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Paolo Gentiloni: «Su Kiev e difesa Ue il Pd non può né deve transigere. Il primo test è fallito»
Roma/Cronacadi Paolo Valentino
Intervista all'ex premier, che commenta le tensioni e le divisioni interne al Campo Largo
«In politica non c’è mai nulla di insormontabile, a condizione che il partito fondamentale della coalizione svolga il ruolo che gli spetta, generoso ma non acquiescente». Paolo Gentiloni pesa ogni parola. Al termine di una settimana in cui le contraddizioni del Campo largo sulla politica estera sono emerse potenti, l’ex premier ricorda il valore centrale della collocazione internazionale dell’Italia.
«Stiamo parlando dell’atteggiamento italiano verso l’Ucraina, dove si è in una fase molto delicata poiché c’è uno strano equilibro, precario e sanguinoso: Kiev ha acquisito una netta superiorità nella guerra dei droni, ma si è indebolita sul piano della difesa antimissile. Il risultato è che gli attacchi sulle sue città sono i più violenti e mortiferi degli ultimi due anni. Sarebbe il momento per un cessate il fuoco sulle linee attuali del fronte, cosa che Putin si ostina a rifiutare. E servirebbe che Trump, il quale ha corretto posizioni iniziali molto filorusse, mettesse più pressione sul Cremlino, ma non è ancora pronto a farlo. Lo stallo è pericoloso e sarebbe gravissimo e imperdonabile se ci fosse lo scivolone di un Paese europeo importante come l’Italia. Le divisioni interne al governo come quelle interne all’opposizione sono evidenti e ci rendono i più svogliati tra i volenterosi».
Non vorrà minimizzare quanto sta succedendo nel Campo largo su questo tema?
«No. Le divisioni hanno un impatto serio sul profilo delle opposizioni che si candidano a governare il Paese. L’episodio parlamentare lo dimostra. Ci sono due temi sui quali il Pd non può e non deve transigere: il sostegno all’Ucraina e la difesa comune europea. Purtroppo, si trattava proprio di questo e le opposizioni hanno fallito il test. La difesa europea e l’ammodernamento degli arsenali nazionali non sono in contrapposizione, ma posso capire che la difesa comune diventi terreno di convergenza, tanto più che ci sono ottimi motivi per temere gli effetti delle scelte nazionali di alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Germania che investirà 190 miliardi nel 2029».
Quale dovrebbe essere allora la battaglia dell’opposizione?
«Invocare la difesa europea con il fondo Safe e gli eurobond per finanziarla. È questa la linea dello spagnolo Sánchez, che ha chiesto i fondi Safe. Non vorrei che chi vi si oppone sia passato dall’idea che a difenderci ci pensano gli americani a quella che ci penseranno i tedeschi».
Sta dicendo che si è persa un’occasione?
«Mi pare evidente. È ovvio che in una stagione come questa, le coalizioni politiche non possono essere monocolore. Ma occorre aver chiaro che la politica estera e l’atteggiamento verso l’Europa non sono allegati o note a margine di un programma di governo che si occupa di economia, energia, dinamiche sociali, sanità. Non lo sono perché definiscono la tua identità: se stai con gli aggrediti o con gli aggressori, se ti batti per la libertà, se stai con l’Europa o stai con Putin e Trump. E non lo sono perché buona parte delle scelte contenute in quel programma sono scelte a dimensione europea».
Quando Giuseppe Conte dice che il Campo largo sarà contro il riarmo e gli aiuti all’Ucraina non pone un ostacolo insormontabile?
«Siamo seri: gli italiani non credono che basterebbero un paio di incontri a un eventuale nuovo premier per raggiungere la pace in Ucraina. Ci sono però molti italiani che si illudono che un’Italia arrendevole avrebbe dei vantaggi, è una posizione trasversale. Quindi è giusto discutere apertamente e spiegare che un atteggiamento neutrale tra aggrediti e aggressori oppure una posizione del tipo “sosteniamo l’Ucraina ma non sul piano militare”, non avvicinerebbe la pace e non porterebbe alcun beneficio all’Italia. Il gas russo non tornerebbe a fluire, e comunque evitiamo nostalgie di modelli energetici superati. L’isolamento dall’Europa, sostituendoci a Orbán nell’opposizione agli aiuti militari a Kiev, non ci darebbe alcun vantaggio. Al contrario. Avremmo tradito i nostri valori. E saremmo più deboli politicamente ed economicamente».
Ma è vero che nel centrosinistra c’è un’ossessione a rimuovere il passato riformista, più specificamente il lascito delle stagioni di Renzi e Gentiloni?
«Non so se qualcuno sia ossessionato, nel caso si faccia curare. Ma non penso sia questa la linea di Elly Schlein».
C’è un punto di equilibrio?
«Le grandi forze progressiste come il Pd hanno sempre anime diverse. Guardi a quanto succede tra i democratici in America. In Michigan Abdul El-Sayed ha vinto le primarie per il Senato, rafforzando l’idea che per opporsi a Trump occorra una linea di sinistra socialista. Ma nessuno si sogna di escludere le posizioni riformiste e moderate, come quelle di Gretchen Whitmer, governatrice dello stesso Stato al suo secondo mandato, o quelle di Abigail Spanberger, che lo scorso gennaio è diventata governatrice della Virginia. Tornando all’Italia, la ricetta vincente non può che essere quella di una coalizione e di un partito che valorizzino le diverse anime, sapendo che l’anima riformista è in ultima analisi quella più capace di conquistare una maggioranza».
Qual è la lezione che viene da Ceuta?
«Mi auguro che non si arrivi a una crisi tra Spagna e Italia. Quella di Ceuta è stata seria ma ora è superata. Mi ha colpito il nuovo manifestarsi dell’internazionale sovranista, che sembrava affossata dalla guerra in Iran, ma è tornata a farsi sentire intorno a delle immagini a quanto pare scatenate da un video social che probabilmente ha indotto migliaia di marocchini a nuotare verso Ceuta, illudendosi che da lì avrebbero raggiunto l’Europa. Il guaio è stato che all’imminente invasione del suolo europeo hanno fatto finta di crederci il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, il britannico Nigel Farage, la capa di AfD Alice Waigel e infine purtroppo anche Giorgia Meloni».
Come giudica la reazione dell’Italia?
«Fuori misura e in violazione degli accordi di Schengen. Non c’era alcuna minaccia attuale e concreta nei flussi migratori. Ma io la leggo anche nella chiave di un attacco concentrico all’Europa di diverse forze sovraniste, che hanno il loro riferimento nell’America di Trump. Non vorrei che questa diventasse la cifra della campagna elettorale dell’attuale maggioranza: sicurezza e immigrazione per mascherare che il più stabile governo del Dopoguerra è stato anche quello più immobile degli ultimi anni».
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