Reddito universale e liberazione del/dal lavoro
contenuti originaliÈ stato presentato ieri al Laboratorio Andrea Ballarò di Palermo il libro di Toni Casano, Antonio Minaldi e Sergio Riggio Salario o reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine, edito da Multimage, libro che ha suscitato un vivace dibattito poiché non di mero esercizio teorico si tratta, ma di una teoria che intende convertirsi in prassi, facendo un po’ di luce sulle attuali trasformazioni del lavoro e del capitale. Al centro delle riflessioni è il reddito universale e incondizionato, inteso come obiettivo di una lotta intersezionale e internazionale, in luogo o accanto alle tradizionali rivendicazioni legate alla monetizzazione del tempo di lavoro, specie in questo tempo, quello del capitalismo delle piattaforme, in cui l’estrattivismo del capitale si applica ad ogni aspetto ed attimo della nostra vita ed ogni nostra scelta, atteggiamento, decisione si traduce in dati e informazioni fruibili e commercializzabili. Del resto, l’esigenza di un reddito universale, ben diverso dal salario alle casalinghe, che è ancora una monetizzazione del lavoro svolto seppure misconosciuto, è già stata avanzata da diversi anni dalle donne latinoamericane, quelle, per esempio, del movimento di Ni Una Menos, come imprescindibile dovere sociale di equità nella redistribuzione della ricchezza collettiva prodotta. Casano esamina la trasformazione del lavoro, dal taylorismo-fordismo alla società post-industriale, caratterizzata da automazione e impiego dell’intelligenza artificiale, avvalendosi degli studi di Gorz, Aznar, Kurz, Toni Negri e criticando il “lavorismo” storico; considera le attuali forme di lavoro, strutturalmente precarie e intermittenti, spesso intraducibili in salario come nel caso della comunicazione o del lavoro di cura, per approdare, anche attraverso la rilettura di paradigmi marxiani quali il General Intellect e la sussunzione vitale, alla necessità del reddito di cittadinanza universale, insieme con il salario minimo legale e la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario (“lavorare meno, lavorare tutti” si diceva negli anni Settanta), misure indispensabili per una riappropriazione dei beni comuni, materiali e immateriali, prodotti dalla cooperazione sociale. Del resto, la produzione immateriale, l’industria dei big data e la IA necessitano di quantità enormi di energia, acqua e terre rare, dunque, lo sfruttamento del lavoro vivo, insieme con l’estrattivimo neocoloniale, non hanno cessato di esistere, ma sono stati dislocati nel sud del mondo – si pensi ai bimbi congolesi che scavano coltan a mani nude – o nei sud del nord, dove le nuove schiavitù annientano i migranti impiegati a due o tre euro l’ora nei campi o li rendono invisibili, sequestrati tra quattro mura domestiche per le mansioni più umili. Come avvertiva Rosa Luxemburg, il capitalismo può evolversi solo a patto di lasciare sacche di miseria e arretratezza in aree sempre più vaste del pianeta. Casano fa notare, però che “nel 2025, il PIL mondiale si aggirava intorno ai 123.600 miliardi di dollari. In confronto, il volume delle transazioni finanziarie è di gran lunga superiore. Il solo volume giornaliero di scambi sul mercato valutario ammonta a 9.600 miliardi di dollari. Aggiungendo i derivati (7.900 miliardi di dollari al giorno), il trading ad alta frequenza, le criptovalute e i mercati obbligazionari, il volume totale dei flussi finanziari annuali rappresenta da 50 a 100 volte il PIL globale. In altre parole, gran parte della ricchezza mondiale sfugge sia alla partecipazione sociale che al controllo degli Stati nazionali”. La finanziarizzazione dell’economia e la concentrazione della ricchezza nelle mani di un mucchietto di una ventina di azionisti privati delle maggiori big tech rendono largamente imprevedibile – e profondamente ingiusto – l’andamento della fase che stiamo attraversando. Anche per queste ragioni Minaldi considera necessario il reddito di base, che costituisce inoltre un superamento delle politiche keynesiane di welfare e delle politiche assistenziali, le quali presuppongono uno statalismo oppressivo. Svolge, per fondarlo come obiettivo di lotta, un’analisi del concetto di lavoro, a partire dalle diverse significazioni che nei secoli lo hanno indicato – ergon (da cui anche energia), labor o fatica, opus o creazione di un qualche prodotto, negotium finalizzato alla scambio e al profitto, travaille o trabajo, che evoca anche il travaglio del parto, Arbeit (macht frei?), rabota, da cui robot – e dalla sua evoluzione, schiavitù antica, servitù medievale, lavoro salariato manuale contrapposto all’intellettuale in età moderna, sino al lavoro immateriale nell’era della finanza globale. Giunge così ad esplorare l’attuale transizione dal diritto al lavoro al diritto al reddito: il reddito minimo garantito secondo i principi di universalità e incondizionalità, ben al di là del tempo di lavoro monetizzato, costituisce una distribuzione equa della ricchezza intesa come bene comune, secondo il principio di Blanc ripreso da Marx “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, nella prospettiva di un comunismo che non dobbiamo temere di nominare. Attraverso la critica del lavoro e l’evoluzione delle lotte, dall’era fordista a quella post-industriale, Riggio esplora il passaggio dalla liberazione del lavoro alla liberazione dal lavoro, dalla figura dell’operaio massa all’operaio sociale. Descrive il superamento della separazione fra lavoro concreto e astratto, manuale e intellettuale, il furto del General Intellect ad opera dell’industrialismo e il rifiuto del lavoro degli anni Settanta e Ottanta, sino alla sharing economy delle piattaforme, che sussume il tempo di vita tramite “un autosfruttamento mascherato” in cui ciascuno si illude di essere “imprenditore di se stesso”. Riggio descrive la condizione del lavoratore digitalizzato avvalendosi di accurate mappe statistiche le quali dimostrano come “il capitalismo delle piattaforme ottimizza i meccanismi di accumulazione e controllo sul lavoro vivo h24 superando la vecchia divisione fra tempo di lavoro e non lavoro”. E conclude con la necessità di operare convergenze tra i movimenti e i soggetti unificando rivendicazioni e pratica degli obiettivi, proprio come cercano di fare gli operai della GKN o come hanno cercato di fare gli insegnanti dei Cobas, unendo alla rivendicazione di maggior reddito la pratica di un modo diverso di fare scuola (“siamo stufi d’aver pazienza, insegneremo disobbedienza”). Riggio non è per niente convinto che la lotta per il reddito incondizionato (se mai ci fosse, ma per ora è solo movimento di opinione) renda superata la lotta (quella sì reale) per l’aumento dei salari e la riduzione d’orario ma, al contrario, crede che, senza le seconde, la prima non ci sarà mai. Pensa dunque a una convergenza trasversale, che superi settarismi e parzialità attraverso una comunicazione solidale in cui si colleghino operai (GKN, ad esempio), studenti (PCTO, vecchia alternanza scuola-lavoro), riders e lavoratori della logistica, ecologisti, Pro Pal e – aggiugerei – femministe e transfemministe e persone LGBTQ+, disoccupati inoccupati migranti. Fumagalli, infine, nella sua postfazione, alla luce di quanto sviluppato nel testo, avverte l’urgenza di ripensare il senso e il fine del lavoro, del quale ripercorre le diverse interpretazioni filosofiche, dal concetto di sussunzione del primo libro del Capitale di Marx alla lettura di H. Arendt secondo i parametri di lavoro, opera e azione in Vita Activa, dalla teorizzazione del rifiuto del lavoro degli anni Settanta a quella di “fine del lavoro” ai giorni nostri. Con l’invadenza dell’intelligenza artificiale e l’estrattivismo dei big data, il capitalismo biocognitivo trasforma, secondo Fumagalli, in modo nuovo il valore d’uso in valore di scambio, poiché la sussunzione non è più solo quella del lavoro vivo ma della vita intera. Perciò, “più che fine del lavoro siamo in una dimensione di lavoro senza fine, quindi [assistiamo] alla sua scomparsa come fattore valorizzante la vita degli individui”. Di qui la proposta di riscrivere gli articoli 1 e 3 della nostra Costituzione: non di semplice diritto al lavoro deve trattarsi (siamo tutti ininterrottamente sfruttati) ma di “diritto alla scelta del lavoro”, di quel lavoro che garantisca a ognuno l’effettiva partecipazione. Dibattito intensissimo, si diceva, proprio perché le questioni affrontate condizionano il nostro posizionamento nella società civile, il modo di costruire opposizione, di fare rete tra i diversi movimenti, di optare per gli ultimi, per “i dannati della Terra”, di immaginare un altro mondo possibile, un’umanità in armonia con se stessa e con la natura, senza le guerre, le catastrofi ambientali e le costrizioni alla migrazione cui questo sistema costringe la gran parte della popolazione del pianeta.


