Il cardinal Pizzaballa: Gaza è un disastro. E bisogna continuare a parlarne, senza distogliere lo sguardo
MediorienteIl cardinal Pizzaballa: Gaza è un disastro. E bisogna continuare a parlarne, senza distogliere lo sguardo | In In Medioriente | Di Di M. Alessandra Filippi Condividi Facebook Twitter WhatsApp Email A Bergamo, la sua città natale, il Patriarca di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha ricevuto il Premio Limes per il Dialogo e la Pace, prima edizione. Ed è aprendo il suo intervento di ringraziamento che ha pronunciato parole destinate a restare: «Gaza è un disastro. Bisogna dirlo. Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate nel vero senso della parola. Rafah non esiste più. Una città dove vivevano centinaia di migliaia di persone. Ciò che a me colpisce di più è il fatto di viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. Qui vive la gente di Gaza. Un’altra cosa che le immagini non rendono è l’odore. C’è una cosa di cui si parla poco: una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Mordono soprattutto i bambini e Gaza è piena di bimbi. Si vedono ovunque ma, anziché andare a scuola, giocano, sporchi, accanto alle fogne». La solitudine del popolo di Gaza In queste parole la geopolitica cessa di essere un esercizio di astrazione e torna ad avere un odore, un corpo, un’infanzia ferita. E proprio per questo il contrasto con il titolo scelto da Limes per il suo nuovo numero, La solitudine di Israele – che fa il paio con Il suicidio di Israele di Anna Foa – appare ancora più stridente. Perché, se c’è una solitudine che oggi grida dalle macerie, è quella di Gaza e dei palestinesi: quella di un intero popolo che resiste alla distruzione quotidiana, a una catastrofe umanitaria e a violenze che numerosi esperti, organismi internazionali e studiosi hanno definito o ritenuto compatibili con il rischio di genocidio. La solitudine di un popolo al quale è stato negato tutto e che continua a sopravvivere, contro ogni previsione, tra le tende, le fogne e i topi che mordono i bambini. Anche le mappe illustrate da Laura Canali durante la presentazione del Premio Limes mi hanno restituito una lettura del conflitto fortemente sbilanciata sul punto di vista israeliano. Ogni carta geografica è una scelta e ogni scelta produce una narrazione. Il problema nasce quando quella narrazione viene proposta come una semplice lezione di storia o come una rappresentazione neutra della realtà. Bisogna continuare a parlarne Scegliere cosa mettere in evidenza e cosa lasciare ai margini, cosa scrivere in stampatello e cosa in minuscolo, quali parole usare, quali edulcorare, quali confini tracciare, quali sofferenze rendere visibili e quali invece sfumare sullo sfondo significa produrre una gerarchia dello sguardo. E ogni gerarchia dello sguardo è già una forma di narrazione. È forse per questo che, dopo aver ascoltato Pizzaballa descrivere Gaza, il titolo scelto da Limes finisce per risuonare in modo paradossale. Se c’è una solitudine che oggi grida al mondo dalle macerie, non è quella di Israele; è quella di Gaza. Tuttavia, proprio qui sta anche il merito di Limes: aver dato spazio a una voce come quella di Pizzaballa e averle consentito di dire, senza infingimenti, ciò che oggi è Gaza. Le risposte che ha dato restano scolpite nella memoria. Sono icastiche. Entrano negli occhi e nella carne senza aver bisogno di disegni. Perché, alla fine, il Patriarca è tornato sul punto essenziale: «Io credo che sia importante per tutti continuare a parlarne, non seguire le mode. Nei giornali ne parlano un po’, poi non ne parlano più. Continuate a parlarne. Si può dissentire, può piacere, può non piacere, non importa: bisogna parlarne. Perché sono convinto che quel territorio ci appartiene — non politicamente, sennò mi fraintendono — ma culturalmente e storicamente, come parte di noi». Coltivare l’empatia, anche per gli israeliani Ricordando come nel dibattito pubblico gli israeliani chiedano spesso perché si parli di Gerusalemme e non, per esempio, del Sud Sudan, Pizzaballa ha osservato che «la nostra relazione con il Sudan non è quella che abbiamo con Gerusalemme» e ha aggiunto: «Credo sia importante anche esprimere una cosa di cui tutti hanno bisogno. I palestinesi, innanzitutto, ma anche gli israeliani: l’empatia. Cercare di comprendere, ascoltare, dialogando. Dialogare non significa condividere necessariamente; si possono affermare anche con convinzione le proprie opinioni senza erigere nuove barriere». A quel punto Lucio Caracciolo ha osservato: «Sua Eminenza, c’è empatia in giro, ma per quelli che la pensano come te». Pizzaballa ha chiuso con un’immagine potente: «Se fate questo, fate esattamente quello che stiamo già facendo. Noi non ne abbiamo bisogno. Dovete aiutarci a uscire da quel pozzo nel quale siamo caduti e non lasciarci dentro». Il suo invito è una sfida semplice, eppure titanica: coltivare empatia verso chi fa di tutto per fartela perdere. Un gigante in un mondo di nani.
