Genova per noi, memoria senza pace 25 anni dopo
CulturaRicordare il G8 di Genova dopo un quarto di secolo parlando quasi soltanto di «repressione» significa compiere un doppio errore. Da una parte, si finisce per cancellare la ricchezza di quel movimento e la sua capacità di ricostruire una vera e propria nuova forma della politica. Dall’altra, si ricorre a un termine abusato rischiando di normalizzare le violenza di Stato e media contro quel movimento: in quei giorni ci fu una guerra contro cittadini inermi che anticipò le operazioni militari degli anni a venire. Per evitare questo doppio rischio, insomma, bisogna considerare i due piani della mobilitazione e della guerra che venne scatenata contro di essa. CI PROVA Vittorio Agnoletto in Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani (a cura di Mario Scagnetti, Tab edizioni, pp. 124, euro 13) un testo che ha la forma di un dialogo che prova a fare la sintesi di quelle giornate e che soprattutto mira a proiettarle ai giorni nostri. «Tornare ancora su Genova ha senso se ci è utile per capire come muoverci oggi, se ci può insegnare qualcosa. – afferma Agnoletto – Ho compiuto le mie scelte, ora la storia ha voltato pagina e siamo in un’altra dimensione, ma il nostro impegno continua e i nostri obiettivi finali non cambiano». Per l’allora portavoce del Genoa social forum si tratta di utilizzare il concetto gramsciano di egemonia: allora come oggi si tratta di raccontare il mondo in forma diversa, tramite le lotte e l’organizzazione dal basso, per arrivare alla vita quotidiana delle persone. Ciò che spaventò il potere, sostiene Agnoletto, fu la capacità dei movimenti di costruire connessioni e alleanze senza mortificare la loro identità. Venticinque anni fa ci si batteva contro il neoliberismo, che oggi utilizza il protezionismo e il ritorno agli Stati-nazione per continuare a sottomettere la vita al profitto. In fondo, la violenza del potere di Genova fu un’anticipazione anche in questo senso, perché quando il dominio del profitto viene disvelato, con le lotte e la documentazione rigorosa, nella sua natura del tutto ideologica e dispotica, salta il gioco sulla neutralità del mercato o sulla natura collaterale dello Stato. Al contrario, come dimostra l’estrema destra al governo in molti Paesi, lo Stato funziona come articolazione nazionale del comando, in quanto strumento di disciplina e controllo della forza lavoro diventa lo strumento di coercizione e ristabilimento delle gerarchie. GIUNGE quanto mai opportuna, a questo riguardo, la proposta in forma allargata e aggiornata di Nessun rimorso Reloaded (a cura di Sara D’Ippolito e Oscar Glioti, Coconino, pp. 336, euro 22), un volume promosso da Supporto Legale. La rete che era nata per affrontare l’enormità dei processi seguiti ai fatti di Genova e che negli anni ha mantenuto alta l’attenzione sulle abominevoli condanne inflitte ai manifestanti, oggi sostiene la campagna europea FreeAllAntifas e rivendica la necessità di difendere chi pratica il conflitto sociale. All’epoca, sui movimenti precipitò la controversia abbastanza strumentale su violenza e non violenza: servì a dividere e non a ragionare davvero sull’efficacia delle proteste. Lo dimostra il fatto che le vere forme di lotta nonviolenta radicale e di piazza si sono palesate in questi anni, ad opera di giovani che hanno avuto la fortuna, se non altro per motivi anagrafici, di non vivere la natura binaria e speciosa di quel dibattito. Funziona anche, nel libro, la giustapposizione di fumetto e testo, i diversi linguaggi amplificano la narrazione e l’analisi, grazie al supporto delle migliori matite della scena fumettistica indipendente (oltre a Zerocalcare ci sono anche i nostri Maicol&Mirco). Il messaggio è molto netto e serve appunto a non ridurre le giornate genovesi ad eccezione. Una lettura dinamica di quegli eventi ci consente di riconoscere un processo in tendenza che, anche se non in forme lineari, si estende fino ad oggi. «La ferocia dispiegata dalle forze dell’ordine – scrivono i curatori – l’assoluzione delle responsabilità istituzionali, la normalizzazione di pratiche repressive eccezionali, la derubricazione dell’omicidio di Carlo Giuliani a incidente: sono fatti che non si esauriscono nella cronaca di allora, ma che hanno a che fare con il tentativo di ridisegnare i confini del dibattito pubblico, delegittimando il conflitto come elemento fisiologico di una democrazia e spezzando le reti della solidarietà collettiva».

