Degli orchi e delle fate
Post9 min lettura Il tuo browser non supporta l’audio. Pubblichiamo alcuni estratti del romanzo ‘Degli orchi e delle fate’ (Coda di Volpe, 2026) di Elena Torresani, collaboratrice di Valigia Blu. Elettra, bambina cresciuta in una famiglia numerosa tra in Valtellina, sotto lo sguardo della nonna Celeste, a dieci anni si trasferisce a Milano, dove si trova catapultata in un mondo estraneo. A Milano, tra le mura domestiche, prende forma un incubo che segnerà profondamente la sua crescita. Il romanzo si muove tra questi due mondi, raccontando la perdita dell’innocenza e il lento, difficile processo di ricostruzione. Attraverso una storia di bambine intelligenti, donne potenti, e legami indissolubili, Elena Torresani ci accompagna anche nelle stanze buie dell’infanzia, i cui chiaroscuri ci impongono di riflettere su un quesito: a chi spetta proteggere i più piccoli? "Le pagine di questo libro – scrive Torresani – trasudano amore tra una stanza buia e l’altra, germogliano di corpi affamati tra una nonna indimenticabile e l’altra. Sono pagine scritte per chi sa – o non ha paura di sapere – che i salotti di certe case a mezzogiorno sono piú pericolosi di certe stazioni a mezzanotte; che l’amicizia può salvare più della famiglia, trasformando il sangue in acqua; che la furia delle femmine a un certo punto non sarà piú rivolta verso il dentro, ma comincerà a incendiare il fuori. ‘Degli orchi e delle fate’ è un romanzo di formazione pieno di donne straordinarie, animali oracolo e bambine che sarebbe stato meglio non fare arrabbiare. C'è anche qualche uomo decente, giusto per ravvivare le flebili speranze che restano". Venerdì, 21 Giugno 1985 Quando Loretta ebbe una manciata d’anni, fu abbastanza grande da capire che il lutto l’aveva marchiata per sempre, rendendola diversa da ogni altro bambino e mutilandole il cuore. L’accettazione passiva della disgrazia non era però cosa per lei, perché Loretta in un’altra vita doveva essere stata un gladiatore e lo aveva dimostrato fin da subito. A sei anni iniziò a portarsi in giro l’asina di famiglia, a pretendere di tenerla nel soggiorno di casa. Al mattino se la trascinava fino a scuola e l’asina, come se avesse capito perfettamente la sua nuova parte, quando suonava la campanella d’ingresso rientrava da sola verso la corte. I grandi provarono a far capire a Loretta che non c’era niente di dignitoso nello scegliersi un’asina come rimpiazzo della mamma, ma lei fu irremovibile. Lo fu talmente tanto che suo padre decise di spostarle la cameretta nella rimessa degli attrezzi che c’era accanto alla cucina. La ripulì, la riscaldò, vi trasferì tutti i mobili e la sistemò in modo che potesse ospitare la bambina e l’asina, sei zoccoli in tutto. L’asina fu ribattezzata Concita in onore della zia Concetta - sempre quella passione per l’esotico che ci deviava – e non ci fu più molto da discutere. Come se nulla fosse, quelle matte andavano insieme a prendere la Gazzetta dello Sport per lo zio Alberto dal giornalaio, a ritirare i pacchi della nonna alla posta, a comprare le rosette con la mortadella per la merenda alla bottega degli Argelati. In paese ci fu qualche imbarazzo, edulcorato dalla speranza che questa stramberia fosse passeggera, come spesso sono le stranezze dei bambini. La promozione di un’asina da animale da lavoro a dama di compagnia era un salto di classe da manicomio. Concita conservò pure il privilegio della zuppa di vino rosso e zucchero che veniva preparata per le bestie da soma, nonostante ormai l’unica fatica che le toccasse fosse quella di portare sul dorso i fustini del detersivo Dixan quando andavano insieme a fare la spesa all’emporio. Dal momento in cui nella rimessa fu sistemata una stufa a legna, Loretta e Concita vissero in simbiosi e iniziarono anche un po’ ad assomigliarsi nel carattere e nelle espressioni, come spesso accade a chi passa molto tempo insieme. Anche gli odori si amalgamarono e intorno a loro aleggiava sempre un aroma di manto equino, trucioli, sapone di Marsiglia e fragola. Domenica, 18 agosto 1985 Vedendo arrivare la cena, Loretta ripose le matite e liberò la sua parte di tavolo con la velocità di una che aveva ormai più fame che voglia di finire il disegno di Ishtar. Mi decisi anch’io a mettere ordine tra le mie cose e a riporre tutto per la sera. “Lori, speriamo che stanotte vada meglio di ieri. Cos’avevi? Un brutto sogno?” chiese la nonna stendendo una piccola tovaglia di cotone azzurro tra di noi. “Boia sì – confermò Loretta, incassando un’occhiataccia di nonna – ho sognato di essere assalita da un gruppo di germani. Hanno iniziato a beccarmi in testa. Mi hanno fatto a pezzi le orecchie, scavato il cranio e mangiato il cervello.” Sia io che nonna sgranammo gli occhi. “Ma che diamine…” commentò nonna. “Sarà che l’altro giorno, al laghetto della canonica, ho visto quattro maschi uccidere una femmina e credo mi sia rimasto impresso.” “I germani a volte lo fanno”, disse nonna, già più serena per aver capito da dove arrivava quell’incubo. “Fanno cosa?” domandai, “Uccidere le femmine?!”. “In realtà non le vogliono uccidere. Vogliono accoppiarsi – continuò Selest – ma se la femmina non vuole, la obbligano. Se lei fa troppa resistenza possono arrivare ad ucciderla”. “In gruppo?!” ero incredula. I germani erano uccelli così placidi, sempre in coppia, i maschi così splendenti e colorati. “A volte sì, in gruppo. Non è un caso isolato.” “Ma nessuno dei nostri animali ha mai fatto una cosa del genere.” Avevamo conigli, polli, capre, mucche, asini, cani e gatti e gli accoppiamenti non erano mai stati truculenti. Al massimo in paese avevo visto separare due cani con l’acqua fredda perché erano rimasti incastrati e mugugnavano dal dolore. “Fortunatamente sono poche le specie che hanno comportamenti di questo tipo. Nella maggioranza dei casi le coppie si uniscono quando entrambi lo vogliono.” Masticando gli spinaci lentamente, Loretta insistette sulle immagini che evidentemente le si erano incollate nella testa: “Anche quando la femmina era praticamente inerme, i maschi hanno continuato ad accanirsi con una rabbia mai vista, come se non si rendessero nemmeno conto che fosse morta e non fossero più capaci di fermarsi.” Mercoledì, 17 giugno 1987 "Chissà dove la tenevi tutta quella roba” “Quale roba?” chiesi con la bocca piena e facendo volare qualche briciola. “Quel bel rospone che hai sputato l’ultimo giorno di scuola prima del suono della campanella” Mi bloccai, pensando a dove avrebbe portato quella conversazione. “Scusami, non volevo vomitarti addosso tutte quelle cose” “Invece sono molto contenta tu lo abbia fatto. Non avevo idea che soffrissi così tanto la mancanza della tua tribù, come l’hai chiamata”. Sorrise, guardandomi di sottecchi e prendendomi a braccetto. C’era una luce bellissima quella mattina, il cielo aperto. “Non è stato bello però capire che tu ti senti sola quando invece hai me” Ecco dove voleva arrivare. “Io non so se tu ci sarai per sempre, Clara. La famiglia invece è davvero per sempre.” “A volte è mica una fortuna, sai? Ci sono famiglie che sono campi di sterminio, tipo quelli del documentario che la Bignami ci ha fatto vedere in classe il mese scorso”. “Ma che dici” “Non lo dico io, lo dice sempre mia mamma. Quando pensa che io non la senta.” Addentai un altro meino, non avevo fatto colazione, non avevo nemmeno cenato la sera prima. Un’ambulanza e due volanti sfrecciarono su Monte di Pietà a sirene spiegate. "Non so se te l’ho mai detto, ma fa la volontaria alla Casa Medusa” “Sembra un posto spaventoso, con quel nome” Medusa era il mostro con i serpenti vivi in testa, capace di trasformarti in pietra solo con lo sguardo. “Medusa era una ragazza bellissima, é diventata mostruosa solo dopo che Poseidone le ha fatto del male – spiegó Clara – Casa Medusa é un centro per donne maltrattate”, chiarì. “Maltrattate da chi?” “In genere dai mariti, o dai padri” Mi si prosciugò istantaneamente la bocca e il boccone di meino diventò un sasso di cemento armato tra la lingua e il palato. “Ancora più spaventoso” “E non ti dico le storie che sento quando a cena c’è l’Avvocato Bernacchi, che si occupa di minori. O quando passa per un Martini il Gianca, che è il migliore amico della mamma e fa lo psicologo: a sentire lui sembra che tutti i traumi della gente nascano in famiglia, te lo giuro.” “Ma tu stai sempre ad origliare? Mi sembri quell’altra con l’asina” “Come credi ci si possa preparare alle cose del mondo, sennó?” “Leggendo i manuali e i libri? Ascoltando le raccomandazioni degli adulti?” “A parte che solo nella famiglia Ortles esistono i manuali che ti spiegano la vita, ma comunque nessun adulto ti direbbe mai che i salotti di casa a mezzogiorno sono più pericolosi di Lambrate a mezzanotte” Mi afferrò un braccio e mi fermò prima che fossimo visibili da casa sua: “Tutto questo ambaradan per dirti che puoi contare su di me, perché io ci sono e ci sarò sempre, come Jigen per Lupin.” Sabato, 23 aprile 1988 “Ti hanno reso la vita difficile i milanesi quando sei arrivata a Milano?”, mi chiese. Tra tutte le domande, quella. “Abbastanza” risposi, ancora una volta immobile come un obelisco nel posto sbagliato della stanza. “Quanto zucchero?”, mi chiese Clara spostando una tazzina verso il lato del tavolino più vicino a me e indicandomi con gli occhi spalancati la poltrona su cui dovevo accomodarmi. “Milano non è un luogo forte - continuò la nonna - Se non sei ricco, da dove vieni resta sempre più importante di chi sei. È raro trovare città tanto potenti da prevalere sulle discendenze." “Ne conosci, nonna?” chiese Clara. “Poche. Londra. Gerusalemme prima del 1947. Sarajevo.” Tenendo la tazzina sollevata a mezz’aria, la Signora Taraspi fissava il vuoto, come se si stesse rivedendo camminare per le strade di quelle città lontane e si trovasse contesa tra due tempi. “La Jugoslavia nel mio immaginario è una macchia grigia sulla sponda orientale dell’Adriatico. C’è davvero qualcosa di bello dentro quei confini?”. A quelle parole di Clara, sua nonna si girò come se le si fosse conficcata in una mano una freccia venuta da chissà dove. “L’adolescenza è costellata di innumerevoli sciocchezze, ma questa ti costerà la lettura di un libro di Ivo Andrić. Potremmo partire da I tempi di Anika, e considerala una gentilezza”. Clara spalancò la bocca, pronta a protestare, ma la rischiuse subito quando vide che la Signora Taraspi riportava gli occhi su di me e andava oltre, chiudendo la porta ad ogni negoziazione. Giovedì, 30 giugno 1988 “É come se si fosse attivata una nuova area del mio cervello e avessi tutto d’un colpo imparato una nuova lingua.”. Intorno a lei non aleggiava più quella nuvola odorosa di manto equino, sapone di Marsiglia e fragola. Ora il suo corpo sapeva di deodorante ed elicriso. “Sento cose che prima non sentivo – disse - mi sembra di cogliere doppi sensi e allusioni, afferro le implicazioni e i sottintesi. É come avere un’orchestra che suona tutto il tempo in una stanza di tre metri quadri dove prima c’era solo un violino.” Prese in mano il libro di Oriana Fallaci, lo avvicinò al naso e fece frusciare le pagine a ventaglio per annusarne l’odore. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. “I profumi mi travolgono, mi sembra di sentire il rumore dei fiori che sbocciano. É come se fossi nel teatro dell’oratorio a vedere uno spettacolo ma, allo stesso tempo, sentissi ciò che accade dietro le quinte: le diarree nervose, i cicchetti per vincere l’ansia, i costumi impolverati, il sudore che sbava il trucco, i copioni ripetuti, gli scongiuri e le palpate di culo” “Le palpate di culo?” “Per augurarsi buona fortuna” “Ma da quanto senti ‘sto trambusto?” “Qualche mese”. Si girò di scatto e mi mise il suo libro tra le mani, ‘Lettera a un bambino mai nato’. Martedì, 20 dicembre 1988 Eppure li avevo sentiti bene i maschi là fuori. La terza media era stata uno stillicidio di classifiche sulle tette e sui culi. Tra i banchi i maschi si passavano fogli scritti a penna con le “pagelle delle pere” o le liste delle femmine che secondo loro se le sarebbero fatte toccare per prime. Discussioni su quelle a coppa di champagne e quelle a orecchia di cocker, sui capezzoli grossi e su quelli pelosi delle sorelle e delle cugine sbirciate dalla serratura, sui reggiseni imbottiti e le chiappe basse, le cosce che strusciavano e quelle toniche, i ritagli di Postalmarket su cui si intravedevano peli pubici e le tutine aderenti delle ladre dei cartoni animati giapponesi. “Ti dò mille lire se me la fai vedere”. Nonostante le bende e le felpe extra large, qualche giorno prima un ragazzo di seconda ginnasio, incrociandomi in corridoio, mi disse: “Che bocca da pompino”. Non c’era scampo. Eravamo pezzi di carne, corpi scomponibili di cui ogni parte aveva una funzione sessuale: pieghe, curve, buchi, protuberanze, incavi, tutto come se fosse a disposizione di maschi che parevano perennemente fuori di sé, a qualsiasi età. Le strade erano piene di predatori, così come lo erano le scuole, le chiese, i parchi e i tram. Così come lo erano le case. Il loro codice di comportamento diceva che non era la fame a portarli a setacciare il mondo come formichieri, ma qualcosa che reputavano un diritto di nascita. Iscriviti alla nostra Newsletter Consenso all’invio della newsletter: Dai il tuo consenso affinché Valigia Blu possa usare le informazioni che fornisci allo scopo di inviarti la newsletter settimanale e una comunicazione annuale relativa al nostro crowdfunding. 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