Disinformazione e propaganda: Meloni e la tragica vicenda di Ceuta
Post12 min lettura Il tuo browser non supporta l’audio. Il 31 luglio scorso, in poche ore, circa 50mila persone hanno attraversato il confine tra il Marocco e Ceuta, exclave spagnola sulla costa nordafricana. Entro le 48 ore successive, secondo il governo spagnolo, la grande maggioranza di loro risultava già rientrata in Marocco, in larga parte volontariamente, anche per la mancanza di cibo e riparo nell’exclave. Intanto, l’Italia aveva annunciato la “sospensione di Schengen con la Spagna” per un mese, disponendo controlli selettivi sui cittadini non europei provenienti dalla Spagna attraverso collegamenti aerei e marittimi. Giorgia Meloni ha presentato il provvedimento come una misura straordinaria a tutela della sicurezza nazionale. Nel dibattito pubblico sono state sovrapposte questioni diverse: il funzionamento di Schengen, il regime speciale di Ceuta, la legge spagnola sui cosiddetti “respingimenti a caldo”, una recente pronuncia del Tribunale supremo spagnolo su questa legge, la cui interpretazione deformata potrebbe avere incoraggiato una parte delle partenze. Per capire che cosa sia accaduto occorre fare chiarezza su questi punti. Il regime speciale di Ceuta dentro Schengen Nello spazio Schengen, le persone possono attraversare i confini tra gli Stati aderenti senza essere sottoposte, di regola, a controlli (art. 22 del Codice frontiere Schengen); le verifiche si concentrano invece alle frontiere esterne. Ceuta è territorio spagnolo. Ma, insieme a Melilla, altra exclave spagnola, è sottoposta a un regime speciale. In base alla dichiarazione spagnola allegata all’atto di adesione della Spagna all’Accordo di Schengen, Madrid mantiene i controlli sull’identità e sui documenti nei collegamenti marittimi e aerei dalle due exclave verso la penisola spagnola; analoghe verifiche sono previste sui voli interni e sui collegamenti regolari in traghetto diretti verso gli altri Stati Schengen. Il Codice frontiere Schengen (art. 41) fa espressamente salvo questo regime particolare. Dunque, l’ingresso fisico nell’exclave non equivale all’immissione automatica nel resto dello spazio Schengen. Anche per questo, l’annuncio di “sospensione” di Schengen è apparso singolare. Il regime Schengen La regola sulla quale si fonda Schengen è l’assenza dei controlli alle frontiere interne. Il loro ripristino rappresenta una deroga eccezionale, ammessa soltanto quando uno Stato dimostri l’esistenza di una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna e a condizione che i controlli siano necessari, proporzionati, limitati a quanto strettamente indispensabile e utilizzati come ultima risorsa e che lo Stato spieghi perché gli stessi risultati non possano essere raggiunti attraverso strumenti meno restrittivi (artt. 25 e 26 del Codice frontiere Schengen). In base alle informazioni disponibili, il governo non ha reso pubblici elementi sufficienti a dimostrare questi presupposti. Infatti, in caso di minaccia imprevedibile, la misura – che può durare fino a un mese, prorogabile entro un massimo complessivo di tre mesi – va notificata a Parlamento europeo, Consiglio, Commissione e altri Stati membri. Se la minaccia è prevedibile, questi soggetti vanno informati di regola almeno quattro settimane prima, e i controlli possono durare fino a sei mesi, con proroghe fino a una durata complessiva di due anni e, in casi eccezionali, fino a tre (art. 25-bis del Codice frontiere Schengen). Perché la decisione italiana è giuridicamente fragile L’adozione del provvedimento da parte del governo italiano solleva una serie di dubbi relativi all’esistenza dei presupposti previsti dalla legge. Innanzitutto, l’esistenza per l’Italia di una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna. Il Codice frontiere Schengen (considerando 26) chiarisce che la migrazione e l’attraversamento delle frontiere esterne da parte di un gran numero di cittadini di paesi terzi non costituiscono, di per sé, una tale minaccia. Possono invece renderla concreta movimenti non autorizzati, improvvisi e su vasta scala di cittadini di paesi terzi tra gli Stati membri, capaci di esercitare una pressione sostanziale sulle risorse e sulle capacità complessive di autorità competenti ben preparate e di mettere a rischio il funzionamento complessivo dello spazio Schengen (art. 25, come modificato nel 2024). La situazione deve essere comprovata attraverso informazioni e dati disponibili, compresi quelli forniti dalle agenzie europee. Dunque, per giustificare i controlli italiani, il governo dovrebbe dimostrare che dalla crisi di Ceuta derivi un movimento secondario concreto o imminente verso l’Italia; precisarne dimensioni, tempi e percorsi; spiegare quale pressione produrrebbe sulle autorità italiane; e attestare che tale fenomeno costituisca una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna, non la semplice possibilità che alcune persone entrate irregolarmente in Spagna decidano di spostarsi altrove. È proprio questo nesso fattuale a risultare particolarmente debole, e per una serie di motivi. Chi parte da Ceuta deve essere sottoposto a controlli di identità e documenti prima di imbarcarsi verso la Spagna continentale o verso un altro paese Schengen. Quando i controlli italiani sono iniziati, il 1° agosto, gran parte delle persone entrate risultava già tornata in Marocco. Nello stesso giorno, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha affermato che nessuna delle persone entrate a Ceuta aveva raggiunto la Spagna continentale o il resto dell’Unione Europea. È dunque difficile ipotizzare un arrivo in Italia senza riuscire prima a dimostrare che un numero significativo di persone abbia lasciato l’exclave e intrapreso il viaggio verso il nostro Paese. Un altro requisito disposto dal Codice frontiere Schengen per il ripristino dei controlli alle frontiere è quello della necessità. La misura può essere disposta soltanto come extrema ratio, dice testualmente il Codice. In concreto, l’Italia dovrebbe spiegare perché non sarebbero sufficienti la cooperazione con le autorità spagnole e francesi, lo scambio di informazioni, le attività congiunte di polizia e i controlli mirati svolti all’interno del territorio. È il regolamento Schengen a imporre espressamente di verificare se gli stessi obiettivi possano essere raggiunti attraverso misure alternative (art. 26). La Commissione Europea ha già applicato questo criterio valutando i controlli italiani alla frontiera slovena, con la “sospensione” di Schengen: pur riconoscendo le esigenze di sicurezza, ha rilevato che cooperazione transfrontaliera, strumenti tecnologici e misure di polizia possono risultare più efficienti dei controlli alle frontiere interne e ha sollecitato l’Italia a rimuovere tali controlli. Sotto questo profilo, la Commissione ha anche evidenziato che Italia e Francia hanno già coordinato un rafforzamento dei controlli alla frontiera franco-italiana. La Francia, inoltre, aveva già ripristinato dal 1° maggio al 31 ottobre 2026 i controlli a tutte le proprie frontiere interne, comprese quelle con la Spagna e l’Italia. Il coordinamento con Parigi conferma che erano disponibili misure meno restrittive, delle quali l’Italia avrebbe dovuto valutare e motivare l’eventuale insufficienza prima di ripristinare i controlli. Anche riguardo al requisito della proporzionalità, cioè al rapporto tra il risultato prevedibile e gli effetti del provvedimento, i dubbi sono molti. Il Codice prevede che i controlli possano essere ripristinati soltanto se lo Stato ha accertato che la misura sia necessaria e proporzionata, anche quanto a durata (art. 25); impone inoltre di valutarne l’idoneità e l’impatto prevedibile sulla circolazione delle persone (art. 26). Nel caso concreto, per contrastare un movimento non documentato, il governo sottopone a verifica un numero potenzialmente molto più ampio di cittadini non europei che viaggiano regolarmente dalla Spagna. La presidente del Consiglio ha assicurato che la misura non avrebbe inciso sul turismo e sulla circolazione dei cittadini europei; resta però da verificare quale impatto concreto producano i controlli sui tempi e sulla fluidità dei collegamenti aerei e marittimi. L’Italia dovrebbe dimostrare che il beneficio atteso sia superiore ai costi, ai rallentamenti e alle limitazioni prodotti. Infine, la Commissione Europea, una volta che la misura sia stata notificata, può chiedere ulteriori informazioni, aprire consultazioni ed esprimere un parere sulla necessità e sulla proporzionalità dei controlli. Se l’Italia mantenesse una misura incompatibile con il diritto dell’UE, la Commissione potrebbe avviare una procedura d’infrazione ai sensi dell’articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell’Ue e, in ultima istanza, rivolgersi alla Corte di giustizia. L’autogol italiano Pedro Sanchez ha commentato la decisione del governo italiano con un post su X in cui ha detto che la solidarietà e l’empatia sono opzionali», mentre non lo sono «il rispetto dei Trattati europei e dei dati» La sua affermazione manifesta tutti i dubbi sulla legittimità del ripristino dei controlli alla frontiera. La possibilità di derogare a Schengen non equivale infatti a un potere discrezionale illimitato. La decisione di Giorgia Meloni ha, inoltre, prodotto anche un effetto politico opposto a quello cercato. Sánchez ha risposto diffondendo dati attribuiti a Frontex, secondo i quali tra il 2021 e il 2026 sulle rotte verso l’Italia sarebbero stati rilevati 478.600 attraversamenti irregolari, contro 234.760 sulle rotte spagnole. Sul piano politico l’autogol di Meloni è evidente. Nel tentativo di accusare Madrid di non saper controllare la propria frontiera, il governo italiano ha offerto a Sánchez l’occasione di ricordare pubblicamente che, nello stesso periodo, sulle rotte italiane sono stati rilevati più del doppio degli attraversamenti. Ma soprattutto la replica di Sánchez pesa perché l’Italia chiede da anni solidarietà europea, redistribuzione e condivisione delle responsabilità per non essere lasciata sola davanti agli sbarchi. Reagire alla pressione subita da un altro Stato alzando una frontiera interna, invece di offrire anzitutto cooperazione, rischia di rendere politicamente meno credibile la prossima richiesta italiana di aiuto. Insomma, un boomerang per Meloni. La legge sui “respingimenti a caldo” Tra le possibili cause delle partenze c’è anche la falsa notizia che una recente sentenza impedisse di rimandare in Marocco chi arrivava a nuoto. Per capire che cosa abbia davvero stabilito, bisogna partire dalle regole spagnole sui cosiddetti “respingimenti a caldo”. Nel 2015 la Spagna ha inserito nella legge sull’immigrazione del 2000 un regime applicabile esclusivamente a Ceuta e Melilla (disposizione finale prima della legge organica n. 4 del 2015). Questo regime consente di respingere gli stranieri individuati sulla linea di confine mentre tentano di superare le recinzioni o gli altri elementi fisici di contenimento per entrare irregolarmente in territorio spagnolo. Il termine utilizzato è rechazo en frontera, cioè respingimento alla frontiera. Non si tratta di un’espulsione, che riguarda una persona già presente nel Paese, né dell’ordinaria devolución, prevista per chi è intercettato mentre entra irregolarmente o subito dopo. Il rechazo en frontera interviene mentre il superamento della barriera è in corso. In concreto, gli agenti possono bloccare la persona sulla recinzione e riconsegnarla al Marocco senza il normale procedimento amministrativo individuale e senza una decisione scritta. La legge stabilisce espressamente che il respingimento deve comunque rispettare le norme internazionali sulla protezione internazionale e sui diritti umani - in particolare, il principio di non-refoulement che vieta di respingere una persona verso uno Stato nel quale corra un rischio reale di persecuzioni, tortura o trattamenti inumani - e che le domande di asilo possono essere presentate in appositi luoghi abilitati presso i valichi. Iscriviti alla nostra Newsletter Consenso all’invio della newsletter: Dai il tuo consenso affinché Valigia Blu possa usare le informazioni che fornisci allo scopo di inviarti la newsletter settimanale e una comunicazione annuale relativa al nostro crowdfunding. HP Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a : Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a [email protected] . Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it. La giurisprudenza spagnola sui respingimenti Con la sentenza n. 814 del 29 giugno 2026, il Tribunale supremo spagnolo ha esaminato la legge spagnola del 2015. Ha stabilito che il rechazo en frontera può essere utilizzato quando una persona viene individuata mentre tenta di superare gli elementi fisici di contenimento collocati sulla linea di confine. Secondo il Tribunale, il mare e gli strumenti di sorveglianza non costituiscono simili elementi: la procedura eccezionale non può quindi essere applicata a chi tenta di raggiungere Ceuta a nuoto. Questo non significa che tali persone abbiano diritto di restare in Spagna. Per rimandarle indietro le autorità devono però utilizzare la diversa procedura di devolución (art. 58 della legge sull’immigrazione), con un provvedimento e le garanzie stabilite dall’ordinamento. Dopo i fatti di Ceuta, il governo spagnolo ha installato nel mare antistante l’enclave una barriera galleggiante di circa 500 metri, affiancata da boe ancorate. La presenza di un vero elemento fisico di contenimento può consentire di applicare il rechazo en frontera a chi venga individuato mentre tenta di superarlo, nei limiti stabiliti dalla legge e fermo restando il rispetto degli obblighi internazionali. Le cause dell’ingresso di massa a Ceuta Va precisato che il fatto che in poche ore quasi tutti quelli che erano entrati a Ceuta siano tornati in Marocco non significa che la Spagna abbia eseguito altrettante espulsioni o rimpatri coattivi. La maggior parte di loro avrebbe riattraversato volontariamente la frontiera, favorita dalla vicinanza geografica e scoraggiata dall’assenza di alloggi, cibo e possibilità di proseguire verso il continente. Chiarito questo, le cause dell’ingresso di massa a Ceuta non sono ancora completamente accertate. Le testimonianze indicano una pluralità di fattori: difficoltà economiche e disoccupazione giovanile in Marocco, condizioni del mare favorevoli, video che mostravano gli attraversamenti e voci secondo cui i controlli marocchini sarebbero venuti meno. Un ruolo può averlo avuto una cattiva informazione sulla sentenza del Tribunale supremo. Sui social e attraverso le reti di trafficanti la decisione sarebbe stata ridotta al messaggio che chi arrivasse a nuoto non sarebbe stato rimandato indietro. Si può quindi parlare di un possibile effetto di richiamo prodotto non dalla sentenza in sé, ma dalla sua strumentalizzazione. È debole anche il collegamento con la regolarizzazione straordinaria decisa dal governo Sánchez, che ha riguardato le persone presenti in Spagna da prima del 1° gennaio 2026 e richiedeva almeno cinque mesi di permanenza. Il permesso consente di risiedere e lavorare soltanto in Spagna: non attribuisce la cittadinanza europea né il diritto di stabilirsi e lavorare negli altri Stati dell’Unione. Chi è entrato a Ceuta in questi giorni non può beneficiarne. Difficile da dimostrare è poi l’ipotesi di una regia politica marocchina. Il 20 luglio, Pedro Sánchez si era recato in visita ufficiale ad Algeri e aveva annunciato con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune l’avvio di una «nuova fase» nei rapporti tra i due paesi. Spagna e Algeria hanno programmato per ottobre un vertice bilaterale e prospettato una maggiore cooperazione in materia di sicurezza, gestione dei flussi migratori, energia e investimenti. Algeria e Marocco sono rivali regionali e sostengono posizioni opposte sul Sahara occidentale. Da qui l’ipotesi che Rabat possa avere allentato temporaneamente i controlli alla frontiera di Ceuta per esercitare pressione su Madrid. Il comportamento inizialmente passivo di alcune forze marocchine ha alimentato il sospetto, ma non è sufficiente per sostenere che vi sia stata una decisione del governo del paese. Infine, tra le possibili spiegazioni della crisi è stata avanzata anche l’ipotesi di una regia riconducibile agli Stati Uniti di Trump, interessati a mettere sotto pressione il governo Sánchez dopo il rifiuto di concedere le basi militari spagnole per la guerra in Iran e, al tempo stesso, a rafforzare il rapporto con il Marocco. A sostegno di questa lettura sono stati richiamati il deterioramento dei rapporti tra Washington e Madrid, alcune prese di posizione americane favorevoli alle rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla, nuovi finanziamenti destinati agli apparati militari e di sicurezza di Rabat e le testimonianze secondo cui le autorità marocchine avrebbero agevolato il passaggio verso l’exclave. Sono elementi che possono alimentare il sospetto, ma non bastano a dimostrare che la crisi sia stata organizzata o concordata dagli Stati Uniti. La politica dell’annuncio In sintesi, e conclusivamente, Ceuta appartiene alla Spagna ed è dentro lo spazio Schengen, ma è soggetta a un regime speciale, con controlli nei collegamenti con la penisola iberica e gli altri Stati aderenti. La legge spagnola consente in ipotesi limitate il rechazo en frontera, ma non cancella gli obblighi di protezione internazionale né autorizza respingimenti indiscriminati. E la recente sentenza del Tribunale supremo non impedisce alla Spagna di allontanare chi entri irregolarmente a nuoto: ha soltanto escluso che si possa utilizzare, in quel caso, la procedura eccezionale del rechazo en frontera. Anche le cause dell’ingresso di massa restano di difficile accertamento. La disinformazione sulla sentenza può avere avuto un ruolo; la regolarizzazione decisa dal governo Sánchez, invece, non poteva riguardare chi era arrivato a Ceuta in quei giorni. E l’ipotesi di una regia marocchina, pur non essendo implausibile alla luce delle tensioni regionali, non è al momento dimostrata. In questo quadro, la decisione italiana di ripristinare i controlli con la Spagna appare fondata più sulla necessità di mostrare una reazione immediata che su una valutazione documentata della minaccia. Il governo avrebbe dovuto spiegare quale movimento secondario verso l’Italia fosse concretamente previsto, perché le misure alternative non fossero sufficienti e quale impatto i controlli avrebbero prodotto sulla circolazione delle persone. I controlli alle frontiere interne possono essere temporaneamente ripristinati. Ma proprio perché si tratta di una deroga a una delle regole fondamentali di Schengen, servono presupposti rigorosi, dati verificabili e una motivazione che dimostri necessità e proporzionalità. La misura deve essere legittima, utile e adeguata al problema che pretende di affrontare. Ancora una volta, il governo italiano sembra aver invertito l’ordine delle verifiche: prima la decisione, poi la ricerca delle ragioni che possano sostenerla. È una modalità efficace nella comunicazione politica, perché contribuisce a costruire una realtà parallela, semplificata e funzionale al consenso, nella quale i fatti vengono adattati alla narrazione scelta. È lo stesso meccanismo che si osserva, per esempio, da ultimo, nel dibattito sulla legittima difesa: la complessità delle vicende scompare, mentre resta soltanto la distinzione, costruita a fini di consenso, tra chi merita solidarietà e chi può esserne escluso, secondo i criteri elaborati dalla maggioranza di governo. Il rischio è adottare provvedimenti giuridicamente fragili, scarsamente utili e destinati soprattutto a produrre un risultato simbolico: far vedere che qualcosa è stato fatto, anche quando non è chiaro né se fosse necessario farlo né quali effetti concreti possa ottenere. Nel caso di Ceuta, il risultato è particolarmente grave, perché questa rappresentazione finisce per rendere accettabile l’assenza di empatia verso le vere vittime della crisi: le persone spinte a rischiare la vita in mare o usate come strumenti di pressione politica. A Ceuta sono morte decine e decine di persone. Eppure, mentre si vanta il presunto successo europeo di Meloni, presentata come colei che avrebbe imposto la propria linea all’Europa, quasi nessuno parla di loro. Immagine in anteprima: Frame video TG2000 via YouTube
