Il MessaggeroCentro-destra
Il faro sempre acceso nell’America spaesata
Mondosabato 4 luglio 2026, 05:35
La più grande lezione della politica americana negli ultimi anni è che gli Stati Uniti non sono solo New York, Chicago e Los Angeles. Ciò che viene raccontato dai giornali e in televisione non riflette tutto il Paese, che comprende molte realtà difficili da far rientrare in modelli preconcetti. La lezione vale anche nell'altra direzione. Oltre ai tentativi di Donald Trump di intestarsi i festeggiamenti per il 250esimo compleanno dell'America, c'è un intero Paese che ha già cominciato a celebrare il 4 luglio, con incontri culturali e feste che richiamano i punti più alti della sua storia, senza cadere nella strumentalizzazione che domina a Washington. Non significa che la polarizzazione che caratterizza il dibattito pubblico sia scomparsa. Il clima è infuocato in questi anni, a causa delle esagerazioni di entrambe le parti politiche. La sinistra woke ha cercato di sminuire l'importanza della storia nazionale, enfatizzandone soprattutto gli aspetti più negativi. Dall'altra parte, Trump stesso sembra intenzionato a danneggiare il più possibile l'immagine del Paese, con il suo atteggiamento da bullo e neoimperiale.
Il significato
Questo 4 luglio, però, ha anche offerto l'occasione di discutere il vero significato dell'essere americani. Una parte del mondo conservatore cerca di negare quanto spiegato da Ronald Reagan nell'ultimo discorso prima di lasciare la presidenza: «Chiunque può venire in America da qualsiasi angolo del mondo per vivere e diventare un americano». Perché «l'America è un'idea e una promessa… Non è una linea di sangue. Non è una tribù». L'opposizione a questa concezione è guidata da JD Vance, secondo cui «L'America non è solo un'idea. È un gruppo di persone con una storia condivisa e un futuro comune». Così ha espresso una visione di sangue e suolo, comprensibile per alcuni Paesi con una storia più antica, ma in genere respinta dalla politica americana. È importante vedere che altri conservatori combattono questa visione. Ricordano che gli Stati Uniti sono "eccezionali" proprio perché basati su un'idea di libertà, nonostante tutte le loro contraddizioni, dalla schiavitù e dal trattamento dei nativi fino alle disuguaglianze ancora presenti oggi. È innegabile che la dinamicità degli Stati Uniti abbia ispirato altri popoli e governi a cercare di creare società con maggiore mobilità e crescita, in grado di contrastare le strutture oligarchiche troppo comuni nel mondo.
La diminuzione dell'orgoglio di essere americani è il risultato del riconoscimento dei propri errori e anche della difficoltà di trovare un senso di missione comune in un contesto fortemente polarizzato. Possono ancora guidarci, però, le parole della Dichiarazione d'Indipendenza scritte da Thomas Jefferson - un uomo molto imperfetto, ma che ha espresso un'aspirazione universale a cui tendere: «Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità. Che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati».
Rimane tanto lavoro da fare per realizzare questi principi, sia dentro sia fuori dagli Stati Uniti. Ma queste parole possono ancora rappresentare un faro per un mondo disorientato.
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