Droni in volo per tracciare l’occupazione
MondoL’appuntamento è alle prime luci dell’alba, in un parcheggio alla periferia di Tbilisi. Nika e Giorgi arrivano puntuali, abbassano il finestrino e con un cenno mi invitano a salire. Sul sedile posteriore ci sono uno zaino e un telefono con le coordinate dei siti da monitorare; nel bagagliaio, nascosti in una valigia di sicurezza, ci sono i droni. «Queste sono le indicazioni», dice Nika, scorrendo la mappa, «ma durante la giornata le cose possono cambiare. Abbiamo poche e semplici regole da rispettare: volare pochi minuti, non farci vedere, non restare troppo a lungo nello stesso posto». Nika e Giorgi fanno parte di Strength is in Unity, un movimento anti-occupazione nato dopo la guerra del 2008, che utilizza i droni per monitorare i territori occupati dell’Ossezia del Sud: regione che molti georgiani ricordano con il nome di Samachablo. «Avevo dodici anni quando arrivarono i soldati russi», racconta Giorgi. «Fecero inginocchiare me e mia mamma, puntando il fucile contro di noi, e dopo aver perquisito la nostra casa, ci costrinsero ad andarcene». Da quel giorno non è più tornato. Oggi, mi dice, di avere un solo preciso desiderio: «Vorrei rivivere quella scena a parti invertite, per fargli sentire quello che hanno fatto provare a me e a mia madre». Il volto di Giorgi resta impassibile, e il suo sguardo impenetrabile dietro gli occhiali da sole. Nella macchina torna il silenzio mentre la strada punta verso Gori, poi la svolta dentro vie strette e poco battute, lungo una distesa di campi che si stagliano contro le colline. È lì che corre l’Administrative Boundary Line: una linea di demarcazione che separa la Georgia dall’Ossezia del Sud. Un’area piuttosto ampia, che dopo la guerra del 2008 si è trasformata in una frontiera de facto. Da una parte il territorio controllato da Tbilisi, dall’altra l’attuale Ossezia del Sud, sotto autorità separatiste e l’influenza russa, di cui si sente ancora forte senso di appartenenza. Nel mezzo, villaggi abitati da famiglie che vivono a ridosso di un confine de facto sempre più militarizzato, che continua ad avanzare in silenzio. La parola usata per descrivere questo processo è borderization: la trasformazione progressiva di un’area di confine in una frontiera armata, composta da filo spinato, postazioni di tiro e telecamere di sorveglianza. Da terra, quei segni appaiono come elementi isolati; dall’alto, compongono una strategia di controllo lento e progressivo, che Nika e Giorgi provano a documentare dall’unica via rimasta accessibile: il cielo. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il drone è diventato uno degli strumenti più emergenti della guerra contemporanea: un’arma economica e letale, capace di osservare e colpire senza esporsi al fuoco nemico. In Georgia, il drone viene spesso adottato dai cittadini per monitorare e denunciare l’avanzamento della linea di occupazione: un fenomeno che è stato registrato in aumento dal 2019, e cresce con particolare intensità dall’invasione russa in Ucraina. «Si parla troppo poco di come siano cambiate le aree occupate negli ultimi anni», dice Davit Katsarava, coordinatore di Strength is in Unity. «Le riprese aeree ci permettono di mostrarlo chiaramente: il confine avanza secondo una strategia precisa, che punta a circondare i villaggi georgiani, privarli dell’accesso ai servizi essenziali e spingere via i pochi residenti rimasti lungo l’Abl». Secondo i più recenti rapporti internazionali sul conflitto in Georgia, dall’invasione russa dell’Ucraina il processo di militarizzazione lungo la Administrative Boundary Line non si è interrotto, anzi: nuove recinzioni, posti di osservazione e infrastrutture militari sono state registrate, mentre sugli abitanti dei villaggi aumentano restrizioni, arresti e maltrattamenti quotidiani. In questo contesto, le missioni dei volontari di Strength is in Unity hanno soprattutto un valore documentale: localizzano nuove postazioni, fissano precise coordinate e confrontano lo stato attuale del territorio con immagini raccolte in precedenza. Un lavoro che, secondo gli attivisti, è stato molto utile anche nei processi di verifica ai tavoli istituzionali. «Un esempio è la foresta nei pressi del villaggio di Chorchana, occupata dalle forze russe nel 2019, e in maniera sempre più crescente dall’invasione dell’Ucraina», racconta Katsarava. «Anche grazie alla condivisione del nostro materiale fotografico è stato possibile documentare l’effettivo aumento di postazioni militari e soldati nella foresta, che oggi viene effettivamente riconosciuta come occupata ai tavoli del Iprm (Incident Prevention and Response Mechanism)». Non si tratta però di missioni ufficiali, e per questo l’operato dei volontari si muove in un equilibrio fragile e spesso rischioso: da un lato si espongono ai rischi di arresti e detenzioni, dall’altro, in un’area così sensibile, ogni volo può essere letto come una violazione o come un possibile fattore di escalation di un conflitto che più che concluso, appare ibernato. I voli dei droni sono così entrati anche nei tavoli tecnici istituzionali , che provano a contenere gli incidenti lungo l’Abl. Durante gli incontri dell’Iprm di Ergneti, co-facilitati da Eumm e Osce, la questione viene ripresa regolarmente, data la frequenza con cui vengono avvistati droni nei territori de facto dell’Ossezia del Sud. Tuttavia resta difficile stabilire da dove provenga un drone, a meno che non se ne identifichi con certezza il punto di atterraggio, complicando la gestione e amministrazione del fenomeno. Intanto a Tskhinvali, capitale de facto osseta, le autorità si sono mosse per approvare nuove regole di ingaggio , che consentono l’uso di armi per abbattere i droni georgiani in nome della «protezione del confine». Da Tbilisi, il governo non sostiene ufficialmente queste iniziative civiche e indica come priorità la prevenzione di incidenti lungo la linea. In questo quadro, l’Sssg, il servizio di sicurezza georgiano, è incaricato di intervenire ufficialmente per prevenire escalation. Ma sul campo, queste procedure si ritorcono contro gli attivisti stessi: quando un drone viene individuato dalle forze russe o dalle autorità de facto, la segnalazione arriva anche alle strutture di sicurezza georgiane, che si mobilitano per bloccare i voli e identificare gli attivisti. «Negli ultimi anni le dinamiche sono cambiate», dice Nika. «Sebbene anche prima agivamo senza autorizzazione, la nostra presenza veniva accettata perché serviva a mostrare cosa stava succedendo. Oggi ogni volo viene trattato come un problema da contenere». Eppure, aggiunge, da quando il gruppo di Strength is in Unity monitora la zona, le forze separatiste russe dispiegate lungo la linea si sentono più esposte: «Sono consapevole dei rischi che corriamo», spiega Giorgi «ma le nostre riprese sono fondamentali per ostacolare la borderization, perché mostrano senza equivoci l’avanzamento indisturbato da parte delle forze russe e li obbligano a nascondere movimenti, armi e veicoli in hangar o edifici abbandonati». Mentre Giorgi mi parla, sullo schermo del radiocomando compare un soldato russo. Ha il volto coperto, quando esce da un avamposto, si ferma e punta il fucile contro la telecamera del drone. «Ci ha visti», dice Nika con sorpendente tranquillità, mentre richiama il drone. Giorgi accende prontamente la macchina e ripartiamo. La strada scorre molto più veloce che all’andata e, in pochi minuti, ci ritroviamo in autostrada. Poco dopo, nella direzione opposta vediamo sfrecciare a tutta velocità alcuni fuoristrada neri con i lampeggianti accesi. «Eccoli, sono l’Sssg», mi spiega Giorgi. «Sono stati avvisati dalle forze russe e adesso perderanno ore a cercarci» dice, senza nascondere un ghigno beffardo. Dietro di noi, il sole è ormai alto sopra le colline che nascondono i villaggi oltre la linea. Nika si volta verso di me, regalandomi il primo sorriso della giornata: «Hai visto? Divertente, non credi?» mi dice; poi torna serio, con lo sguardo rivolto verso la strada: «In questo Paese ormai è come giocare a guardie e ladri».

