“Fuorché il silenzio”: voci di donne dall’Afghanistan
contenuti originaliQuando la scrittrice Patrizia Fiocchetti chiese alla politica afghana, allora alla macchia oggi in esilio, Selay Ghaffar: Quale messaggio vuoi che porti in Occidente per te?” Selay rispose: Continuate a parlare di noi, non dimenticateci” ben sapendo che il silenzio è la tomba di ogni speranza. Nei lunghi mesi successivi al ritorno dei talebani a Kabul il 15 agosto del 2021, trentasei donne scrivono la loro storia partendo dalla giovinezza, a volte dalla vita dei genitori, fino a quei terribili giorni quando la loro vita cambiò per sempre, in un modo prima inimmaginabile. Quello che accomuna le trentasei storie di queste donne, è la loro reazione al progressivo silenziamento messo in atto da talebani. Ognuna di loro sfida i divieti: della famiglia, del marito, la chiusura delle università, delle scuole, la perdita del lavoro, la progressiva clausura imposta. Una sfida portata avanti con coraggio a rischio della loro propria vita. Zainab Entezar, regista e scrittrice afghana, ha raccolto le loro testimonianze e poi le ha consegnate a Asef Soltanzadeh, noto scrittore afgano emigrato, oggi residente in Danimarca. Asef Soltanzadeh ha rivisto quelle storie e ne ha poi curato l’edizione in Danimarca. Ma il viaggio di quelle storie ancora non ha raggiunto la sua destinazione finale. Infatti, continua fino a Venezia e arriva nelle mani di Daniela Meneghini, docente di Lingua e Letteratura persiana a Cà Foscari che si dedica alla loro traduzione. Nel novembre del 2024 le storie hanno finalmente trovato una loro edizione anche in italiano con un titolo significativo, Fuorché il silenzio. Trentasei voci di donne afghane (Jouvence). Già i titoli delle trentasei storie parlano da sé, ne cito solo alcuni: Il potere dei talebani, si fonda sulla paura. Sono viva per lottare. In Panshir perfino il cielo è grigio cenere. Quando ogni cosa è un inganno. La libertà è lontana ma non irraggiungibile. Saremo noi a scrivere il destino dei talebani. Sempre più risolute nel distruggere la mentalità dei talebani. Sono viva per raccontare. Il controllo del corpo e dell’esistenza femminile in senso lato è da subito uno dei cardini imprescindibili della politica dei talebani: hanno individuato nella fibra delle donne il loro peggior nemico, quello che può scalzare il loro potere e sembrano temerlo più dei fucili. Asef Soltanzadeh, il curatore-scrittore, nella postfazione, a un certo punto afferma convinto: “Le donne troveranno la strada verso quel mondo libero e vi condurranno anche il resto della società”. Le trentasei protagoniste di “Fuorché il silenzio” hanno tutte in comune il rifiuto di farsi vittime e l’intento di ridisegnare per se stesse un nuovo profilo, un loro agire. Il loro rifiuto di rimanere vittime crea una frattura rispetto alla narrazione comune, all’immaginario che vede le donne afghane come succubi inermi alla violenza che le circonda. Riportare all’attenzione generale la vita invisibile di quelle donne che in contesti violenti trovano un loro spazio per esercitare anche un minimo di azione autonoma è il compito della ricerca femminista di oggi: offrire cioè una contro narrazione a quella omologata che vede le donne sempre e solo vittime. “L’Islam dei talebani” dice Daniela Meneghini “si basa su una loro interpretazione della Sharia, la legge coranica, ma questa loro lettura è stata contestata negli ultimi anni da gran parte dei paesi musulmani, dal Marocco all’Indonesia”. Nel tentativo di arginare, da una parte una possibile confusione nell’affastellare l’Islam dei talebani al mondo islamico, dall’altra nel tentativo di contenere la persecuzione nei confronti delle donne. “I paesi musulmani” continua Daniela Meneghini “hanno voluto ribadire in modo esplicito che il divieto di istruzione alle bambine, alle ragazze, alle donne non ha alcun fondamento nel Corano e lo hanno fatto con una conferenza internazionale dal titolo Conferenza internazionale sull’educazione delle ragazze nelle comunità islamiche: sfide e opportunità, tenutasi a Islamabad nel gennaio 2025, a cui hanno partecipato i massimi esponenti del clero musulmano”. Purtroppo queste prese di posizione dei paesi musulmani a Kabul sono cadute nel vuoto. Ma questo non deve stupire se leggiamo quello che scrive il curatore Asef Soltanzadeh nella postfazione del libro: “I dirigenti di questo governo talebano sono talmente ignoranti che si può affermare con certezza che non hanno letto altro che uno o due libri religiosi prodotti dalle loro scuole deoband [dal nome della città indiana in cui è nata la corrente di pensiero cui si ispirano]. Si può anche affermare che quelle scuole non hanno nulla da dire, se messe a confronto con altri ambienti intellettuali del mondo islamico. La produzione di pensiero delle scuole deoband non è comparabile a quella di Bukhara, del Cairo, di Najaf in Iraq, di Qom in Iran. I “maestri” afghani usciti dalle scuole deoband sono di fatto totalmente ignoranti, anche perché sono stati costretti a lasciare gli studi per dedicarsi al jihad [la guerra santa]”. Anche se i paesi europei non hanno ancora riconosciuto formalmente l’Emirato Talebano, una delegazione composta da cinque talebani è stata accolta il 23 giugno nelle aule del Parlamento Europeo per discutere gli aspetti tecnici del rimpatrio degli immigrati afghani. Molte associazioni hanno espresso la loro preoccupazione che questo possa rappresentare una legittimazione dei talebani i cui vertici sono ricercati dalla giustizia. Infatti, la Corte penale internazionale ha spiccato due mandati di arresto nei confronti sia del leader supremo sia del capo della corte di giustizia, “accusati di crimini contro l’umanità, di persecuzione per motivi di genere, contro ragazze, donne e altre persone non conformi alla politica dei talebani in materia di genere e identità”. I mandati per i due leader talebani sono stati spiccati nel luglio 2025 subito dopo che l’Emirato era stato formalmente riconosciuto da parte della Russia, a tutt’oggi il primo e unico riconoscimento formale da parte di uno Stato sovrano. La visita inoltre avviene a poco più di un mese dall’adozione, da parte del ministero della giustizia dell’Emirato, dell’articolo diciotto che legittima i matrimoni precoci delle bambine. Mentre è dell’agosto del 2024 la formalizzazione, sulla Gazzetta Ufficiale dell’Emirato, di quelle norme “per la virtù e contro il vizio” che di fatto sanciscono l’istituzionalizzazione dell’apartheid di genere nel paese(1). A questo proposito, il Coordinamento italiano in sostegno alle donne afghane (CISDA) ha lanciato una campagna dal dicembre 2024, intitolata “Stop fondamentalismi Stop apartheid di genere” che mira a far riconoscere l’apartheid di genere come un crimine contro l’umanità. 1) Notizie riportate dal ricercatore-giornalista Giuliano Battiston in un articolo pubblicato da ISPI online, 25 giugno 2026
