La crescita della Polonia smentisce il dogma dell’immigrazione: lo sviluppo non si importa
ApprofondimentiRoma, 13 ago – Per anni ci hanno spiegato che senza importare lavoratori l’economia italiana sarebbe stata condannata dall’inverno demografico. Poi arriva la Polonia: popolazione in età lavorativa in calo da oltre un decennio e Pil reale cresciuto del 3,6% nel 2025, contro lo 0,5% italiano. Il problema, evidentemente, non è soltanto quanti lavoratori hai, ma quanto valore riesci a far produrre a ciascuno. L’obiezione è scontata: anche la Polonia ha immigrati, soprattutto ucraini. Vero. Ma i numeri raccontano altro. L’Ocse ricorda che la popolazione polacca in età lavorativa diminuisce stabilmente dal 2010 e che tra il 2005 e il 2021 il Pil reale pro capite è cresciuto in media del 3,9% l’anno, il doppio della media Ocse. Quella convergenza è stata trainata soprattutto dalla produttività. Nel periodo 2005-2013, quando l’immigrazione era ancora limitata, la Banca centrale polacca stima che il contributo degli immigrati alla crescita fosse appena 0,1 punti percentuali annui, il 3% del totale. Solo dopo il 2014, con l’aumento dell’immigrazione ucraina, il peso diventa rilevante. Insomma, Varsavia dimostra che non è l’immigrazione a creare una macchina produttiva. Prima vengono capitale, industria, tecnologia e produttività; poi, eventualmente, il lavoro straniero si inserisce dentro quella macchina. La crescita della Polonia smentisce la “manodopera necessaria” La Polonia non ha aspettato che l’immigrazione risolvesse i suoi problemi: ha costruito una macchina produttiva. L’ingresso nell’Ue ha aperto il mercato unico e portato fondi per investimenti pubblici; parallelamente Varsavia ha attratto capitali attraverso Zone economiche speciali, infrastrutture, incentivi fiscali e contributi mirati a territori e filiere. Nel 2023 lo stock di investimenti diretti esteri valeva circa il 40% del Pil. Secondo l’Ocse, questi capitali hanno favorito la ristrutturazione industriale, l’adozione di tecnologie straniere e l’integrazione nelle catene produttive europee. Le esportazioni sono passate dal 27% del Pil nel 2000 al 63% nel 2022. Dal 2015 la produttività è cresciuta in media del 2,6% l’anno nella manifattura, del 3,6% nella distribuzione e del 2,25% nei servizi alle imprese. La Polonia non è una potenza tecnologica e l’Ocse segnala ancora ritardi nell’innovazione, ma la direzione è chiara: più capitale, più industria e più produttività. Non a caso lo stesso Ocse osserva che, con il lavoro più costoso, Varsavia dovrà spingere ancora su automazione e digitalizzazione. L’Italia produce più posti di lavoro ma meno valore Da noi il ragionamento è completamente rovesciato. Mancano camerieri, braccianti, muratori, facchini? Invece di chiedersi se salari, organizzazione e intensità di capitale siano adeguati, si aumenta l’offerta di lavoro. Il decreto Flussi 2026-2028 programma 497.550 ingressi di cittadini di Paesi del Terzo Mondo; 267 mila sono destinati al lavoro stagionale in agricoltura e turismo. Nel 2024, secondo l’Istat, indiani e tunisini rappresentavano da soli il 68,2% dei nuovi permessi per lavoro; per indiani e marocchini prevaleva nettamente il lavoro stagionale. È questa l’immigrazione evocata quando in Italia si sostiene che “servono immigrati per crescere”: non una gara qualitativa per attirare ingegneri e ricercatori, ma un afflusso programmato in larga parte per settori affamati di braccia. Nel 2025 il Pil italiano è cresciuto dello 0,5%, mentre le unità di lavoro sono aumentate dell’1,3%. Più lavoro, pochissima crescita. La Polonia mostra invece che si può perdere popolazione in età lavorativa e continuare a correre se ogni lavoratore dispone di più capitale, tecnologia e organizzazione. Gli immigrati non sono una politica industriale Insomma, aggiungere persone che lavorano e consumano può aumentare il prodotto aggregato. La domanda è se aumenti la produttività o permetta invece di rinviare investimenti e salari migliori mantenendo abbondante il lavoro nei settori meno efficienti. Varsavia ha costruito prima la crescita e poi assorbito un quantitativo d’immigrazione sostenibile anche con l’omogeneità etnica. Roma, invece, usa immigrazione per evitare di costruire, innovare ed investire. La scarsità di lavoro dovrebbe obbligare ad automatizzare, pagare meglio e salire nella catena del valore, non ad importare nuove braccia. Gli immigrati non sono una politica industriale e non possono sostituire quella che l’Italia non ha più. Vincenzo Monti
