Forza Italia ha un’occasione storica: diventare il perno di un’area riformista per scardinare il bipolarismo
PoliticaC’è una mossa che potrebbe cambiare la geografia della politica italiana: lo spostamento di Forza Italia verso il centro. Se il partito fondato da Silvio Berlusconi scegliesse di emanciparsi dall’attuale collocazione per diventare il perno di un’area riformista, potrebbe rompere un bipolarismo che da tempo costringe culture politiche profondamente diverse a stare insieme. Potrebbero allora emergere con maggiore chiarezza tre grandi aree: una sinistra raccolta attorno al Partito democratico, al Movimento 5 Stelle e alle forze ecologiste e progressiste; una destra sociale, nazionale e conservatrice; tra le due, un centro riformista nel quale possano riconoscersi liberali, socialisti, popolari, laici ed europeisti. Forza Italia, per storia, cultura politica e consistenza elettorale, sarebbe la forza in grado di rendere politicamente rilevante questo terzo spazio. Non si tratterebbe di ricostruire un centro equidistante, destinato semplicemente a scegliere di volta in volta con chi allearsi. Si tratterebbe di costruire un polo dotato di una propria identità: europeista, liberale e sociale, attento alla crescita economica quanto alla coesione, alle libertà individuali quanto alla modernizzazione dello Stato. Un’area oggi dispersa tra schieramenti nei quali molte delle sue componenti faticano a riconoscersi. La ragione per cui una simile mossa avrebbe conseguenze tanto profonde riguarda il funzionamento stesso del nostro sistema politico. La crisi italiana non dipende soltanto dalla qualità della classe dirigente o dalla crescente disaffezione degli elettori. Il bipolarismo, così come si è consolidato negli ultimi trent’anni, spinge forze profondamente diverse a stare insieme e rende difficile costruire governi politicamente coerenti. L’attuale legge elettorale accentua questa contraddizione. La presenza dei collegi uninominali spinge partiti differenti a coalizzarsi prima del voto non necessariamente perché condividano una comune visione del Paese, ma perché correre separatamente può favorire lo schieramento avversario. Le alleanze nascono così anzitutto per essere competitive alle elezioni; solo dopo si pone il problema, assai più difficile, di governare insieme. Il fenomeno riguarda entrambi gli schieramenti. A destra convivono culture conservatrici e nazionaliste accanto a una tradizione liberale ed europeista. Nel campo opposto la distanza tra riformismo, populismo ed ecologismo radicale rende altrettanto difficile definire una linea comune su molte questioni decisive. Il compromesso, necessario in ogni democrazia, finisce così per precedere il progetto politico anziché derivarne. Il problema non è il pluralismo, che costituisce la ricchezza di una democrazia. Nasce quando il sistema elettorale induce culture politiche difficilmente conciliabili a presentarsi agli elettori come parti di un medesimo progetto. Si vota una coalizione che promette una sintesi e ci si ritrova, durante la legislatura, davanti alla continua negoziazione delle sue contraddizioni interne. Non è facile individuare una via d’uscita, perché il bipolarismo tende a riprodurre sé stesso: il sistema elettorale incentiva le coalizioni preventive, e queste rendono politicamente rischioso per ciascun partito abbandonare il proprio schieramento. Proprio per questo, uno spostamento di Forza Italia avrebbe un effetto che va ben oltre il destino del singolo partito: cambierebbe la geometria complessiva della politica italiana. A una simile trasformazione dovrebbe corrispondere una legge elettorale capace di rappresentare la reale articolazione politica del Paese senza costringerla entro uno schema bipolare. Non si tratterebbe di costruire artificialmente un sistema a tre poli, bensì di consentire alle diverse culture politiche di presentarsi agli elettori con la propria identità, senza essere obbligate a formare alleanze preventive per risultare competitive. Un sistema tripolare non eliminerebbe la necessità delle alleanze. Le renderebbe più trasparenti. Ciascuna area si presenterebbe con il proprio programma; sarebbero poi i rapporti di forza determinati dagli elettori a stabilire le condizioni per la formazione di una maggioranza. Le eventuali intese nascerebbero dopo il voto, sulla base di programmi negoziati pubblicamente, anziché essere costruite prima delle elezioni tra soggetti che spesso condividono poco. Si obietterà che un simile sistema rischierebbe di aumentare l’instabilità. Non è necessariamente così. L’instabilità non dipende soltanto dal numero dei partiti o dei poli, ma dalla coerenza politica delle maggioranze. Una coalizione formalmente unita e sostanzialmente divisa può essere assai più fragile di un’alleanza costruita tra soggetti autonomi che concordano un programma di governo. La politica italiana appare oggi prigioniera di un bipolarismo imperfetto: abbastanza forte da obbligare i partiti ad allearsi, troppo debole per trasformare quelle alleanze in autentiche comunità politiche. Lo spostamento di Forza Italia verso il centro potrebbe rompere questo equilibrio e far emergere una geografia più corrispondente alle culture presenti nel Paese: una sinistra progressista, un centro liberale, socialista e riformista, una destra sociale e conservatrice. Forse il problema italiano non è avere troppi poli. È continuare a fingere di averne soltanto due. Luca Taddio © Riproduzione riservata Redazione

