Roggero e Fakir, gli scontri e la legge elettorale: le forzature, a destra e a sinistra
Politicadi Massimo Franco I casi di attualità fanno lievitare le tensioni tra i due schieramenti tra recriminazioni incrociate, reticenze e smarcamenti A sinistra la premier Giorgia Meloni, FdI, a destra Elley Schlein, segretaria Pd Per capire il danno che la sinistra si è inflitta lasciando che la manifestazione di solidarietà a Bologna diventasse un tiro al bersaglio contro la polizia, basta affidarsi all’ineffabile Roberto Vannacci. Il leader di Fn che si è raffigurato con l’Ai come un imperatore romano con potere di morte sugli avversari, ieri ha scolpito: «Gli scontri hanno dimostrato che la vera violenza è a sinistra». Di certo, la piazza convocata dal sindaco Pd dopo la morte del marocchino Fakir Abderrahim, immobilizzato dagli agenti, è stata un’iniziativa ad alto rischio. Era prevedibile che oltre a chi manifestava in modo pacifico, alcune frange senza controllo avrebbero creato gravi disordini. «Alimentare un clima di odio e di delegittimazione verso un corpo dello Stato è un atto di grave irresponsabilità», ha affermato Giorgia Meloni, che si è dissociata dal video di Vannacci: cosa che la segretaria del Pd fino a ieri non aveva fatto su Bologna. Ma dopo le polemiche contro la magistratura, bersagliata adesso da minacce, per la condanna del gioielliere Mario Roggero, che ha inseguito e ucciso due rapinatori e ferito un terzo, la tensione cresce. La destra di FdI e Lega vuole approvare una legittima difesa che sa di vendetta. Eppure, esponenti del mondo giudiziario come l’ex presidente dell’Unione delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, contestano il governo. Sul Foglio l’avvocato ha criticato la tesi della premier di una sentenza «sproporzionata». Secondo Caiazza, Roggero ha avuto una condanna perfino mite. Ma la sua indignazione nasce soprattutto dal cinismo col quale la politica cavalca i fatti di cronaca. L’opposizione lamenta la strumentalizzazione. Ma non riesce a dissociarsi in modo netto dai fatti di Bologna: teme di mettere in una posizione difficile il sindaco Matteo Lepore, del quale la destra chiede le dimissioni. La polemica, tuttavia, travalica le vicende di questi giorni. E proietta un’ombra sinistra sulla campagna elettorale, tra forzature di Palazzo Chigi e accuse delle sinistre di un colpo di mano autoritario. Si è visto anche ieri al Senato. Per avere il «sì» sulle preferenze, la premier manda agli alleati un mezzo ultimatum: o la riforma, o le elezioni. È la conferma di crepe nella coalizione; e di un affanno che si tenta di placare indicando le urne come alternativa. Il fatto che a sciogliere le Camere spetti al capo dello Stato sembra secondario, agli occhi del governo. È già successo con l’istruttoria sulla grazia a Roggero, messa in moto in modo arbitrario da Meloni e dal Guardasigilli Carlo Nordio. Prove di premierato «di fatto», senza premierato.

