Disabilità, perché le riforme della Costituzione volute dal governo Meloni sono un pericoloso passo indietro
Post8 min lettura Il tuo browser non supporta l’audio. Questo articolo vede la luce grazie all’enorme lavoro fatto a quattro mani svolto dall’editorialista e attivista Marianna Monterosso e dalla giornalista Michela Salzillo. Entrambe hanno contribuito a un lavoro di fact-checking, citando, studiando e confrontando le fonti ufficiali, sulla base delle loro competenze nell’ambito dei Critical Disability Studies. A me è stata data l’opportunità di ripercorrere il loro background, facendo sorgere in me le loro stesse domande. Ci tenevo molto a questa premessa perché in un mondo in cui non si dà merito alle competenze e al lavoro di chi studia, fa ricerca e divulgazione scientifica, io voglio andare in direzione contraria: il mio compito è cercare di divulgare questa notizia di cui non solo nessuno parla nonostante la sua gravità e gli sforzi di Marianna e Michela di portarla all’attenzione generale, ma quel poco di cui si parla e conosce, si basa su un comunicato stampa del Ministero della Disabilità, omissivo di informazioni importanti. In un paese democratico credo che le persone disabili abbiano diritto di essere informate su cosa pende davvero sulle loro teste. Il 17 giugno scorso, il Senato ha approvato all’unanimità il Ddl n. 1299 per la modifica degli art. 3 e 38 della Costituzione. L’annuncio è stato dato dalla ministra delle Disabilità Alessandra Locatelli sia attraverso un video entusiasta su Facebook sia con una dichiarazione sul sito ufficiale del Ministero: “Ringrazio la Commissione Affari Costituzionali del Senato della Repubblica per l’approvazione all’unanimità del disegno di legge a prima firma Guidi. Il testo prevede la modifica dell’articolo 3 della Costituzione inserendo la parola ‘disabilità’ e la modifica dell’articolo 38 con l’eliminazione del termine ‘minorati’. Quello di oggi è il primo passo di un percorso parlamentare che porterà ad innovare la nostra Costituzione. Il passaggio dalla mera capacità residua di lavorare alla valorizzazione della persona è fondamentale per garantire a tutti una migliore qualità della vita, a partire dal linguaggio, fino alle disposizioni normative e a una spinta culturale che veda la persona con le sue potenzialità e senza fermarsi ai limiti”. Ora, andiamo un attimo a rileggere l’Articolo 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese.” Un Articolo perfetto – che ovviamente lo sarebbe nei fatti se venisse messo realmente in pratica tutti i giorni - in cui vengono già tutelati tutti i cittadini senza distinzione di condizioni personali e sociali. Quindi, perché voler inserire la parola “disabilità” e cosa si rischia facendolo? È bene sottolineare che l’iter parlamentare è appena iniziato, tutto ciò non è ancora Costituzione. Tuttavia, ciò che si rischia con queste modifiche è di creare un paradosso discriminatorio. La disabilità è una condizione personale che fa parte dell’esperienza umana, è un rischio diventare disabili in ogni momento della vita e ad ogni età. È anche e soprattutto una condizione sociale perché spesso sono i contesti sociali e le barriere architettoniche a determinarla. Quindi, perché questa urgenza istituzionale di categorizzarci quando già L’Art. 3 ci tutela come cittadini senza distinzione di condizioni personali e sociali? Come affermano le due autrici Monterosso e Salzillo – e come sottolineavo anche io sin dal momento della nascita del Ministero per le Disabilità – in Italia amiamo la frammentazione: il Ministero per le Disabilità ci isola dal resto della società, creando spesso leggi a parte, come se le persone disabili non fossero cittadini come tutti gli altri, ma facessero parte di un’altra categoria. Eppure, noi persone con disabilità dovremmo essere incluse nel Ministero delle Pari Opportunità, ogni legislazione creata per i disabili dovrebbe coinvolgere tutti i cittadini. Quindi, se è vero che negli anni c’è stata una sola richiesta formale da parte di una grande sigla associativa per la modifica all’Articolo 3, (e comunque una associazione non può sostituire la voce di milioni di persone), non è che forse si sta cercando di giustificare la sopravvivenza di un Ministero separato certificando in Costituzione la nostra separazione dal resto dei cittadini? È una domanda legittima, visti i tempi che corrono, con un generale che vuole candidarsi alle politiche con un nuovo partito e che già due anni fa paventava il ritorno alle classi differenziate, un aumento della violenza contro le persone con disabilità, soprattutto le donne, un clima sempre più ostile di fronte a minoranze e fragilità. Ma perché è sbagliato nell’Art. 3 nominare la disabilità in maniera esplicita? Monterosso e Salzillo, chiaramente in linea col radicalismo sull’universalità del principio di Uguaglianza dei diritti (i diritti sono uguali per tutti, senza distinzione, e senza specificare per chi), sottolineano due piani, che sottoscrivo in pieno. Su un piano sociale, politico e culturale, ha come effetto una cosa buona – ovvero rendere visibile una realtà già troppo spesso raccontata da chi non la vive, portando altri a prendere decisioni su una vita che non gli appartiene –, evidenzia una discriminazione e sottolinea uno stigma. Sul piano costituzionale, occorre domandarsi, invece, in che modo si voglia costruire l’uguaglianza: perché specificare una categoria in un Articolo che già ci vede cittadini tutti uguali? Perché inserire una caratteristica specifica di una persona? Al momento, dai testi disponibili, non risulta una modifica diretta all’Art. 3 – il dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che possano limitare l’uguaglianza e la libertà dei cittadini–, ma inserendo la parola “disabilità” c’è il rischio reale di spostare il baricentro: quindi non più il dovere pubblico di rimozione delle barriere strutturali ma la costruzione di percorsi individuali di adattamento e partecipazione. In parole povere, se ci riesci bene, sennò ti attacchi. Bisogna continuare a chiedersi quale modello di cittadinanza venga creato attraverso queste formule. Passiamo alla modifica dell’Articolo 38, prima rileggendolo com’è adesso: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L'assistenza privata è libera”. Nel comunicato ufficiale, come abbiamo già visto, si parla di sostituire la parola “minorato” con la parola “disabilità” – e su questo nulla da dire, anzi è un atto di civiltà linguistica dovuta e arrivato anche molto tardi. Quindi, è corretto il plauso, peccato però che in questa riforma sia stato approvato un emendamento di cui nessuno parla e che stravolge l’Art. 38 a livello concettuale, Le modifiche inserite e approvate all’art. 38 della Costituzione in materia di diritti delle persone con disabilità sono queste: “La Repubblica riconosce e garantisce il diritto delle persone con disabilità all'autonomia, all'inserimento sociale e professionale e alla partecipazione alla vita della comunità”. Quindi, direte voi, cosa volete, cosa c’è che non va? Proviamo a spiegarlo nel miglior modo possibile. Iscriviti alla nostra Newsletter Consenso all’invio della newsletter: Dai il tuo consenso affinché Valigia Blu possa usare le informazioni che fornisci allo scopo di inviarti la newsletter settimanale e una comunicazione annuale relativa al nostro crowdfunding. HP Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a : Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a [email protected] . Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it. Nel nuovo emendamento sono state inserite le parole “inserimento” e “autonomia” che non sono parole neutre, ma concetti giuridici e politici che rischiano di legittimare un controllo burocratico sulle vite delle persone con disabilità. Nell’articolo vigente si parla di avviamento professionale, che è già l'atto burocratico che ufficializza l'assunzione di un lavoratore. L'azienda può procedere tramite richiesta numerica o nominativa agli uffici del lavoro, oppure inviando direttamente la comunicazione di assunzione. La Legge del 12 marzo 1999, n. 68 disciplina la fase dell’avviamento al lavoro per i cittadini con disabilità, una cosa a cui si ha diritto sin dalla nascita. Parlare di inserimento sociale e professionale significa regredire di sessant'anni. Questo approccio vede lo Stato creare spazi marginali per confinare la persona con disabilità all'interno di un sistema rigido e abilista, incapace di evolversi. Lo Stato si sostituisce all'individuo decidendo paternalisticamente cosa sia meglio per lui, trasformando il cittadino disabile da soggetto con diritto di scelta a mero oggetto da collocare. Nelle leggi attuali non si usa più nemmeno inserimento scolastico, perché dunque prevedere questo termine in un articolo costituzionale? C’è anche una grande differenza tra il volere usare la parola “Autonomia” e non “Indipendenza”. L’Autonomia è un concetto assistenziale, clinico e biologico che permette allo Stato di quantificare la capacità di agire del singolo (il modello medico che il governo vanta di aver sconfitto con la nuova Legge Delega. L'individuo viene così valutato unicamente in base a parametri e standard istituzionali calati dall'alto. Secondo l’art. 19 della Convenzione ONU – a cui si dovrebbe fare sempre riferimento – l’Indipendenza è l’autodeterminazione, cioè il diritto inviolabile di scegliere come, dove e con chi vivere anche se si ha bisogno di assistenza 24 ore su 24. Non sono “esercizi linguistici”, come affermato da qualcuno, non sono parole neutre, ma obiettivi futuri ben mirati. Scegliendo il termine autonomia, lo Stato preferisce quantificare la performance biologica del corpo piuttosto che tutelare la libertà di scelta. Il vero grande assente è l’accessibilità. Le istituzioni promettono ausili e strumenti individuali, ignorando la necessità di abbattere le barriere architettoniche, digitali e culturali. Tuttavia, senza un'accessibilità universale degli spazi e del lavoro, parlare di autodeterminazione rimane un’illusione. Assistiamo a un vero controsenso legislativo. Se da un lato è stata giustamente eliminata la parola “minorati”, dall'altro il comma 2 dello stesso Articolo 38 mantiene intatto il termine “invalidità”. Questa espressione costituzionale significa letteralmente “mancanza di validità”: “L'articolo 38, comma 2 della Costituzione italiana tutela i lavoratori, garantendo loro il diritto a mezzi adeguati alle esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria.“ Era stata proposta un’alternativa dalle opposizioni nei deputati del Movimento 5 Stelle Orfeo Mazzella, Alessandra Maiorino, Roberto Cataldi e Felicia Gaudiano che diceva: Sostituire il comma 2 con il seguente: «2. Il terzo comma dell'articolo 38 della Costituzione è sostituito dal seguente: “La Repubblica rimuove gli ostacoli e ogni forma di discriminazione che limitano l'inclusione e l'autonomia delle persone con disabilità nella scuola, nel lavoro e in ogni altro luogo e formazione sociale ove si svolge la loro personalità, valorizzandone le capacità.”». La maggioranza l’ha respinto: una svolta paternalistica intenzionale, ampiamente documentata dagli atti. Eppure, in questa e nelle altre proposte bocciate vive una visione radicalmente diversa, civile e pienamente allineata ai diritti umani delle Nazioni Unite. Un approccio fondato sul legame indissolubile tra Rimozione degli Ostacoli-Autonomia-Inclusione, che imponeva allo Stato di abbattere le barriere per liberare l’individuo, rifiutando l'idea che debba essere la persona ad adattarsi a un mondo ostile. Il testo tutelava le persone con disabilità dalle discriminazioni, traducendo l'inclusione in una diretta conseguenza della libertà. Qui la parola “inclusione” sposa lo spirito ONU: il traguardo naturale di una persona resa indipendente. Parliamo di un diritto soggettivo radicato nella libertà, non di un provvedimento amministrativo calato dall'alto. Senza l'indipendenza, l'inclusione per legge diventa solo il riflesso di un'esclusione altrettanto normata; una concessione con cui la Repubblica dice: «Ti permetto di entrare e ti do la cittadinanza, ma solo alle mie condizioni». La partita non si gioca sulla semplice sostituzione di un termine ormai inaccettabile, ma sul modo in cui la Repubblica sceglie di rapportarsi a disabilità, cittadinanza e autonomia. È un dibattito profondo che non può più essere evitato. Anche perché questa riforma sta passando nell’indifferenza totale: i media, i giornali, i social, non ne parla nessuno e io stessa, se non fosse stato per l’enorme lavoro e le professionalità di Marianna Monterosso e Michela Salzillo, ne sarei rimasta all’oscuro. E se penso al referendum sulla Riforma della Giustizia della scorsa primavera, alla partecipazione della cittadinanza su qualcosa che forse non riguardava tutti, ma solo gli addetti ai lavori, o le polemiche – giustissime - di questi giorni sul Ddl sulla caccia, mi sento amareggiata e ho conferma sempre più di quanto la disabilità sia un discorso volutamente ignorato. Eppure, è una riforma che riguarda non solo chi ha già una disabilità ma chiunque perché è una condizione in cui ci si può trovare in ogni momento della vita. I diritti ci appartengono fin dalla nascita e l’inclusione dovrebbe essere uno stato naturale, non il frutto di una concessione normata o di un bisogno assistenziale. La vera domanda da porsi è quale idea di cittadinanza intendiamo promuovere: una fondata sull'abbattimento radicale di ogni ostacolo o una che continua a definire le persone solo in base alla loro necessità di essere incluse, inserite e accompagnate? Immagine in anteprima via inclusion europe

