“Il Sé digitale”, come cambia (e resiste) la mente umana nella società digitalizzata
Libri“Il Sé digitale”, come cambia (e resiste) la mente umana nella società digitalizzata | In In Libri | Di Di Andrea Aloi Condividi Facebook Twitter WhatsApp Email Se Papa Leone XIV nella cruciale enciclica “Magnifica Humanitas” ha inteso sollecitare le coscienze sull’incidenza sociale, etica e geopolitica della tecnocrazia con l’annesso potere digitale caratterizzato dall’Intelligenza Artificiale, nel prezioso “Il Sé digitale” Vittorio Gallese, ordinario a Parma di neuropsicologia e neuroscienze cognitive, affronta la digitalizzazione – schermi, IA, social – nei suoi rapporti col cervello e quindi col corpo umano. Rapporti profondi derivanti da una relazione tra il Soggetto e il dispositivo complesso del mondo dell’Immagine, schermi (pc, smartphone) e piattaforme comprese. Soggetto e dispositivo non analizzabili separatamente perché l’immagine non è solo qualcosa di neutro che si vede, ma qualcosa che ci vede e ci tocca e il visibile istituisce ciò che può essere visto e ciò che va escluso, negato, analogamente a quanto succede nell’industria del Big Data, presunta bandiera dell’oggettività in realtà deposito di luoghi comuni, selezioni razziste, semplificazioni impossibili con l’Umano. Ogni immagine con cui interagiamo è un atto politico, instaura un particolare regime estetico (nel senso di aisthesis: percezione). Analisi centrale nella riflessione di Leone XIV, sviluppata da Gallese con indicazioni critiche e di “resistenza” che partono da un assunto tacciabile erroneamente di materialismo: non si dà mente senza corpo, né esperienza senza relazione sensibile. E dunque: la digitalizzazione modifica la nostra mente? Quella roccaforte dell’individualità e del pensiero vista per millenni come “altro” rispetto al corpo? La risposta è sì. “Il Sé digitale” non è forse una lettura da ombrellone, ma con uno smartphone di fianco e qualche chiarimento grazie all’IA (certo, lo strumento è utile, demonizzare ormai è impossibile) si fa leggere con estremo interesse. Gallese parte illustrando la scoperta dei neuroni specchio più di trent’anni fa. Il nostro sistema motorio non è solo esecutivo, ma anche percettivo, “comprendiamo le azioni altrui, spiega, attivando internamente gli stessi circuiti che useremmo per eseguirle”. Ovvero: osservo il gesto di una persona che coglie ciliegie da un albero e il mio cervello si attiva in modo preriflessivo, cioè immediatamente, come se dovesse compiere la medesima azione. Di qui il concetto centrale elaborato da Gallese di “simulazione incarnata”, una comprensione intersoggettiva embodied, appunto incarnata. È la chiave per interpretare le trasformazioni dell’esperienza sociale dovute alla digitalizzazione. Prendiamo i dispositivi immersivi di realtà virtuale. Non c’è un interfaccia visivo esterno, bensì un ambiente reattivo e multisensoriale dove ogni movimento del nostro corpo modifica la scena virtuale che a sua volta restituisce stimoli uditivi, tattili olfattivi. Il corpo in azione valica il confine tra reale e virtuale. Uno studio scientifico (di Trabanelli, Akselrod, Fellrath pubblicato su “Nature Neuroscience”) ha inserito nello spazio prossimo di persone immerse in una realtà virtuale degli avatar infetti. Avatar, non esseri umani reali. Eppure hanno provocato negli individui cambiamenti nell’attivazione delle cellule linfoidi innate, rispecchiando le risposte immunitarie osservate nelle infezioni reali. Scienza, non fantascienza. La tecnologia ci offre – pensiamo ai vari ChatGPT, DeepSeek etc – l’illusione della compagnia senza le esigenze della relazione. Ogni gesto al computer, dallo scrollare al toccare, è un atto percettivo e motorio che produce risonanza nei circuiti neurali e trasforma, ad esempio, la relazione con l’immagine (non più semplice rappresentazione di un referente assente come traccia o simulacro ma presenza compiuta in se stessa) in una esperienza affettiva immediata, Un “evento sensibile relazionale” spiega Gallese. L’intelligenza artificiale è una grande simulatrice L’IA presenta rischi. E il più insidioso, non è che “ci sostituisca, ma che ci modelli: che ci spinga ad adattare le nostre forme di pensiero, relazione e linguaggio alla logica dell’algoritmo”. L’IA penetra nelle zone affettive dell’umano, simula emozioni, costruisce relazioni. Chatbot con cui interloquire, avatar empatici, accompagnatori virtuali, assistenti vocali non si limitano a simulare intelligenza, simulano relazione. Un reportage del New York Times del maggio 2024 raccontava di come giovani adulti e professionisti affermati avessero instaurato legami affettivi duraturi con IA da conversazione. Una gestione neoliberale del desiderio, perché chiacchierare con un interlocutore digitale mica è gratis. L’affettività algoritmica è al centro pure delle raccolte annuali di Spotify, dei “ricordi” ben confezionati di Facebook, degli slideshow di Google Photos, cronologie costruite per ingenerare nostalgia e familiarità, montaggi in cui non c’è spazio per la Vita, l’informe, il caotico, l’ambiguo. Il passato è riordinato per incrementare il coinvolgimento secondo i canoni della piattaforma: una normalizzazione narrativa della soggettività, una sua trasformazione/manipolazione attraverso la memoria, cuore dell’identità. Tocca reimbarcare i fondamentali: l’amore non è l’output ottimizzato dall’algoritmo, ma “un evento ontologico che” scrive Gallese “accade tra corpi, storie, silenzi e parole”, spazi emozionali inattingibili e irreplicabili da qualsiasi IA. L’analisi è condotta nel libro oltre ogni riduzionismo che riduce la mente al cervello nei suoi schemi computazionali e il cervello a ciò che le nostre tecniche possono misurare, perdendo così quanto di più specifico è nell’umano: l’esperienza del mondo “incarnata, situata, relazionale”. Tra le tecniche di indagine l’fRMI, la risonanza magnetica funzionale, è dirompente per la sua capacità di visualizzare l’attività cerebrale in tempo reale. La mente però non è solo una danza di neuroni. Un bambino sa praticare giochi simbolici (questo manico di scopa è un cavallo), sa “aumentare” la realtà. E il simbolico “è ciò che rende l’essere umano capace di trasformare il dato in possibile e l’esperienza in racconto”. Insomma, siamo organismi complessi e – questo può consolarci – irriducibili, incomprimibili, non semplificabili e, al fondo, inimitabili. La stessa IA generativa “sa” incrementare il sapere immagazzinato e inserirlo in un circuito di ulteriori relazioni, però manca di contesto, di esperienza, di intima affinità, di memoria viva. Non ha sovrabbondanze di senso, non ha scarti dall’ovvio (fosse pure un ovvio logicamente irreprensibile entro la logica dell’IA). Il diritto all’imperfezione contro i pregiudizi Non si tratta comunque di opporsi alla tecnica, ma di abitarla criticamente, facendo proprio il pensiero che quando confondiamo la simulazione con l’essere, perdiamo qualcosa della nostra umanità. La coscienza non è un’opzione tecnologica e questo è un altro messaggio lanciato a genitori e insegnanti. Consideriamo il tema della visibilità, così urticante nell’adolescenza. I filtri abbellenti su Instagram e TikTok sfornano una standardizzazione dei tratti somatici, figure levigate, emotivamente leggibili, pronte al consumo visivo, un’estetica dell’omologazione non neutra, perché traduce un modello normativo di visibilità che penalizza corpi e volti non conformi, dissonanti. Ti vedo se sei decifrabile, desiderabile, compatibile con la grammatica affettiva (falsa) della piattaforma La soggettività è un esercizio, potrebbe/dovrebbe diventare sempre più attivo e consapevole. Qualsiasi interfaccia digitale può essere chiusa, limitata a produrre contatti lucrativi oppure lenta, aperta, esplorativa, si tratta di scegliere e saper scegliere. Tra corpo e immagine si può generare un diverso mondo possibile, questione non solo estetica, ma ontologica, riguardante cioè una dimensione dell’Essere, di “ciò che può contare come essere”, ha scritto Judith Butler, filosofa statunitense studiosa del gender. “La posta teorica decisiva diviene” scrive Gallese “mantenere viva una distinzione ontologica tra il simulacro computazionale dell’umano e l’umano incarnato che sente, soffre e agisce”. Siamo così lontani dall’allarme lanciato da Leone XIV? Serve un’estetica radicale capace di sottrarsi al consenso algoritmico, un’estetica (sia nel senso valutativo che di ambiente e istanze percettive) non come decorazione ma come resistenza, che si “oppone alla saturazione dell’immaginario, alla coazione alla visibilità, all’economia del simile. Essa reclama il diritto all’alterità percettiva, al disallineamento, all’interruzione”. Artisti e ricercatori impegnati in questo senso si stanno moltiplicando, come la tedesca Nushin Isabelle Adzani, che nel progetto “The Bias of the Machine” (la distorsione, il pregiudizio della macchina), ha mostrato come le immagini generate dall’IA replichino sistematicamente idealizzazioni razziali, di genere e di classe. Una bellezza “ottimizzata” ma esclusiva, escludente e coloniale. O come la regista Hito Steyerl che in un video, con tono paradossale e ironico, offre istruzioni su come “scomparire” nell’epoca della sorveglianza computazionale (monitoraggi diffusi di persone e atteggiamenti grazie ad algoritmi, IA etc). Il Sé digitale “è una variazione emergente del Sé corporeo”, una sua estensione tecnicamente mediata in un ambiente dove si rimodella la nostra esperienza. Difficile tornare al passato. Ma la mente umana “non è un software da installare in qualsiasi hardware, è una forma di vita integrata, modellata da una lunga co-evoluzione biologica e culturale”. Vittorio Gallese, “Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica”, pagg. 272, 16 euro

