Fondi americani per i Maga d’Europa, l’ira di Merz: «Non vi intromettete»
EuropaNon vi impicciate dei voti nostri. Dalla cancelleria federale di Berlino parte l’inequivocabile messaggio per l’amministrazione Trump, passata ora alla fase di ingerenza diretta nella politica interna delle democrazie europee, a partire proprio dalla Repubblica federale. «Non voglio che il governo americano o le istituzioni a esso collegate interferiscano nelle elezioni tedesche» è il piccolo-grande monito di Friedrich Merz, incalzato dai giornalisti determinati a sapere se il leader della Cdu considera legittimo il nuovo progetto del Dipartimento di Stato Usa di finanziare «le voci di libertà di parola e la libertà religiosa» che in Germania coincidono con il verbo dell’ultradestra. «Noi non ci intromettiamo nel voto americano» puntualizza il cancelliere, chiedendo sostanzialmente a Washington di rispettare il principio di reciprocità fra due paesi ufficialmente ancora «amici e alleati». Per Merz la nuova crociata Maga lanciata con inquietante puntualità alla vigilia delle elezioni in due Land orientali della Bundesrepublik – Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania – rappresenta una formidabile sponda politica per Alternative für Deutschland che si prepara a vincere entrambe le urne e resta anche il primo partito a livello nazionale nei sondaggi, ben davanti alla Cdu. A preoccupare il capo del governo tedesco non sono certo le briciole di denaro gettate a beneficio di chi si impegna ad «affrontare le sfide relative alla sovranità nazionale, migrazione, censura, diritto e comune patrimonio di civiltà occidentale»: i cinque milioni di dollari messi a disposizione dagli Usa rappresentano più o meno il costo dei due aerei privati di Merz; né il rischio che i soldi possano finire nelle casse di Afd: «Finanziare partiti politici dall’estero in Germania è illegale. Presumo che i nostri amici in tutto il mondo rispetteranno questa norma», ricorda il leader democristiano. Bensì il vero prezzo dell’ingerenza americana questa volta orchestrata senza più intermediari. Il primo a soffiare sulle vele di Afd all’inizio del secondo mandato di Trump era stato Elon Musk, protagonista del pesante endorsement ad Alice Weidel a scapito proprio del cancelliere della Cdu. Poi era toccato al vicepresidente J. D. Vance di demolire il muro europeo contro il fascio-populismo sdoganando l’ultradestra non solo Deutsch dal palco della Conferenza di Monaco nel 2025. Uno schema tattico consolidato che da Berlino ora si ripete a Parigi. Per Musk la donna da pompare sui social in questo momento è Marine Le Pen, appena tornata in corsa per le presidenziali dell’anno prossimo. Agli occhi del miliardario di X e Tesla «è lei l’ultima speranza della Francia» dopo che il suo indice di consenso è passato dal 23% del 2022 al 36% di oggi. Tanto è bastato per far sobbalzare dalla sedia Thierry Breton, già commissario europeo per il mercato interno e i servizi della prima Commissione von der Leyen fino al 2024. «La stagione delle interferenze politiche è iniziata: Musk appoggia Le Pen. Adesso sta alle autorità europee assicurare che l’algoritmo di X non favorisca alcun candidato in Europa» specifica l’ex ministro dell’economia nel governo De Villepin. In parallelo Macron punta alla proposta di legge contro la «disinformazione» entro la fine di quest’estate. Così la difesa di Germania e Francia di fronte all’attacco al cuore politico-economico (e militare) del vecchio continente, sempre più considerato da Trump come il simbolo della decadenza dei valori occidentali. Quelli declinati al Western americano soprattutto, ma anche i principi dell’Ovest inteso come «Abendland», la «Terra del Tramonto» propagandata dai patrioti tedeschi.

