Il miele del potere. Fidel Castro e la crisi della sinistra europea
InterventiNegli ultimi mesi, osservando il dibattito che attraversa Cuba, mi sono tornate spesso alla mente due riflessioni di Fidel Castro che considero tra le più profonde della sua esperienza politica. La prima risale al novembre 2005, quando, parlando all’Università dell’Avana, pronunciò una frase destinata a fare il giro del mondo: «Questa Rivoluzione può distruggere sé stessa». Molti rimasero sorpresi. Da decenni Cuba resisteva al bloqueo economico, alle aggressioni, alle campagne mediatiche e ai tentativi di isolamento internazionale. Eppure Fidel non indicava come pericolo principale l’imperialismo statunitense. Non perché ne sottovalutasse la minaccia, ma perché poneva una questione ancora più profonda. Una rivoluzione può sopravvivere alle aggressioni esterne. Ciò che può distruggerla davvero è la perdita del proprio fondamento etico: quando il potere si separa dal popolo che dovrebbe servire, il burocratismo sostituisce la partecipazione, i privilegi prendono il posto del sacrificio e la gestione dell’esistente quello della trasformazione sociale. Fidel affrontava uno dei problemi centrali di ogni processo rivoluzionario: impedire che il potere trasformi chi è chiamato a esercitarlo. Quattro anni dopo, tornando sulla vicenda che coinvolse Carlos Lage e Felipe Pérez Roque, Fidel utilizzò un’altra espressione destinata a lasciare il segno: «La miel del poder», il miele del potere. Anche in questo caso sarebbe un errore ridurre quelle parole a un episodio specifico. Fidel parlava di una dinamica che può manifestarsi in qualsiasi processo politico. La “miel del poder” non è soltanto il privilegio materiale. È il prestigio che accompagna gli incarichi, l’abitudine a essere ascoltati, la convinzione di essere indispensabili, la progressiva identificazione tra il proprio destino personale e quello del progetto collettivo. È il momento in cui il potere smette di essere uno strumento e diventa un diritto acquisito. Per questo attribuiva tanta importanza alla critica e all’autocritica, non come rituali formali ma come strumenti indispensabili per la sopravvivenza della Rivoluzione. Ho ripensato spesso a queste parole leggendo discussioni e interventi provenienti da Cuba. Non mi riferisco ai professionisti della dissidenza finanziata dagli Stati Uniti né a chi da decenni sogna il ritorno dell’isola nell’orbita di Washington. Mi riferisco a rivoluzionari, giornalisti, intellettuali e militanti che difendono il socialismo cubano e che, proprio per questo, ritengono necessario interrogarsi sui problemi che la Rivoluzione deve affrontare. In questi dibattiti ricorrono temi che Fidel aveva già individuato: il ruolo dei quadri dirigenti, il rapporto tra istituzioni e popolo, il rischio del burocratismo, la responsabilità etica di chi esercita funzioni pubbliche e la necessità di preservare il carattere socialista del processo rivoluzionario. Figure come Abel Prieto, Graziella Pogolotti, Rafael Hernández e altri continuano a intervenire nel dibattito pubblico da posizioni chiaramente rivoluzionarie. Non per demolire la Rivoluzione, ma per difenderla; non per offrire argomenti ai suoi nemici, bensì per evitare che errori, rigidità o distorsioni possano indebolirla. Non spetta a me, europea e italiana, impartire lezioni ai cubani. Sarebbe presuntuoso. Saranno i rivoluzionari cubani a discutere il futuro della loro Rivoluzione e a individuare le strade per rafforzarla. Per questo guardo con interesse e rispetto a quel dibattito. La mia fiducia nella Rivoluzione cubana non nasce dall’idea che essa sia perfetta, ma dal fatto che vedo ancora uomini e donne disposti a discutere apertamente i problemi senza rinunciare ai principi del socialismo, dell’internazionalismo e della giustizia sociale. Ed è proprio osservando questo confronto che diventa inevitabile volgere lo sguardo verso l’Europa e l’Italia. Mentre a Cuba esistono ancora rivoluzionari che discutono di etica, partecipazione popolare, responsabilità politica e rapporto tra dirigenti e popolo, una parte consistente della sinistra europea e italiana sembra aver smesso perfino di interrogarsi sulle proprie trasformazioni. Mi interessa capire come sia stato possibile che forze politiche nate per rappresentare il lavoro, i salariati, i pensionati, i precari e gli esclusi abbiano progressivamente smesso di parlare il linguaggio della questione sociale. Per decenni milioni di persone hanno guardato alla sinistra come alla forza politica chiamata a difendere il lavoro, contrastare le disuguaglianze, redistribuire la ricchezza e garantire salute, istruzione e diritti fondamentali. Oggi molti di quei cittadini non si riconoscono più in quelle forze politiche. Non perché siano diventati improvvisamente conservatori, ma perché vedono una sinistra che ha progressivamente accettato come inevitabili gli stessi meccanismi economici e geopolitici che un tempo avrebbe contestato. Negli ultimi decenni una parte significativa del centrosinistra europeo ha interiorizzato categorie, priorità e interessi propri della visione delle élite occidentali. Non si tratta soltanto dell’allineamento agli Stati Uniti, ma di una colonizzazione ideologica che ha portato a considerare naturali l’espansione della NATO, il riarmo, la subordinazione della politica alla finanza e l’idea che non esistano alternative all’ordine neoliberale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: precarietà, salari in perdita di potere d’acquisto, difficoltà di accesso alla casa, arretramento della sanità pubblica e un’istruzione sempre meno capace di svolgere la funzione di ascensore sociale. Eppure questi temi raramente occupano il centro del discorso politico. La sinistra che avrebbe dovuto rappresentare le classi popolari sembra spesso più impegnata a dimostrare la propria affidabilità nei confronti dei mercati, delle istituzioni finanziarie e degli equilibri geopolitici occidentali che a costruire un’alternativa sociale credibile. In questo contesto si inserisce anche il progetto del cosiddetto campo largo. Ci viene detto che la priorità è battere la destra. Ma per costruire quale alternativa? Per difendere quali interessi? Se l’obiettivo si limita a sostituire una classe dirigente con un’altra senza affrontare le ragioni profonde che hanno allontanato milioni di persone dalla sinistra, il risultato rischia di essere ancora una volta la disillusione. Una parte dell’elettorato continuerà a farsi sedurre dalle promesse della destra. Un’altra si rifugerà nell’astensione, spesso liquidata come indifferenza, ma che rappresenta anche la convinzione che nessuna forza politica sia più in grado di rappresentare gli interessi delle classi popolari. Per anni agli elettori è stato chiesto di scegliere il meno peggio, di votare contro qualcuno più che per un progetto. Ma una politica che chiede consenso senza offrire una prospettiva di trasformazione sociale finisce inevitabilmente per perdere credibilità. Ed è qui che le parole di Fidel assumono un significato che va ben oltre i confini di Cuba. La “miel del poder” non riguarda soltanto chi governa una rivoluzione, ma anche chi, nato per rappresentare il lavoro e gli esclusi, finisce per cercare soprattutto il riconoscimento delle élite economiche, mediatiche e istituzionali. Riguarda chi smette di trasformare il sistema e si limita ad amministrarlo; chi nasce per contestare l’ordine dominante e finisce per adottarne linguaggio, priorità e interessi. Se Fidel temeva che la Rivoluzione cubana potesse smarrire sé stessa sotto il peso del burocratismo e del “miele del potere”, osservando l’Europa e l’Italia viene da chiedersi se una parte della sinistra non abbia già attraversato quel processo: non attraverso la repressione o la sconfitta, ma mediante una progressiva integrazione nell’universo politico, economico e culturale che avrebbe dovuto contrastare. Per questo continuo a guardare con interesse al dibattito che attraversa il campo rivoluzionario cubano. Non perché Cuba sia priva di problemi, ma perché vedo ancora una comunità politica che considera la critica e l’autocritica strumenti indispensabili per difendere il progetto socialista. Una rivoluzione può sopravvivere ai propri errori se conserva la capacità di riconoscerli. Molto più difficile è salvare chi ha smesso perfino di interrogarsi sulle proprie trasformazioni. Ed è forse questa la domanda che dovremmo porci anche noi. Non per giudicare Cuba, ma per riflettere sul destino della sinistra italiana ed europea. Se esiste una possibilità di ricostruire un’alternativa, essa non nascerà dall’ennesima alleanza elettorale costruita per battere la destra, né dalla semplice sommatoria di sigle e gruppi dirigenti. La crisi della sinistra nasce dall’abbandono della lotta di classe come terreno fondamentale dell’azione politica. Per troppo tempo una parte di essa ha sostituito il conflitto sociale con la gestione dell’esistente, fino ad assumere come inevitabili gli stessi assetti economici e geopolitici che avrebbe dovuto contrastare. Una reale alternativa potrà nascere soltanto tornando a organizzare e sostenere le lotte di chi vive del proprio lavoro, di chi subisce precarietà, sfruttamento e disuguaglianze. Non per rappresentarle dall’alto, ma per costruire insieme una prospettiva di trasformazione sociale che rimetta al centro il lavoro, la giustizia sociale e la redistribuzione della ricchezza. Ed è forse questa, al di là delle differenze storiche e politiche, la lezione più profonda che possiamo trarre dalle riflessioni di Fidel: nessun progetto di emancipazione può sopravvivere se smarrisce il legame con il popolo che pretende di rappresentare. * Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista 28 Luglio 2026 - © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

