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La guerra degli ulivi: così in Cisgiordania i coloni distruggono l’economia palestinese di Roberto Bongiorni
Dal nostro inviato a QUSRA (CISGIORDANIA)
Indicando, di là della strada 505, le sue piante di ulivo ancora cariche di frutti che non saranno mai raccolti, Abdel al-Hakim Wadi suggerisce come qui, in Cisgiordania, per sopravvivere occorra rispettare una regola non scritta: abituarsi a convivere con i soprusi, senza rinunciare a resistere. «È iniziata malissimo. Quest’anno è ancora peggio dello scorso, che era già stato l’anno peggiore degli ultimi cinquant’anni. Per non parlare del 2023: in quel caso qui il raccolto non c’è stato», sospira un po’ rassegnato. La causa di tutto ciò non sono condizioni meteorologiche avverse, mancanza di forza lavoro o di attrezzature. La ragione è sempre la stessa: quelle casette bianche, oppure quegli assembramenti di prefabbricati abbarbicati sulla sommità di quasi tutte le colline che cingono, come un abbraccio, il villaggio palestinese di Qusra, vicino a Nablus, nel cuore della Cisgiordania. Gli attacchi crescenti dei coloni, non di rado armati con fucili M16, sono sempre più spesso accompagnati dall’indifferenza se non dal coinvolgimento delle forze armate israeliane incaricate, in teoria, di accorrere per riportare l’ordine. «Non posso neanche toccarle, quelle piante. Sono 85, ma troppo vicine al nuovo avamposto. Da qualche mese i coloni considerano il campo zona di sicurezza. E loro sono armati», continua Abdel al-Hakim, 55 anni. È questo l’ossimoro di questa terra. L’avamposto — illegale persino secondo la legge israeliana — si avvale dell’aiuto delle forze dell’ordine per ostacolare ciò che, per legge, è legittimo e che le forze dell’ordine dovrebbero proteggere: la raccolta delle olive, anche nella zona C. È autunno. Gli uliveti che ammantano di verde argentato le pendici dei colli, ma anche quelli sulle pianure, a pochi metri dai villaggi palestinesi, sono divenuti campi di battaglia. Il silenzio di questo paesaggio bucolico viene rotto dal boato delle granate stordenti sparate dall’esercito israeliano; il cielo azzurro si stria del fumo nero dei fuochi appiccati dai coloni e di quello grigio dei lacrimogeni. Abdel al-Atheem Wadi, 53 anni, fratello di Abdel al-Hakim, abita sulla collina più alta di Qusra. Questo piccolo villaggio di 1.400 abitanti è ormai uno dei centri più colpiti dagli attacchi dei coloni. La sua casa è appena terminata. Colpisce subito quel muro di cemento, alto, che ruba la vista sulle colline. «È per proteggerci dalle scorrerie dei coloni. Ci è stato perfino proibito di salire sul tetto. Il motivo: la base militare israeliana è troppo vicina e il primo avamposto di coloni è a meno di un chilometro». Vivere a Qusra significa anche vedere il proprio business andare in fumo davanti ai propri occhi. «Non posso nemmeno andare nel mio allevamento di polli, lì, a 200 metri. Nessuno ha rimosso le carcasse: erano diecimila. Lo stesso è accaduto per gli altri sette allevamenti», continua Abdel al-Atheem, che poi mostra il magro raccolto del giorno. Due sacchi di olive. Troppo poco il tempo concesso per la raccolta e troppo poche le braccia autorizzate a raccogliere. «La notte i coloni avvelenano le radici delle piante e segano i rami, altre volte appiccano il fuoco o le sradicano con bulldozer privati. Non è raro che lo facciano davanti ai soldati», spiega Ghassan Najjar, attivista del villaggio di Burin, a quindici minuti da Nablus. «Ieri siamo tornati nei campi per riprendere la raccolta. Ci hanno puntato i fucili addosso. Siamo andati via. Per i nostri uliveti nell’area C abbiamo restrizioni severissime. Ma anche per quelli nell’area B, in teoria più sicura. L’autorità israeliana ci ha rinviato i giorni di permesso — in verità poche ore per così tante piante — all’11 novembre», raccontano i due fratelli. A, B, C. Tre lettere riassumono come lo spirito degli Accordi di Oslo, firmati nel 1993 e implementati nel 1995, sia stato tradito e piegato alla logica del più forte. Nel 1995 erano state create tre zone in Cisgiordania per avviare i Territori palestinesi verso la creazione di uno Stato indipendente: la Zona A, sotto pieno controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Palestinese; la Zona B, con amministrazione civile palestinese ma sicurezza condivisa con Israele; e la Zona C (circa il 60% del territorio) sotto totale controllo israeliano. Chi ha uliveti nella Zona C deve chiedere ogni anno un permesso per accedervi, spesso con esito negativo o restrizioni pesanti. Come molte altre famiglie, anche i Wadi aggiornano quasi ogni anno la lista dei loro lutti. Un dolore ha spezzato la vita dei due fratelli. Quattro giorni dopo la strage del 7 ottobre 2023, i coloni, carichi di rabbia e di rivalsa, fecero irruzione in un’abitazione di Qusra. Aprirono il fuoco: i morti furono quattro. Il terzo fratello, Ibrahim Wasa, fu ucciso meno di 24 ore dopo con il figlio Ahmed, mentre guidava il convoglio che riportava le salme al villaggio. Abdel al-Hakim riguarda quella morte senza senso sullo smartphone. Poi elenca i feriti della guerra degli ulivi, nel 2024, e si augura che quest’anno siano di meno. I due fratelli, come tanti altri palestinesi fanno affidamento sui volontari. Quest’anno gli attivisti stranieri — ma anche israeliani — accorsi a difendere le piante, offrendosi come scudi umani, sono più numerosi. I coloni non si sono fatti intimidire: esercito e polizia hanno arrestato ed espulso decine di attivisti, addirittura più di 30 nel villaggio di Burin. La recente tregua proposta da Donald Trump e firmata tra Israele e Hamas è guardata dai coloni più estremisti come un atto di tradimento. Ha così funzionato da detonatore per la loro rabbia. Il senso d’impunità di cui godono li ha poi resi ancora più spregiudicati. Yesh Din — un’organizzazione israeliana per i diritti umani che raccoglie e diffonde informazioni sulle violazioni dei diritti dei palestinesi in Cisgiordania — ha documentato, nel raccolto del 2024, 113 episodi distinti di violenza, molestie, sabotaggio della raccolta o danneggiamento di ulivi e colture, che hanno coinvolto civili e soldati israeliani su terreni appartenenti a 51 villaggi, città e comunità palestinesi. «Le forze di sicurezza israeliane sembrano aver avuto un ruolo più rilevante nell’ostacolare la raccolta delle olive». Non solo. «In circa il 70% dei casi di impedimento all’accesso ai campi erano presenti soldati, agenti della polizia di frontiera e coordinatori civili degli insediamenti (Csc)», ha scritto l’Ong. Le immagini dei giovani coloni, con il volto coperto, che domenica colpivano con rabbia cieca un’anziana palestinese e un’attivista svedese mentre erano a terra, sono diventate virali. Sulla via del ritorno da Qusra, anche Il Sole 24 Ore è stato testimone diretto di un attacco: un convoglio di auto di coloni, tra la strada 458 e la deviazione per Gerico, ha speronato una vettura palestinese ferma, distruggendo la portiera. Con spranghe di ferro hanno poi colpito un’altra auto e infranto i finestrini di un van. Dal 7 Ottobre 2023 sono stati uccisi oltre mille palestinesi, in buona parte civili. I coloni ne hanno uccisi 11 solo quest’anno. Ma la raccolta annuale delle olive per tanti palestinesi è un periodo speciale, una festa, un modo per tornare alla natura e stare insieme ai parenti. Gli ulivi. Molti palestinesi hanno un atteggiamento quasi riverenziale verso queste piante centenarie: se ne prendono cura, le abbracciano. Sono la loro storia, la tradizione. Vederli insultati, avvelenati, amputati, talvolta dati alle fiamme o sradicati è un dolore difficile da comprendere. Eppure, sanno che tra un anno saranno ancora lì, in mezzo agli ulivi, a raccogliere le olive a mano. Osservando quella regola non scritta: convivere con i soprusi, ma resistere. Come da secoli fanno, con qualche ferita in più sulla corteccia, le loro piante.
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