Le maschere di Dnipro
MondoA Dnipro, centinaia di società condividono lo stesso indirizzo: via Sobinova 1. Tra queste c’è la capogruppo dell’impero di Vadym Iermolaiev, oligarca che ha rinunciato alla cittadinanza ucraina per quella cipriota e che Kiev ha sanzionato nel 2023 per aver continuato a operare in Crimea dopo l’annessione russa, versando imposte al bilancio di Mosca. Il 29 giugno una bomba nascosta in una borsa lo ha ferito all’ingresso di casa a Montecarlo, assieme alla compagna, che ha perso una gamba, e al figlio tredicenne. La rete societaria, le attività offshore e i procedimenti giudiziari che coinvolgono la sua famiglia sono documentati. Ma proprio da questi fatti prende forma un’altra storia costruita dall’infrastruttura informativa russa per trasformare un caso di criminalità transnazionale nella prova di un presunto sistema statale ucraino. Il figlio Artur è stato condannato in Estonia per una rete di call center che ha truffato per oltre 100 milioni di euro tra il 2019 e il 2022. Su questa vicenda si concentra un documentario RT firmato da Elena Norkunaite e Artyom Somov, gli stessi che nel 2024 avevano girato un film quasi identico sul Milton Group, nato in Israele e transitato per Kiev e Mosca. In Italia viene diffuso dal canale Telegram di Donbass Italia, gestito da Vincenzo Lorusso, che lavora per International Reporters, classificata come asset collegato allo Stato russo, e dal sito italy.news-pravda.com, uno dei centocinquanta domini della rete di TigerWeb, società IT crimeana di Yevgeny Shevchenko, sanzionato dall’Ue nel 2025: una rete pensata non per lettori ma per nutrire le risposte dei chatbot e inquinare la memoria dei modelli linguistici di intelligenza artificiale, che ne ripetono le narrazioni in un caso su tre. Il documentario usa il caso Iermolaiev come prova che le frodi siano un tratto specificamente ucraino, una guerra economica tollerata da Kiev. Il governo russo «ha tutto l’interesse a esagerare il problema per fornire ulteriore giustificazione al proseguimento del conflitto», spiega Luke Rodeheffer, ricercatore di lunga data su cybercriminalità, che parla russo e segue il crimine informatico dell’Europa dell’Est. La stessa narrazione, aggiunge l’esperto, monitorando la stampa russa, serve anche a giustificare «l’espansione della sorveglianza all’interno della Russia su tutti i suoi canali di telecomunicazione», e in alcuni casi «attacchi aerei per colpire i call center, con droni o raid mirati». Una delle società di via Sobinova controlla una cava di granito nell’oblast di Zhytomyr. Un documento societario ne fa risalire la proprietà a Iermolaiev, titolare al cento per cento di una holding cipriota, con ramificazioni nelle Isole Vergini Britanniche, in Scozia e in una compartecipazione danese decennale. Il secondo socio della cava, Avers-A, è registrato allo stesso indirizzo di altre 198 società del gruppo e non-profit dal 2017 pur restando a capo di un gruppo multimilionario il cui certificato Iva, secondo il registro Opendatabot, risulta annullato dal 5 luglio 2026. Tra i soci rimossi figura Potoky, collegata da un’inchiesta di Hromadske a un terreno assegnato dall’amministrazione di Odessa. Una struttura opaca, ma non eccezionale. Dopo la dissoluzione dell’Urss «molte persone benestanti crearono società di comodo a Cipro, perché l’economia era così politicizzata che avevano paura a tenere i beni in patria». Il ricercatore giudica faccende come queste «per metà accurate» e riconosce che una quota reale di questa attività operi sì dall’Ucraina, ma con arresti di persone che hanno preso di mira vittime europee e cita poi il caso dell’ex parlamentare Mykola Tyshchenko, di cui dice: «Le accuse sono state ben stabilite». Ma è corruzione individuale, non regia statale. Le forze ucraine, aggiunge, sono diventate sempre più cooperative con l’Occidente, in particolare con l’Interpol, negli ultimi anni. Dnipro si è imposta in questo tipo di mercato fraudolento anche per la disponibilità di madrelingua russa sul territorio, ma «se puoi assumere chi parla bene inglese, è facile colpire bersagli in tutto il mondo», spiega Rodeheffer. Gli operatori «usano l’intelligenza artificiale per analizzare grandi database e farsi estrarre i dati di cui hanno bisogno». Il vero prodotto venduto spesso non è una finta banca ma uno schema di investimento in criptovalute dai rendimenti promessi altissimi. Reti quasi identiche operano in Georgia, Uzbekistan, Bielorussia, oltre a organizzazioni con uffici tra Bulgaria, Cipro e Israele. Storicamente anche Donetsk, Luhansk e la Transnistria moldava hanno ospitato data center cybercriminali fuori dalla portata delle forze dell’ordine internazionali, e alcune reti operavano persino dall’interno di carceri russe, prima che Mosca stessa le reprimesse. Il fenomeno non è più solo eurasiatico. Operano anche in Cambogia, dove gruppi cinesi costringono donne a lavorare per truffare, e sta emergendo in India. Il documentario promosso da RT Doc Italia si apre durante il Carnevale di Venezia, con le maschere della città come metafora dell’inganno. Tra le testimoni compare la sagoma di una donna indicata solo come Olga, che racconta di essere stata vittima di un tentativo di truffa tramite call center. Da un’altra intervista condotta dallo stesso Lorusso risulterebbe trattarsi di Olga Kiriy, produttrice di RT Documentary sanzionata dall’Ue per la propria filmografia di propaganda bellica, qui presentata come vittima dello stesso tipo di truffa che il docufilm denuncia.

