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Strage di Bologna, le versioni cancellate dal dogma antifascista: storia di un’amnesia collettiva
ApprofondimentiRoma, 3 ago – Nel quarantaseiesimo anniversario della strage di Bologna, Sergio Mattarella ha ricordato i valori che «la strategia neofascista del terrore pretendeva distruggere». Elly Schlein ha avvertito che non sarà consentito «riscrivere la storia», mentre il sindaco Matteo Lepore ha parlato della persistenza di nuovi tentativi di depistaggio. La formula è ormai rituale: le sentenze avrebbero consegnato alla Repubblica una verità completa e chiunque osi interrogarla starebbe tentando di cancellarla.
Le condanne definitive esistono, ma non trasformano automaticamente un impianto giudiziario fragile in verità storica. Mambro, Fioravanti, Ciavardini, Cavallini e Bellini sono stati condannati per la strage di Bologna, ma nessuna prova diretta li colloca nell’esecuzione dell’attentato e le rispettive condanne si reggono su un mosaico di indizi, testimonianze contraddittorie e collegamenti costruiti a posteriori. «La strage è fascista», gridano gli strilloni dell’antifascismo contemporaneo, figli dell’amnesia collettiva e della magistratura al potere. Eppure mancano un movente credibile, una ricostruzione concreta della preparazione dell’ordigno e una catena documentata che unisca presunti mandanti ed esecutori. Al loro posto troviamo la memoria “mutevole” di Massimo Sparti, depistaggi compiuti dagli apparati e poi paradossalmente utilizzati per rafforzare la medesima pista sulla quale avrebbero dovuto confondere le indagini. Solo oggi però, assistiamo a un fenomeno peculiare, ovvero l’impossibilità di discuterne: se molte voci negli anni si sono raccolte intorno all’innocenza dei NAR, molte provenienti da ambienti tutt’altro che neofascisti, è soltanto negli ultimi anni che una verità giudiziaria fragile e inconsistente si è trasformata in dogma civile.
Quando i dubbi sulla Strage di Bologna venivano da sinistra
Per esempio, nel luglio 1994 Barbara Balzerani, già dirigente e figura di spicco delle Brigate Rosse, dichiarò al Corriere della Sera di non credere alla responsabilità di Mambro e Fioravanti. Non presentò nuove prove, ovviamente, e la sua rimaneva una valutazione politica. Ma sosteneva che i due non fossero compatibili con il ruolo di esecutori irreggimentati da Gelli o dai servizi e accusava lo Stato di averli utilizzati come «capri espiatori». La sua sintesi era brutale: «Troppo facile scaricare la colpa sui Nar». A pronunciarla non era un camerata, ma una protagonista della lotta armata comunista che non aveva mai rinnegato la propria storia. Ancora più significativa e per certi versi più famosa è la posizione di Luigi Cipriani, deputato di Democrazia Proletaria e componente della Commissione Stragi. Il 2 agosto 1990 intervenne alla Camera chiedendo di togliere dalla lapide della stazione le parole «strage fascista». Non perché avesse cambiato campo politico, precisò, ma perché considerava quella definizione riduttiva e funzionale al depistaggio. Secondo Cipriani, Bologna doveva essere collegata a Ustica, ai rapporti fra Italia, Francia e Stati Uniti, ai servizi occidentali e alle strutture clandestine. La sua conclusione fu persino più radicale: sulla lapide si sarebbe dovuto scrivere «strage di Stato». Cipriani sollevava una domanda che oggi non sembra nemmeno pensabile: che cosa stavano davvero coprendo i depistatori? Perchè chi costruisce una falsa pista, normalmente, indirizza gli investigatori lontano dai responsabili. Nel caso di Bologna, invece, alcuni degli elementi disseminati dagli uomini del Sismi tornavano verso soggetti appartenenti o contigui alla stessa area neofascista sulla quale si sarebbero poi concentrate le condanne.
Il paradosso di “Terrore sui treni” e i depistaggi che non depistavano
Il 9 gennaio 1981 il generale Pietro Musumeci consegnò al generale Notarnicola, alla presenza di Belmonte, Santovito e Francesco Pazienza, un appunto che annunciava imminenti attentati contro i collegamenti ferroviari italiani. La fonte apparente era il maresciallo dei carabinieri Francesco Sanapo, convinto da Belmonte a redigere una falsa informativa secondo cui esplosivo destinato ad attentati sarebbe stato consegnato sull’espresso Taranto-Milano nella notte tra il 12 e il 13 gennaio. La previsione si avverò con puntualità quasi soprannaturale. Il 13 gennaio, sul treno fermo a Bologna, venne trovata una valigia contenente esplosivo dello stesso tipo impiegato nella strage, un mitra Mab, un fucile a canne mozze e due biglietti aerei intestati a cittadini stranieri per voli diretti a Parigi e Monaco. L’operazione doveva accreditare l’esistenza di un’organizzazione internazionale composta da estremisti francesi, tedeschi e italiani collegati a Stefano Delle Chiaie. Nelle informative comparvero anche Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, fondatori di Terza Posizione. La messinscena fu scoperta e Musumeci e Belmonte vennero definitivamente condannati per il depistaggio. E qui nasce il nodo. I biglietti furono inizialmente attribuiti a Giorgio Vale, militante passato da Terza Posizione ai Nar. Cipriani ricordò in Parlamento che le prenotazioni collegate ai voli conducevano anche verso nomi come Cavallini e Fumagalli. Com’è possibile che un depistaggio concepito “per proteggere l’area neofascista” disseminasse indizi proprio in direzione di quell’ambiente?
La Cassazione sostenne che l’attribuzione a Vale fosse falsa: non avrebbe comprato quei biglietti né sarebbe stato presente nell’appartamento indicato dalle informative. Coinvolgerlo avrebbe avuto lo scopo di accreditare una pista internazionale costruita per escludere la responsabilità del gruppo di Fioravanti. Allo stesso tempo, però, la provenienza del Mab trovato nella valigia – ricondotto all’arsenale della Banda della Magliana e a Massimo Carminati – venne considerata un elemento capace di dimostrare i rapporti fra gli ambienti del depistaggio e quelli dei Nar. È una spiegazione processuale, ma non elimina il paradosso politico indicato da Cipriani: una falsa pista costruita anche attraverso personaggi della destra radicale sarebbe servita a proteggere altri uomini della stessa area. Si può accettare la risposta dei giudici, ma non si può fingere che la domanda non sia mai esistita.
Massimo Sparti e la perdita di memoria collettiva
L’altro grande punto controverso è Massimo Sparti, criminale romano legato agli ambienti della Banda della Magliana e conoscente dei fratelli Fioravanti. Arrestato il 9 aprile 1981, due giorni dopo iniziò a collaborare. Raccontò che il 4 agosto 1980 Mambro e Fioravanti si erano presentati nella sua abitazione per ottenere documenti falsi e che Fioravanti, parlando della strage, avrebbe pronunciato la celebre frase: «Hai visto che botto?». La stessa Cassazione riconobbe che le dichiarazioni di Sparti avevano subito «numerose variazioni». Cambiarono i particolari sulla tinta dei capelli di Mambro, sulla data dell’incontro, sulla compilazione dei documenti e persino sull’identità del falsario: inizialmente Mario Ginesi, successivamente Fausto De Vecchi. I giudici considerarono tuttavia marginali queste oscillazioni e ritennero stabile il nucleo essenziale del racconto, anche grazie alla deposizione di De Vecchi. Ma proprio De Vecchi aveva inizialmente negato di aver prodotto documenti destinati a una donna, modificando poi progressivamente la propria versione. Nel 2011 tornò a sostenere pubblicamente di non aver preparato quei documenti. Anche la moglie, la domestica e successivamente il figlio di Sparti affermarono che il 4 agosto l’uomo si trovasse nella casa di campagna di Cura di Vetralla. I giudici esaminarono quelle deposizioni e ritennero più attendibile la versione accusatoria, osservando che le testimonianze familiari erano diventate più categoriche con il trascorrere degli anni.
Resta poi la vicenda della scarcerazione. Sparti uscì di prigione dopo la diagnosi di un tumore pancreatico terminale, ma visse per altri vent’anni. Il figlio sostenne che il padre si fosse vantato di aver utilizzato lastre appartenenti a un’altra persona e di aver simulato i sintomi della malattia. Gli accertamenti eseguiti dopo la liberazione non trovarono il tumore, mentre la cartella clinica del San Camillo risultò successivamente distrutta in un incendio. Queste dichiarazioni non hanno prodotto una revisione della sentenza e non possono essere trasformate automaticamente in una prova di manipolazione, ma rendono legittimo interrogarsi sulla figura del testimone e sui benefici ottenuti dopo la collaborazione.
Cossiga e la pista che non doveva esistere
Ancora più importante – o almeno dovrebbe esserlo per Mattarella: a mettere in discussione la prima attribuzione fascista fu anche l’uomo che l’aveva pronunciata. Francesco Cossiga, presidente del Consiglio nel 1980, spiegò successivamente davanti alla Commissione Stragi di aver indicato immediatamente la destra radicale sulla base del clima culturale e delle informazioni ricevute, aggiungendo di aver poi chiesto scusa. Negli anni successivi Cossiga sostenne una tesi completamente diversa: la strage sarebbe stata provocata dall’esplosione accidentale di materiale appartenente ad ambienti palestinesi autorizzati, attraverso il cosiddetto lodo Moro, a trasportare armi in Italia purché non colpissero obiettivi italiani. Resta politicamente significativo che ad ammettere l’errore, sia stato un ex ministro dell’Interno, presidente del Consiglio e capo dello Stato che per primo aveva contribuito a fissare nella pietra la «matrice fascista». Alle testimonianze di Balzerani, Cipriani e Cossiga si aggiungono le obiezioni sollevate negli anni da studiosi, giornalisti e attivisti che possono riassumersi per sommi capi: la difficoltà di individuare un movente coerente, il carattere indiziario dell’impianto, l’evoluzione delle testimonianze e il rapporto tutt’altro che lineare fra depistaggi, mandanti ed esecutori. Nessuno di questi elementi dimostra automaticamente l’innocenza dei condannati, ma tutti insieme dimostrano che la storia di Bologna non è mai stata così monolitica come oggi viene rappresentata.
L’amnesia sulla Strage di Bologna come dovere civile
Le versioni che abbiamo deciso di dimenticare sono per lo più domande, dubbi, testimonianze, interpretazioni e anomalie di una stagione politica dove, evidentemente, la parola verità era considerata ancora rivoluzionaria. Cancellarle con un colpo di bianchetto in nome dell’opposizione permanente alla destra significa sostituire la memoria, l’intelligenza e perfino l’ideologia politica con una versione che rafforza soltanto il racconto di Stato. Oggi ci viene spiegato che discutere Bologna equivale a riscrivere la storia. È vero il contrario. Riscrivere la storia significa eliminare retroattivamente le parole di una dirigente delle Brigate Rosse, di un deputato di Democrazia Proletaria, di un presidente della Repubblica; ignorare il paradosso di un depistaggio che disseminava nomi dell’ambiente neofascista; trasformare le variazioni di un testimone in dettagli irrilevanti e ogni dubbio in una forma di complicità morale. Questa è la storia di una grande amnesia collettiva – o lobotomia – che continua ad essere rinnovata ogni anno con sempre più cattiveria e partigianeria morale. E ogni anno aumenta la distanza che separa i morti dai loro becchini.
“E per quanto sia lunga l’opera dei becchini,
per affilata che sia la loro vanga e forti i muscoli,
essi non fanno altro che spingere i morti
ancora nella mente degli uomini” – W.B. Yeats
Vincenzo Monti
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