L’amico di Hamas contro il giornalista Rai Brunori, così il legale di Hannoun minaccia il Tg1: “Cambiate i servizi”
PoliticaAi giornalisti arrivano richieste di precisazione. Succede a noi, succede in Rai. E però la storia che stiamo per riportare non tratta esattamente di questo. Sembra aspirare a qualcosa di diverso: correggere più che una notizia, il modo stesso in cui il servizio pubblico racconta una guerra. Contestandone l’approccio, muntandone la natura. È il caso della diffida firmata dall’avvocato Dario Rossi, dello Studio Legale Dario Rossi di Genova, inviata il 5 agosto 2026 alla Rai per conto dell’Associazione Palestinesi in Italia, presieduta da Mohamed Hannoun, detenuto dal 27 dicembre nel carcere di massima sicurezza di Terni con l’accusa di avere finanziato Hamas. Formalmente si tratta di una richiesta di rettifica. Nella sostanza, però, basta leggere le quattro pagine del documento per scoprire qualcosa di molto diverso: non si contesta soltanto una notizia, si indicano al Tg1 le parole da usare, la ricostruzione storica da adottare e perfino l’ordine con cui raccontare i fatti. Nel mirino c’è il giornalista Giovan Battista Brunori. La contestazione riguarda il servizio del Tg1 del 24 luglio e quello del Tg2, nei quali Brunori definisce «escursionisti» alcuni israeliani coinvolti negli scontri nel villaggio palestinese di Tell, in Cisgiordania. Secondo il legale, quella definizione costituirebbe una «informazione scorretta» e una «ricostruzione falsa di quanto accaduto». La lettera, tuttavia, non si limita a contestare il termine utilizzato. Ricostruisce essa stessa gli avvenimenti, sostenendo che «uomini armati sono entrati nel villaggio palestinese di Tell», provenienti dalla colonia di Havad Gilad, e aggiunge che quell’insediamento «si fregia di commemorare il ricordo di Gilad Zar, membro della Jewish Underground», organizzazione definita terroristica. Il passaggio successivo è ancora più netto. Nel documento si afferma che «l’informazione data dai programmi Tg1 e Tg2 a milioni di telespettatori è a tutti gli effetti una “FALSA INFORMAZIONE”, che deve essere smentita in modo netto ed inequivocabile». Fin qui si potrebbe discutere del merito. Ma è nella parte finale della diffida che il documento cambia natura. Non si limita più a invocare il diritto di rettifica: detta le modalità della rettifica stessa e, di fatto, indica alla Rai come dovrebbe confezionare il servizio. Gli avvocati chiedono infatti che il servizio pubblico conceda «il medesimo spazio temporale utilizzato dal sig. Brunori» e prescrivono ciò che dovrà essere raccontato: «fare riferimento a chi fossero gli aggressori, coloni israeliani armati e non escursionisti civili»; «fare riferimento all’origine degli aggressori, la colonia illegale di Havad Gilad»; «dare corretta cronaca di quanto avvenuto»; «sottolineare la distinzione tra area A, area B ed area C della Cisgiordania»; infine «fare una corretta ricostruzione cronologica degli eventi». È questo il punto che colpisce. Una cosa è chiedere la rettifica di una notizia ritenuta inesatta, facoltà riconosciuta dall’ordinamento. Altra cosa è trasformare una diffida in un editoriale obbligatorio, indicando al servizio pubblico il lessico da utilizzare, la cornice storica da adottare, l’ordine cronologico dei fatti e perfino le conclusioni cui dovrebbe giungere il racconto televisivo. Il tutto mentre nel mirino finisce Giovan Battista Brunori, da tempo oggetto delle campagne dei gruppi pro-Palestina. Non a caso la missiva legale arriva pochi giorni dopo la comparsa, sulla bacheca della Rai, di un volantino antisemita che riportava la stessa parola chiave: «escur-sionista», lo stesso gioco di parole costruito attorno al termine «escursionista» che ricorre anche nella contestazione promossa dall’associazione presieduta da Mohamed Hannoun. A Roma è nell’uso popolare un aggettivo che descrivere la pervicacia di chi sembra non temere niente: «impunito». Qui, però, c’è qualcosa di più. Questa lettera, in controluce, rivela l’arroganza di chi si sente autorizzato non solo a contestare un servizio giornalistico, ma a dettare al servizio pubblico come raccontare una guerra. È l’arroganza di chi sa — o ritiene di sapere — di esercitare un’influenza nel dibattito pubblico e prova a trasformarla in potere di indirizzo sull’informazione. Diciamogli no, grazie. La professionalità, il distacco, l’obiettività laica dei giornalisti non può essere offerta in nessun tipo di sacrificio rituale. Aldo Torchiaro Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste. © Riproduzione riservata Aldo Torchiaro

