per sé non provocano alcun danno. I paesi ospitanti possono introdurre norme, per esempio imposte sugli acquisti immobiliari degli stranieri o sugli immobili lasciati sfitti, per redistribuire la ricchezza e allentare le tensioni. In ogni caso, non sembra che tu abbia intenzione di accumulare proprietà. Per i singoli individui, l’importante è comportarsi da buoni vicini, non da nuovi padroni.





