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Starmer e l'ombra lunga della Brexit – MicroMega
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Dalla Brexit al ‘Breturn’?
Post5 min lettura Il tuo browser non supporta l’audio. Quando fu presentata agli elettori britannici, la Brexit aveva la forma di una promessa salvifica. Riprendere il controllo dei confini, delle leggi, del denaro pubblico e della sovranità nazionale: in tre parole, “take back control”. Era uno slogan semplice, elastico, capace di parlare a pubblici diversi. Per alcuni significava meno immigrazione, per altri meno burocrazia, più fondi per il servizio sanitario, più libertà per le imprese o più protezione per le comunità lasciate indietro. Dieci anni dopo il referendum del 23 giugno 2016, quella promessa si è consumata. Il risultato è stato un decennio di crescita più debole, investimenti frenati, minore influenza nei processi decisionali europei e una politica interna rimasta prigioniera della frattura aperta nel 2016. Il Regno Unito ha lasciato l’Unione europea, ma non ha trovato un modo stabile di starne fuori: nuove procedure doganali, imprese più esposte ai costi burocratici, un’Irlanda del Nord ancora sospesa tra Regno Unito e mercato europeo, e un rapporto con Bruxelles che nessun governo britannico è riuscito davvero a chiudere. Il peso politico della Brexit La novità è che questo dossier, che per anni i due grandi partiti hanno cercato di neutralizzare, può tornare al centro della prossima campagna elettorale. Non necessariamente nella forma di un nuovo referendum immediato, ma come linea di scontro tra due idee opposte del futuro britannico: da una parte chi sostiene che la Brexit sia stata tradita e vada completata con una linea ancora più dura; dall’altra chi ritiene che la priorità del paese sia ricostruire un rapporto strutturale con l’Europa. Il contesto politico conferma quanto la Brexit abbia continuato a pesare sulla crisi britannica. Non è l’unica causa della caduta di Starmer, ma per un decennio ha consumato leadership, tempo amministrativo e capitale politico: prima per “farla accadere”, poi per limitarne i danni. Il tentativo laburista di “reset” con Bruxelles si è fermato a metà. Andy Burnham, indicato come favorito per la successione a Downing Street, eredita un dossier troppo importante per essere archiviato e ancora troppo divisivo per diventare una piattaforma esplicita di rientro nell’UE. Il prezzo della separazione Il bilancio economico spiega perché il tema non possa più restare ai margini. La Brexit non ha prodotto il collasso immediato evocato dai suoi critici più allarmisti, ma ha creato un attrito permanente. Per molte imprese, soprattutto piccole e medie, esportare verso l’Unione Europea è diventato più costoso e meno prevedibile. Dichiarazioni doganali, regole di origine, certificazioni, controlli, ritardi e consulenze hanno trasformato l’accesso al principale mercato di sbocco del Regno Unito in un processo più complesso. Le grandi aziende hanno assorbito meglio il cambiamento, grazie a uffici legali, consulenti e strutture amministrative dedicate. Le piccole imprese, invece, hanno pagato il prezzo più alto. È qui che la Brexit è uscita dalla dimensione simbolica ed è entrata nella vita ordinaria dell’economia britannica: come una moltiplicazione di costi, tempi e incertezze. La promessa di meno burocrazia si è tradotta, in molti casi, in burocrazia diversa e più onerosa. Il paradosso dell’immigrazione Anche sul piano dell’immigrazione, il risultato è stato più ambiguo di quanto promesso. La Brexit era stata presentata come lo strumento per riprendere il controllo dei confini e ridurre gli arrivi. Abolita la libera circolazione europea, però, il Regno Unito non ha chiuso i flussi: li ha ridisegnati. La migrazione dall’UE è diminuita, mentre quella extraeuropea è cresciuta. Nell’anno fino a giugno 2023 gli arrivi di cittadini non europei hanno sfiorato il milione, arrivando a rappresentare oltre quattro quinti dell’immigrazione complessiva. Nel frattempo, gli attraversamenti irregolari della Manica sono diventati il simbolo politicamente più visibile del controllo mancato. È su questa contraddizione che Reform UK di Nigel Farage continua a costruire consenso. La sua tesi non è che la Brexit sia stata un errore, ma che sia stata sabotata dalle élite politiche e amministrative. Il fallimento non viene letto come prova dei limiti del progetto, bensì come argomento per chiederne una versione ancora più radicale. Non meno Brexit, ma più Brexit. Il rischio per il Partito laburista è evidente. Se evita il tema europeo, lascia alla destra populista il monopolio della narrazione; se lo affronta apertamente, può essere accusato di voler cancellare il voto del 2016. Starmer aveva scelto una linea prudente: migliorare i rapporti con Bruxelles senza tornare nel mercato unico, nell’unione doganale o nella libera circolazione. Questa strategia ha ridotto qualche attrito e rassicurato l’elettorato dei collegi ex industriali, ma non ha cambiato la traiettoria economica del paese. Iscriviti alla nostra Newsletter Consenso all’invio della newsletter: Dai il tuo consenso affinché Valigia Blu possa usare le informazioni che fornisci allo scopo di inviarti la newsletter settimanale e una comunicazione annuale relativa al nostro crowdfunding. HP Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a : Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a [email protected] . Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it. Il nodo nordirlandese Il nodo più difficile resta l’Irlanda del Nord, dove la Brexit ha incontrato la sua contraddizione costituzionale: uscire dal mercato unico e dall’unione doganale, evitare un confine rigido sull’isola d’Irlanda e non separare Belfast dal resto del Regno Unito. Dal backstop di Theresa May, che avrebbe mantenuto il Regno Unito in un’unione doganale con l’Ue, al Protocollo nordirlandese di Boris Johnson, che introduceva controlli sulle merci tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord, fino al Windsor Framework di Rishi Sunak, che ne alleggeriva l’applicazione, nessun governo ha davvero chiuso la questione. Per questo “Brexit is done” è sempre stato più uno slogan che una descrizione della realtà. Il Regno Unito può uscire dalle istituzioni europee, ma non dalla geografia, dalle catene del valore, dalla sicurezza continentale e dalla questione irlandese. Ogni governo britannico, anche il più euroscettico, finisce per tornare a Bruxelles. Un elettorato diverso dal 2016 Il paese che votò nel 2016 non è più lo stesso. Una nuova generazione, allora esclusa dalle urne, oggi pesa nell’elettorato e guarda alla Brexit con crescente distanza: tra i britannici tra 18 e 28 anni, sei su dieci voterebbero per rientrare nell’Unione europea. Il ripensamento, però, non riguarda solo i giovani: una parte sempre più ampia dell’opinione pubblica considera la Brexit un errore o chiede almeno un rapporto più stretto con Bruxelles. Questo non significa che il rientro nell’Unione sia vicino. Significa che la Brexit non può più essere trattata come una questione archiviata. Per una parte dell’elettorato è una scelta subita, per un’altra resta una promessa incompiuta. È su questa frattura che il dossier può tornare nel 2029: Reform continuerà a invocare più controllo su confini e sovranità, mentre il Partito laburista dovrà decidere se limitarsi al “make Brexit work” o proporre un riavvicinamento più ambizioso a Bruxelles. Il punto, per il fronte europeista, è trasformare il rimpianto in una proposta credibile. Rientrare nell’UE non significherebbe semplicemente tornare al 2016, ma negoziare condizioni nuove con un’Unione cambiata: più concentrata su difesa, sicurezza, Ucraina, politica industriale, energia, migrazione e competizione tecnologica. Servirebbe chiarire che rapporto avere con mercato unico, libera circolazione, bilancio europeo e allineamento regolatorio. Sono scelte politiche, non solo simboliche. Il paradosso britannico resta aperto. Londra non sembra pronta a rientrare nell’Unione, ma non ha trovato un modo stabile di restarne fuori. Per questo la Brexit può tornare al centro della politica britannica: non come nostalgia del 2016, ma come domanda sul futuro del paese. Immagine in anteprima via blogs.qub.ac.uk
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