Francesco Guccini, poeta del tempo
CulturaUn altro giorno è andato, ed è stato un giorno più brutto di altri. Del resto al tempo nessuno sfugge, neanche Francesco Guccini, che del tempo, in tutte le sue forme, è stato il più raffinato cantore. Guccini è il tempo. È stata quasi un’ossessione, la grammatica che ha scandito buona parte del suo canzoniere, un sottotesto costante, a volte invisibile, molto più spesso esplicito. «Non c’è strada che tenga” scrivevo qualche anno fa introducendo un viaggio della fotografa Daria Addabbo sulle “stagioni” gucciniane, “non c’è osteria, non c’è bottiglia o amico, non c’è racconto, risata e sberleffo, non c’è America né Costantinopoli che tenga, non c’è nulla al di fuori della beffarda cornice del tempo. C’è sempre un giorno che va, un altro giorno che è andato, o che andrà, è il tempo che apre e chiude i giochi della musica, il luogo in cui “l’oggi dove è andato l’ieri se ne andrà”». Guccini il tempo lo studiava, ci costruiva le sue trame da narratore, e da finissimo letterato della musica qual era non ha mai avuto bisogno di viaggiare davvero, perfino in America, la “sua” America. Ci andò una volta seguendo una storia d’amore, nel 1969, e ne tornò insoddisfatto, deluso. Tranne poi trasformare quella radice semantica nella più italiana delle sue canzoni, la splendida “Amerigo”, dove l’America è potente immaginario, fatica, memoria, migrazione, ritorno. Gli è bastato sedersi davanti a un tavolino, o meglio un tavolo da osteria, e immaginare un ideale luogo di viaggio situato in un punto qualsiasi tra la via Emilia e il West e lì è rimasto scoprendo che era il mondo ad andargli incontro. Un altro giorno è andato, perché quando muore uno come lui sembra davvero che la musica sia finita, con tutto il suo bagaglio di storie, con i vecchi e i bambini, con gli incontri “correndo lungo le scale” e memorie che si scontrano e si sovrappongono per pochi attimi, con i Cirano e le madame Bovary, le canzoni di notte numero uno, due.., radici, ruggiti, con gli eroi «che sono tutti giovani e belli», con l’impudenza di un artista che decide di intitolare un disco col suo reale indirizzo di casa, giusto per ricordare l’umanità che ruotava intorno alla musica a quei tempi. Perché Via Paolo Fabbri 43 era davvero l’indirizzo di casa, la gente bussava e lui, se c’era, rispondeva al citofono, l’ho visto succedere con i miei occhi. È notte fonda, gli amici se ne vanno, la musica è finita ma rimane nell’aria, nelle orecchie stordite dei compagni d’osteria la voce di un insuperabile cantastorie che era ugualmente colto e popolare, come la musica dovrebbe essere sempre. Dunque un altro giorno andato, questa volta per sempre «e negli angoli di casa cerchi il mondo, nei libri e nei poeti cerchi te, ma il tuo poeta muore e l'alba non vedrà, e dove corra il tempo chi lo sa?»

