
Parlo della dolorosa necessità delle armi: la pace è il fine, ma non sempre il mezzo
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Davvero Mattarella pensa che imbottirci di armi possa “garantire la pace”?
BlogNel suo discorso ha invitato le istituzioni a non farsi prendere dal panico di fronte a fenomeni problematici poi però non tentenna sulle spese mostruose in armamenti che stiamo avallando in Ue Questo articolo è gratis. Per leggerne altri, ricevere le newsletter e avere libero accesso ai contenuti scelti dalla redazione Registrati di Riccardo Bellardini Dopo aver letto le ultime dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella credo sia necessaria una riflessione, che nel mio caso, si è tradotta in alcune domande per il Capo dello Stato. L’inquilino del Quirinale, reduce dal compimento dei suoi 85 anni, si è concentrato sulle tensioni già convulse e animose della politica italiana, nonostante la distanza ancora elevata dalla scadenza elettorale del 2027. Il suo richiamo ad una maggiore prudenza, pur fermo, rischia probabilmente di essere poco incisivo, rispetto ad una deriva da campagna elettorale perpetua che ormai accompagna da anni la dialettica esasperata tra i partiti politici italiani, che siano di destra, di sinistra o di centro. Lo slogan vale più del progetto. La frase ad effetto più della visione di lungo corso, e soprattutto, qualsiasi mezzo è buono per prender voti. Il Presidente tuttavia continua a confidare nella moral suasion, sperando di addomesticare in tal modo gli impulsi incontrollati riconducendo il gregge ad una ricomposizione pacifica. In tal senso e sull’onda della sua autorevolezza super partes, ammonisce e invita a riflettere sulle derive violente che si agitano nel paese, dalle manifestazioni con scontri in Val Susa al caso del gioielliere Roggero. Soprattutto relativamente a tale ultimo caso, fa notare come una società civilmente ordinata presupponga che i cittadini rispettino le regole comuni, vale a dire quelle della legge, trovandoci in caso contrario, con regole adattate a comportamenti individuali occasionali, in una situazione surreale, con l’affacciarsi di un rischio sintetizzato da una metafora potente: quello della “abdicazione dello Stato”. Richiamando il Pontefice Leone XIV, Mattarella invita poi a non considerare l’immigrazione soltanto con fervore emergenziale, ma a concentrarsi su efficaci strategie per governare un fenomeno sempre più complesso della nostra epoca. Auspica inoltre uno sblocco celere del caos in Commissione Vigilanza Rai, per poi esporsi sulle politiche di riarmo, sfoderando un endorsement alla strategia di difesa comune europea, da intendere come strumento per garantire la pace e non come minaccia per i cittadini, che dovrebbero quindi tranquillizzarsi. E qui crolla inevitabilmente tutto il resto. Lei Presidente, suggerisce ai politici di non scannarsi inutilmente. Ci mette in guardia dal rischio di abdicazione dello Stato in nome della legge del più forte. Ci ammonisce sui comportamenti da tenere per mantenere una società civilmente ordinata. Invita le istituzioni a non farsi prendere dal panico di fronte ai fenomeni più problematici dei nostri giorni come le ondate migratorie poi però, non tentenna di fronte alle spese mostruose in armamenti che stiamo avallando al soldo della comunità europea, giustificate dal pericolo assolutamente non provato di aggressione russa, presentato come un’emergenza con toni catastrofisti dalla claque mediatica fiancheggiante. Nessuna diplomazia. Nessun appello all’equilibrio qui. Non tentenna altresì di fronte al finanziamento militare garantito dal nostro paese nei confronti di altri Stati, diversi dalla Russia, che al pari di quest’ultima stanno usando armi contro la popolazione civile, in spregio ad ogni diritto umano. Perché? Signor Presidente, in una società civilmente ordinata, può davvero sussistere l’idea che le politiche di riarmo siano uno strumento per garantire la pace? Davvero lei vorrebbe farci credere che in un mondo imbottito di armi non dovremmo aver paura dello scoppio di una guerra? In questa strategia di difesa di cui lei parla, è previsto che giovani italiani debbano andare al fronte? Dato che qualcuno, queste armi, dovrà pur imbracciarle. Se siamo tornati indietro di un secolo, è meglio saperlo subito e non fare tanti giri di parole. Macron di Francia ha già parlato per i suoi sudditi, con quella retorica del sacrificio ormai cinematografica. forse è arrivato anche il suo turno? In ogni caso io non obbedirò. E spero di non essere l’unico. Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. 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Non sono le armi a custodire la pace
itDalla Pacem in terris al Concilio Vaticano II, fino a Francesco e a Leone XIV, il magistero della Chiesa indica nel disarmo, nella fiducia tra i popoli e nel diritto internazionale le condizioni autentiche della pace. La storia contemporanea e gli studi sulla deterrenza mostrano infatti i limiti di una sicurezza fondata sull'equilibrio della paura Fabio Colagrande – Città del Vaticano La storia moderna ci ha insegnato come la pace fondata sulla minaccia delle armi non sia una pace solida, ma un equilibrio precario, esposto all’errore, all’escalation e alla paura. La deterrenza promette sicurezza attraverso la forza, ma i fatti mostrano invece che l’accumulo degli armamenti tende ad alimentare tensioni, incidenti, conflitti per procura e nuove forme di instabilità. Il Concilio Vaticano II ha definito la corsa agli armamenti "una delle piaghe più gravi dell'umanità" e ha affermato che la pace non nasce dalla paura delle armi, ma dalla fiducia reciproca, dalla giustizia e dal diritto. San Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, ha chiesto una riduzione simultanea e concordata degli armamenti, indicando come approdo necessario il loro superamento, perché la vera pace non può poggiare su arsenali contrapposti. Papa Leone XIV, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026, ha scritto che "la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza". In Evidenza 21/07/2026 Leone XIV: non le armi atomiche ma il disarmo genera la pace La Libreria Editrice Vaticana pubblica un nuovo volume del Papa intitolato “Disarmata e disarmante. La pace è un dono”. Curata da Alessandro Banfi, è la prima antologia che attinge ... La lezione della storia contro la deterrenza L’idea della deterrenza sostiene che il possesso di una forza militare tale da scoraggiare l’avversario impedisca la guerra. Ma ciò che avvenne in Europa prima del 1914 dimostra il contrario: i grandi riarmi navali e terrestri non fermarono il conflitto, bensì contribuirono a creare un clima di sospetto, rigidità strategica e mobilitazione permanente che rese la crisi irreversibile. Anche la Guerra fredda, spesso evocata come prova dell’efficacia della deterrenza, fu in realtà caratterizzata da crisi ad altissimo rischio, a causa delle quali il mondo sfiorò più volte la catastrofe nucleare. Lo stesso Leone XIV ha ricordato recentemente un fatto eloquente: il 26 settembre 1983 la decisione individuale dell’ufficiale sovietico Stanislav Petrov evitò che un falso allarme producesse una possibile guerra atomica globale. Se la pace dipende dunque dalla capacità di distruzione e da sistemi d'arma mantenuti in stato di allerta, basta un errore tecnico, un incidente o un calcolo sbagliato per precipitare nell’abisso. Una pace appesa a un errore mancato non è una pace garantita dalle armi, ma una tregua minacciata dalle armi stesse. Le evidenze degli studi empirici Anche le ricerche empiriche non autorizzano affatto a dire che più armi significhino automaticamente più pace. Diversi studi quantitativi mostrano un'associazione statisticamente significativa tra l'aumento delle importazioni di armi e una maggiore probabilità di conflitti interni nei contesti più fragili, pur senza dimostrare un rapporto causale necessario. Ma le evidenze disponibili mostrano come la deterrenza non costituisca un fondamento storicamente affidabile della pace. In Evidenza 26/06/2025 “Se vuoi la pace, prepara la pace”. I Papi e la Dottrina Sociale, oltre la deterrenza Nel pieno di una nuova stagione di riarmo globale, con 56 conflitti in corso e spese militari mondiali alle stelle, torna attuale la condanna della deterrenza armata espressa da ... Le riflessioni di Bobbio e Galtung Già Norberto Bobbio, giurista laico attento al dato storico, riconosceva che "il modo più sicuro per eliminare la guerra sarebbe distruggere le armi", ma giudicava politicamente complesso questo processo se affidato agli Stati stessi. In proposito, il filosofo, con un’immagine colorita e paradossale, li paragonava a un "congresso di ubriaconi" chiamato a vietare l’alcool. Ma da ciò Bobbio non ricavava una giustificazione della deterrenza, piuttosto l'esigenza di rafforzare istituzioni giuridiche sovranazionali, capaci di imporre vincoli reali alla sovranità armata degli Stati. Johan Galtung, padre degli studi sulla “peace research”, sosteneva che la “pace negativa” - semplice assenza di guerra - è intrinsecamente instabile se non si interviene sulle strutture di violenza e ingiustizia che la alimentano. Galtung insisteva sul fatto che la sicurezza basata sulle armi produce solo tregue precarie; la “pace positiva” esige disarmo progressivo, mediazione dei conflitti e costruzione di istituzioni capaci di trasformare le controversie senza ricorso alla minaccia armata. Il magistero di Leone XIV e Francesco Su questo punto il magistero più recente è diventato ancora più esplicito. Papa Francesco ha definito la deterrenza nucleare "inadeguata" alle minacce del nostro tempo e ha affermato che il possesso stesso delle armi nucleari è immorale. Papa Leone XIV ha spinto oltre questa diagnosi, scrivendo nel testo introduttivo del volume Disarmata e disarmante. La pace è un dono: "Soprattutto nell’era atomica, l’affermazione della verità deve farsi strada: non sono le armi atomiche che generano la pace, ma il disarmo". Il prezzo del riarmo Nel medesimo Messaggio per la Giornata della Pace, Leone XIV ha anche ricordato che nel 2024 la spesa militare mondiale è cresciuta del 9,4% sull’anno precedente, raggiungendo 2.718 miliardi di dollari, pari al 2,5% del PIL mondiale. Sono cifre enormi, che mostrano come il riarmo non sia un’eccezione ma una tendenza strutturale, e che confermano un punto essenziale del magistero: ogni risorsa investita nella corsa agli armamenti è sottratta, almeno in parte, a educazione, salute, cooperazione e sviluppo umano. Alla prova dei documenti, dei dati e delle crisi che hanno segnato l’età contemporanea, la deterrenza non appare come un fondamento sicuro della pace, ma come un meccanismo fragile che normalizza la paura e rende sempre disponibile la violenza. La tesi più realistica non è che gli arsenali salvino il mondo, ma che un mondo saturo di armi diventi più instabile, più costoso ed esposto all’irreparabile. Anche il diritto degli Stati alla legittima difesa di fronte a un'aggressione, riconosciuto dalla dottrina sociale della Chiesa e dal diritto internazionale, non coincide con l'affermazione che la deterrenza armata costituisca il fondamento della pace. In Evidenza 25/02/2026 La Santa Sede sul disarmo: la pace non si può raggiungere solo con la deterrenza Il sottosegretario per il Settore Multilaterale della Sezione Relazioni con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, monsignor Daniel Pacho, è intervenuto il 25 febbraio a ... La pace nasce dal disarmo Per questo il disarmo non è un sentimentalismo astratto, ma un’esigenza storica, morale e politica. La tradizione della Chiesa, da Pacem in terris al Concilio, fino a Francesco e a Leone XIV, converge su un punto preciso: la pace vera non nasce dall’equilibrio della minaccia, ma dalla fiducia, dal diritto internazionale, dalla diplomazia e da un paziente disarmo materiale e spirituale.
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